Unione Europea: tra propaganda, delusione e realtà

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di Cesare Scotoni – La propaganda è un’arma, lo spiegò bene Joseph Goebels che seppe usarla con successo. E il controllo della Informazione ne è parte essenziale. Certo è che quella non basta a vincere le guerre. Come dimostrano la vicenda della Moneta Unica (che tanto unica poi non era) o più recentemente la brusca fine, nel freddo del mar Baltico, delle tante ambizioni nutrite tra il 2009 ed il 2014 da Francia e Germania sull’onda della crisi dei “subprimes”.Il fatto che la cruda verità dei fatti abbia sempre fatto da controverso sfondo a questi 20 anni in cui la palese debolezza dei protagonisti si è fatta ragione di un’unità di facciata, rende solo più doloroso lo svelamento di come quel bluff sia finito con il costare alla culla dell’occidente come Ideologia, in ricchezza ed in vite umane.Pessime scelte, poca democrazia, troppa burocrazia e molte bugie. Questo è quello che oggi resta ai cittadini dell’Unione Europea di un progetto ambizioso quanto bello, che avrebbe meritato ben altre leadership. E con quelle un dibattito più ampio, plurale e meno divisivo. Padroni del vapore che da figli di quel Novecento fatto di sconfitte e di complicità e compromessi del tutto inadeguati ai tempi della modernità, non hanno saputo farsi “elites”. Disciplinate, sazie e docili masse, pronte a vivere quelle troppe contraddizioni come dei vincoli dettati da delle necessità di volta in volta meno credibili. Questi due dunque i fattori, ciascuno necessario e non sufficiente, che hanno permesso il disastro di una governance sganciata dal consenso.Cina e Federazione Russa, forti di una tradizione marxista che sul governo dei migliori ha sempre fatto perno, hanno scommesso sull’Unione Europa ed il suo progetto, per almeno 10 anni, prima di coglierne l’intrinseca debolezza e comprenderne i limiti. Anche con la fuoriuscita di Londra, non esiste alcuna Unione Europea fuori della NATO e l’azione del febbraio 2022, con la successiva eliminazione del capo delegazione di Kiev dopo l’accordo con Mosca in Turchia dell’aprile di quell’anno chiarivano al mondo quell’impossibilità.Kissinger diceva che non vi era un numero di telefono cui rispondesse l’Europa. E per ora siamo ancora lì. La proposta di Silvio Berlusconi, nel maggio 2002 a Pratica di Mare, di adeguare l’Alleanza Atlantica ad un mondo in cui l’URSS con il suo cemento ideologico avevano smesso di esistere, fu respinta al mittente e, venti anni dopo, il pessimo Biden ripropose, per la gioia di Londra, un desueto ed inadeguato schema bipolare a dividere l’Europa, lì dove da 15 anni ormai è il Pacifico lo spazio del confronto globale. Spazio da cui l’Unione Europea è sempre stata tagliata fuori.Che senso possa avere il fingere che un presidente degli Stati Uniti d’America o un presidente cinese o della Federazione Russa possano fare qualcosa di diverso dall’interesse dei rispettivi Paesi è chiaro a chi vive in una fetta di mondo in cui, predicando l’unità, si sottendono la dimensione ed al valore di quel mercato anziché un soggetto politico che non si è mai stati capaci di esprimere e concretizzare in una Costituzione.E 20 anni persi tra accordi bilaterali ed unità di facciata non si recuperano neanche pagando i giornalisti per raccontare ai cittadini elettori quanto si è stati bravi, o inventandosi pericoli per una democrazia palesemente vissuta in troppe occasioni come un intralcio. Se Ursula Gertrud Albrecht, coniugata von der Leyen, facesse ora un passo indietro, si potrebbe almeno fingere di voler ripartire. Pur augurandosi di sbagliare alla domanda sul come andrà a finire, per ora la risposta è una sola: non andrà a finire bene. Speriamo di essere smentiti.