La teoria economica è spesso considerata astrusa e molti dei suoi argomenti dipendono da dettagli tecnici difficili da comunicare. Una parte importante dei suoi fondamenti moderni, tuttavia, dipende dalla teoria dei giochi, una serie di modelli matematici, combinati con narrazioni intuitive, che hanno generato un numero crescente di spiegazioni rivelatrici e applicazioni pratiche nel mondo reale. La teoria dei giochi è basata sull’idea che la dinamica delle relazioni tra individui, o gruppi di individui possa essere rappresentata dalla loro partecipazione a un gioco di cui implicitamente osservano le regole, specialmente quando le loro decisioni si influenzano a vicenda. Ci sono tre modelli principali usati per descrivere questa relazione: il dilemma del prigioniero, il gioco del pollo e la caccia al cervo.Il dilemma del prigioniero si applica quando due paesi che potrebbero cooperare con vantaggi reciproci, decidono invece di farsi la guerra, adottando politiche più o meno ostili. Nel commercio internazionale, per esempio, questo accade nel caso di una guerra tariffaria, in cui ciascun paese impone tariffe o restrizioni invece di trattare per scambi più liberi e vantaggiosi per entrambi. La mancanza di coordinamento e il crescente risentimento porta a un ciclo di ritorsioni, in cui entrambe le parti finiscono per soffrire perdite crescenti.Il gioco del pollo prende il suo nome dalla sfida tra giovani spericolati nell’America degli anni 70. Due auto si dirigono l’una contro l’altra su uno stretto sentiero a tutta velocità e perde chi cede alla paura (perciò è un pollo, cioè un codardo) e sterza per primo. Naturalmente, se il “pollo” sterza troppo tardi, le conseguenze saranno catastrofiche per entrambi i contendenti, e così sarà in una guerra commerciale tra due paesi se continuano a colpirsi a vicenda con tariffe e restrizioni commerciali.Questo gioco è un esempio eloquente di gioco a somma zero, e la strategia migliore di ciascun partecipante è quella di cooperare (sterzare) se l’altro non coopera (non sterza) e di non cooperare nel caso contrario. In un certo senso è il gioco è una metafora della prepotenza razionale (forza contro i deboli), ed è specialmente interessante perché si po’ estendere a più contendenti, che si comportano come coraggiosi nei confronti di quelli che possono intimidire e come codardi verso chi sembra più robusto e determinato. Tucidide descrisse un principio simile nel famoso dialogo tra gli Ateniesi e i Meli durante la Guerra del Peloponneso: gli Ateniesi dichiararono senza mezzi termini che “i forti fanno ciò che vogliono e i deboli subiscono ciò che devono”. È la strategia seguita da Trump, anche nei confronti dell’Ucraina e della Russia.L’idea del gioco della caccia al cervo si basa su un racconto di Jean-Jacques Rousseau, che immagina che un gruppo di cacciatori si proponga di cacciare un cervo, ottenendo una preda di valore che richiede un lavoro di squadra, lasciando però la libertà a ciascun cacciatore di abbandonare la squadra e cacciare un coniglio. La scelta del coniglio da parte di un numero critico di cacciatori, non danneggia soltanto il cacciatore che si rifiuta di cooperare, ma anche l’intero gruppo, che avrebbe potuto ottenere un risultato migliore per tutti.Questi giochi, che sono parte di una classe più ampia di modelli matematici, specialmente quando sono estesi a più giocatori, esibiscono il problema del coordinamento e del suo probabile fallimento, in assenza di meccanismi di governance che favoriscano la composizione degli interessi individuali con l’interesse collettivo. I fallimenti ripetuti del coordinamento politico internazionale dipendono dal fatto che i meccanismi di governance sono stati storicamente basati sul ruolo delle potenze egemoni.All’interno delle sfere di influenza delle grandi potenze, questi meccanismi consentono di organizzare il coordinamento delle politiche nazionali d’accordo con una struttura gerarchica, con via via maggiori gradi di libertà dei paesi nei gradi superiori rispetto a quelli inferiori della gerarchia, ma con la potenza egemone in possesso del livello di libertà più alta nel determinare le politiche di governance complessiva. A questa maggiore libertà corrispondono maggiori responsabilità con una tensione potenzialmente positiva tra i leader mondiali che potrebbe favorire un equilibrio tra libertà e responsabilità. Allo stesso tempo, la lezione della storia sembra essere che la pluralità degli imperi e la cosiddetta multipolarità, creano conflitti diretti tra le nazioni leader, con la conseguenza che il fallimento della coordinazione diventa devastante.La creazione di istituzioni internazionali multilaterali è stata soprattutto un tentativo di creare un meccanismo di coordinamento e risoluzione dei conflitti tra le grandi potenze, anche attraverso negoziati su problemi interni alle loro sfere di influenze. Tuttavia, l’ordine internazionale che ne è risultato, in assenza di una delega di poteri adeguata e di leadership riconosciute, è risultato fragile, preda della retorica di opposti interessi e incapace di fornire un coordinamento effettivo delle politiche delle potenze egemoni.In questo quadro, la vicenda europea ha un valore paradigmatico. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, una parte dell’Europa dell’Est ha tentato di sottrarsi all’abbraccio della Federazione Russa avvicinandosi all’Europa Occidentale. Questo tentativo ha in parte utilizzato la Nato, ma ha anche tentato di condividere la crescente unità economica e sociale che si stava realizzando attraverso l’Unione europea. L’ipotesi sottostante a questo movimento aveva tuttavia una sua sostanziale ambiguità.Da un lato l’abbraccio europeo sembrava prefigurare una nuova potenza egemone (la Ue) con una sfera di influenza autonoma. Dall’altro, essa nascondeva anche un possibile ingresso nell’area di egemonia americana, attraverso un allargamento della sua sfera di influenza. La insostenibilità di questi movimenti sembra quindi dipendere dal fatto che le due ipotesi sono contraddittorie, e che esse compromettono i possibili meccanismi di coordinamento. L’Unione Europea, infatti, non appare (ancora?) abbastanza forte da creare una sua area di egemonia e gli USA considerano i costi dell’allargamento della propria egemonia all’Europa dell’Est superiori ai benefici.La vicenda delle tariffe appare a questo proposito esemplare. È abbastanza chiaro che gli Stati Uniti possono trarre benefici netti dalla imposizione di forti tariffe sui paesi da cui importano. Nel corrispondente “gioco del pollo”, nonostante le minacce, nessuno dei suoi partner commerciali ha interesse a punirli imponendo a sua volta delle tariffe corrispondenti. La risposta dei paesi colpiti potrebbe però essere più efficace, se consistesse nel riallineamento delle proprie politiche commerciali e industriali e contribuisse in modo attivo alla ridefinizione delle aree di influenza e dei meccanismi di coordinamento necessari per ristabilire l’ordine internazionale.La riforma degli organismi multilaterali dovrebbe essere un elemento centrale di questa strategia. Come ha prefigurato il piano Draghi, la Ue dovrebbe cogliere questa opportunità per rafforzare la sua architettura istituzionale e dotarsi di una politica industriale e tecnologica autonoma. Questa a sua volta dovrebbe essere basata sugli interessi di lungo termine dell’Europa, con un’area di alleanze e trattati commerciali ridefinita alla luce del suo ruolo potenziale di leader internazionale in un mondo multipolare.