Dalla nebbia alla “imprudenza” sul traghetto: le indagini dei pm sul Moby Prince tornano indietro di 30 anni. I familiari: “Sconcertante”

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La presenza della nebbia, l’incertezza sui tempi di sopravvivenza, la probabile “condotta imprudente” del Moby Prince, addirittura “l’orario notturno” e “l’assenza della luna“, perfino l’insistenza sulla partita della Juventus. Per chi in questi oltre trent’anni si è chiesto cosa è successo davvero la notte tra il 10 e l’11 aprile 1991 davanti al lungomare di Livorno è il giorno della marmotta, una volta di più, 34 anni dopo. Le domande, i contraddizioni, le ambiguità, gli aspetti oscuri sembrano ripartire ciclicamente dalla casella del via, a bordo di una giostra del “destino cinico e baro” che non sembra fermare più la sua corsa, ripresentando soluzioni che sembravano sepolte in cantina e che invece spuntano di nuovo all’improvviso, come Jack in the box. I familiari delle 140 vittime di un disastro immane provocato dalla collisione tra un traghetto e la petroliera Agip Abruzzo si dicono “sconcertati” dopo aver ascoltato le parole pronunciate dal procuratore di Livorno Maurizio Agnello davanti alla commissione d’inchiesta della Camera, la terza avviata dal Parlamento in quasi dieci anni, tempo che già di per sé dovrebbe suscitare il sospetto che le risposte date dalla magistratura in questo tempo sterminato che ha avuto a disposizione – dal 1991 ad oggi – non sono mai state capaci di superare il vaglio dell’incertezza e delle obiezioni. Invece – passati questi 34 anni – le risposte possibili, per quanto avvolte nei forse e nei condizionali del procuratore Agnello, tornano a essere le stesse delle sentenze che quasi tutti credevano ormai stracciate da energie fresche, rinnovate analisi, dati inediti, che in qualche caso hanno restituito dignità alla logica.Eppure quest’ultima inchiesta che la Procura di Livorno sta per chiudere con queste ricostruzioni vetuste per quanto sorprendentri è stata possibile proprio su spinta dei risultati della prima commissione che aveva lavorato a lungo al Senato, fino al 2018, con una cura e una produttività quasi rare. Cosa disse la relazione di quell’organismo parlamentare? Per coincidenza, pur non riuscendo a rispondere a molti interrogativi, fissò tra le poche certezze – motivandole – proprio che la nebbia quella sera non poteva esserci (in base a dati e testimonianze), che i tempi di sopravvivenza sul traghetto infuocato furono diversi per ciascuna delle persone a bordo (simboliche le foto delle impronte di mani lasciate sulla fuliggine delle vetture nel garage del traghetto), che la professionalità del comandante del traghetto Ugo Chessa era ai limiti della pedanteria (come ha sempre testimoniato anche l’armatore Vincenzo Onorato).Ora la curiosità si sposta sulla maxi-informativa che il Gico della Guardia di Finanza ha consegnato ai magistrati i quali sono in procinto di elaborare la richiesta di archiviazione. Una è già arrivata, quella di un’inchiesta parallela, condotta dalla Dda di Firenze. “Occorrerebbe dimostrare ai fini della sussistenza del delitto di strage – ha detto Agnello nella sua audizione – che qualcuno abbia intenzionalmente agito al fine di cagionare la morte di 140 persone al di fuori di un contesto di terrorismo eversivo o di criminalità mafiosa”. L’esito dell’inchiesta era prevedibile: nessuno ha mai immaginato che la strage del Moby Prince sia stato un atto deliberato, che avesse la volontà di ammazzare quelle 140 persone. Con la prescrizione che dopo anno ha mangiato tutte le possibili contestazioni da codice penale, con diversi protagonisti di questa sciagura che fisiologicamente non ci sono più, l’ipotesi di reato – la strage – era parsa da subito un pretesto per usare gli strumenti dell’autorità giudiziaria non tanto per cercare giustizia – che anno dopo anno è sprofondata sotto il fondale di fronte alla Terrazza Mascagni – ma almeno la ricostruzione storica, da consegnare alla serenità dei familiari dei 140 tra passeggeri e membri dell’equipaggio del traghetto. Quello che i parenti, il Parlamento e un pezzo di opinione pubblica non si sarebbero aspettati è che tutto ricominciasse daccapo, proprio dagli elementi che a fatica erano stati sgomberati perché non impallassero la visuale.Il procuratore di Livorno, in audizione in Parlamento, si è soffermato per esempio sui soccorsi, la cui pietosa disorganizzazione è elemento di certezza da tempo. “Fu una baraonda straordinaria” disse l’allora capo della Procura Francesco De Leo quando chiuse l’inchiesta bis: era il 2010, 15 anni fa. Ma allora da cos’è stato causato il disastro del Moby Prince? L’attuale procuratore Agnello ha spiegato che non esiste una causa principale che ha portato all’impatto tra traghetto e petroliera, ma una serie di concause: tra queste elenca il fatto che l’Agip Abruzzo era in un’area in cui non doveva stare, che l’equipaggio della petroliera dette indicazioni contraddittorie alle autorità di soccorso dopo la collisione, il Moby Prince andava a velocità sostenuta, che in plancia non hanno visto la Agip Abruzzo (ma non si sa perché), che forse c’entra anche che era notte e non si vedeva l’orizzonte, che la nebbia potrebbe essere stata la causa principale perché l’unico superstite (il mozzo Alessio Bertrand) lo ha riferito dopo averlo sentito dire dal timoniere, morto nel disastro.“Ci è sembrato di essere tornati indietro al 1991″ dicono tra l’amarezza e lo stupore Luchino Chessa e Nicola Rosetti, che rappresentano i presidenti delle due associazioni dei parenti delle vittime, stremati nella loro lotta di impegno personale e civico. “Dopo 34 anni – aggiungono – è tornato a parlare di nebbia come possibile causa della collisione e di un traghetto troppo veloce che con una rotta lineare centra la petroliera ancorata in zona interdetta all’ancoraggio e con la prua a nord. Scenari oramai superati e che attribuiscono la responsabilità della più grave tragedia della navigazione mercantile italiana e la più grande strage sul lavoro alla condotta imprudente dell’equipaggio del Moby Prince”. Chessa e Rosetti osservano che il procuratore “supporta le sue affermazioni in particolare sulle dichiarazioni dell’unico sopravvissuto del Moby Prince, il mozzo Alessio Bertrand, che ha modificato numerose volte le sue deposizioni; e comunque riferisce della presenza di nebbia solo successivamente il 10 aprile e non per averla vista ma perché gli è stato riferito da un altro membro dell’equipaggio subito dopo la collisione”. Non solo, aggiungono, “Agnello confida che tutti siano morti in poco tempo, ma le perizie della prima commissione parlamentare del Senato hanno evidenziato senza dubbio una sopravvivenza di ore per molte persone e ipotizza che se i soccorsi fossero stati adeguati non avrebbero recuperato persone vive: ci auguriamo che la Commissione parlamentare non tenga conto delle varie suggestioni, da chiunque provengano, e degli scenari emersi da questa audizione che fa solo male alla ricerca della verità e che vada per la sua strada, anzi chiediamo come intenda procedere d’ora in poi”.La ricostruzione del procuratore di Livorno che ha lasciato interdetti anche alcuni tra i commissari. E’ stato il deputato del Pd Matteo Mauri a dover chiedere la parola a un certo punto “che sulla ricostruzione che ci ha offerto nutro più di un dubbio, a cominciare dall’attendibilità del testimone Bertrand e le ricordo che i livornesi tuttora parlano mal volentieri di questa vicenda non perché sono passati tanti anni ma perché hanno piena consapevolezza che dal punto di vista investigativo si poteva fare molto di più”. Mauri ha dovuto ricordare come “le due precedenti commissioni parlamentari hanno completamente smontato quelle sentenze che lei oggi vuole tenere in considerazione per la sua ricostruzione, quindi qualcosa in più penso che si potesse fare e credo soprattutto che si possa lavorare sull’accordo assicurativo tra le due compagnie di navigazione per individuare eventuali profili di ulteriori responsabilità oggi perseguibili”.In una nota i commissari dem Simona Bonafè, Andrea Casu e Matteo Mauri hanno voluto ribadire che “a breve la Commissione di Inchiesta alla Camera rappresenterebbe l’unica possibilità per appurare la verità storica su una dei più gravi misteri irrisolti della storia italiana” anche grazie alle precedenti commissioni che hanno portato a “nuovi elementi decisivi sulle dinamiche della tragedia, che non erano emersi nel corso dei processi e smentendo gli esiti su diversi aspetti”.L'articolo Dalla nebbia alla “imprudenza” sul traghetto: le indagini dei pm sul Moby Prince tornano indietro di 30 anni. 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