Francesco Bova: “Perché sulla disabilità un romanzo o un film possono essere più preziosi di un trattato di esperti

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In forme e con sensibilità diverse, la disabilità è sempre stata oggetto di attenzione, sia da parte della cinematografia, sia della letteratura: da libri come “Notre Dame de Paris” fino a “La solitudine dei numeri primi” o pellicole altrettanto famose, da “Forrest Gump” a “Fur – Un ritratto immaginario di Diane Arbus”; Oggi, il nostro blog desidera sviscerare questa tematica, poco affrontata, con il critico, giornalista e scrittore Francesco Bova.Dottor Bova, in una sua dichiarazione, lei afferma che un romanzo o un film d’autore possono essere più incisivi rispetto a un buon saggio di un sociologo. Che cosa vuol dire, ci può spiegare meglio?Nella mia veste di scrittore ho affrontato in alcuni miei romanzi, in particolare ne “Lo Sceneggiatore” (Meligrana editore) e ne “Il portiere dei freaks” (Solfanelli editore), i temi dell’emarginazione e della malattia mentale. Ma ho alle spalle un’esperienza di docente di scienze umane e di psicologia della comunicazione. Come professore, pur rispettando i programmi nell’adottare i testi canonici di psicologi, pedagogisti e sociologi, in poche parole le opere dei cosiddetti esperti, ho sempre proposto ai miei studenti di affrontare alcuni temi, tra cui quello della condizione di disabilità anche attraverso la lettura di romanzi e la visione di film. Il mio scopo è stato sempre di passare da una impostazione sociologica, spesso fredda e tecnicistica, ad una prosa calda ed emozionale. Si può imparare molto – ossia interiorizzare – dalla narrazione artistica e creativa. L’artista – poeta, scrittore, fotografo, pittore, musicista, regista – ha delle intuizioni e delle sensibilità su alcuni temi sociali ed esistenziali che spesso anticipano le teorie e le ricerche scientifiche. Gli artisti hanno naso, il loro olfatto percepisce odori e profumi, mentre gli esperti e i tecnici sociali  danno senso e metodo alle fragranze di quel naso. Il linguaggio delle emozioni attiene più all’artista. Le persone si avvicinano e tentano di far crollare il muro delle barriere quando comprendono un fenomeno sociale come quello della condizione esistenziale della disabilità  non solo sul versante cognitivo ma, anzitutto, su quello empatico, che significa “mettersi nei panni dell’altro”. È il linguaggio delle emozioni che cattura tutti gli organi di senso della nostra dell’anima per ascoltare le parole e la storia di un altro essere umano.Lei, inoltre, sostiene che un libro o una pellicola hanno la capacità di denunciare la realtà, considerando l’accezione del verbo di riferire, smascherare, rivelare, mostrare. In riferimento alla disabilità, quali opere cinematografiche e letterarie sono riuscite meglio a farlo?Faccio un esempio su un tema molto dibattuto come quello del suicidio in letteratura, in un articolo – La storia di un vizio assurdo, da Dante a Camus – che ho pubblicato lo scorso anno su Sololibri.net. Agli inizi del Novecento Durkheim e Freud lo hanno affrontato con il registro della sociologia e della psicanalisi, ma filosofi come Platone, Aristotele, Seneca, Sant’Agostino, scrittori e poeti come Goethe, Leopardi, Tolstoi, Dostoevskij, pur con diverse visioni, avevano suggerito agli esperti tracce e piste di lavoro scientifico. In poche parole la prosa artistica e le riflessioni  filosofiche intorno a un problema umano sono molto più proponibili e quindi più incisive quando sono rivolte al grande pubblico. La brutalità della guerra, la fame, la dittatura, l’alienazione rappresentate in una poesia, in un quadro, in un romanzo, in un film e, dunque, pure la condizione della disabilità nelle sue forme emarginanti oppure inclusive, sono più accessibili alla comprensione per la ragione che attraverso le emozioni – dolore e felicità – riescono a mostrare e a smascherare i drammi umani. Cinema e Letteratura, quando trattano i temi della diversità, empatizzano più di un saggio di scienze sociali. Un buon psicologo e un buon pedagogista devono, secondo me, formarsi ed aggiornarsi sul tema della disabilità, nella sua accezione umana più ampia, anche con un buon romanzo e con una  buona pellicola d’autore. Lo stile e la narrazione di un saggio sulla disabilità è quello della ricchezza dei dati, attendibilità delle analisi e della sobrietà del linguaggio, mentre quello di un’opera artistica si caratterizza sul piano della drammaturgia, espressa pure con metafore, situazioni surreali, eccessi che hanno la finalità di “sbalordire”. Nel caso di un romanzo o di una pellicola, questo verbo ha diversi significati: quello di “stupire, impressionare, turbare” il lettore o lo spettatore. Lo scopo è quello di farlo “riflettere”, verbo che in filosofia attiene a un ripiegamento verso se stessi per conoscere e prendere coscienza di un fenomeno. La letteratura è piena di personaggi con disabilità e storie di emarginazione sociale: da Rosso Malpelo, disprezzato e considerato cattivo a causa dei suoi capelli rossi e Ranocchio, chiamato così perché è sciancato, ideati da Giovanni Verga a Cinto, un ragazzino orfano con una grave malformazione alle gambe, del romanzo la “La luna e i falò” di Cesare Pavese. Come  non ricordare Quasimodo, l’essere deforme, noto come il gobbo campanaro di Notre Dame, protagonista del romanzo di Victor Hugo “Nostre Dame de Paris”. O il protagonista del romanzo “Il fantasma dell’Opera” di Gaston Leroux diventato anche film di grande successo. Erik, un uomo dal viso gravemente deformato, ha commosso lettori e spettatori, perché era dotato di una voce stupenda. Ci  sono pellicole d’autore complesse come Freaks del 1932 di Tod Browing, Elephant man  del 1980 diretto da David Lynch,  e poi c’è una produzione cinematografica più accessibile al grande pubblico con pellicole più immediate e compassionevoli come i film commedia Quasi amici – Intouchables del 2011; Corro da te del 2022, remake della pellicola francese Tutti in piedi (Tout le monde debout); L’ottavo giorno (Le Huitième Jour) del 1996;Adam del 2020, storia di  un giovane broker di successo che diventa tetraplegico dopo un incidente. Possiamo dire che anche le fiabe più classiche affrontano il tema della diversità? Infatti, il protagonista di “Pinocchio”, è un bambino di legno con un naso lunghissimo, o nella “Bella addormentata” troviamo la presenza dei sette nani. Da pedagogista pensa che, in qualche modo, si potrebbero utilizzare meglio per iniziare ad avvicinare i più piccini alla diversità? Se si come? I bambini, i più piccoli, hanno meno problemi degli adulti a relazionarsi con il tema della diversità, a meno che non siano oggetto di didattiche e di pedagogie che escludono, essendo infarcite di stereotipi e pregiudizi. Il teatro, le favole, le marionette e il cinema di animazione sono strumenti educativi importanti. I cartoni animati della Walt Disney, dedicati ai più piccini e non solo, sono stati un esempio di grande sensibilizzazione sui temi della diversità. Però è fondamentale che il docente e l’educatore siano formati ed in possesso delle molteplici chiavi di lettura di queste opere. Per esempio il cartone La bella e la bestia del 1991 è tratto da una fiaba di una scrittrice francese della metà del 1700, ma le lontanissime origini le troviamo in Amore e Psiche.  Dumbo è un classico del film d’animazione del 1941 che forse i bambini di oggi non conoscono. È la storia di un cucciolo d’elefante che viene emarginato dai suoi simili e ridicolizzato dai ragazzini per via delle sue grandi orecchie, finché sbalordirà tutti imparando a volare utilizzando le orecchie come ali. L’elefante che vola è una intelligente e originale metafora perché dimostra che pure chi ha un peso enorme, grandi orecchie e una lunga proboscide può volare come un uccello e non sentire la gravità delle sue disabilità. E come non ricordare Paperino e Paperoga personaggi diversi e speciali che hanno catturato il pubblico proprio per le loro fragilità.Un fattore molto importante per la serenità di una persona con disabilità è sicuramente l’essere accettata dai propri genitori. Il libro “Un’esperienza personale” di Kenzaburo Oe, Premio Nobel per la letteratura 1994, narra la vicenda di un padre che rifiuta il grave deficit cognitivo di suo figlio, fino al punto di pensare di ucciderlo. Una storia che purtroppo rispecchia la realtà, al di là, del fatto che accadono omicidi di figli disabili da parte dei propri genitori, ma anche il fatto che questi ultimi non li accettano è come se li “ammazzassero psicologicamente”, è d’accordo? “Non ti accetto”, “Non ti stimo”, “Ho vergogna di te”, “Non so cosa fare di te”, “Sei un peso” sono dichiarazioni di morte per qualsiasi essere umano. Sono, dunque, omicidi psicologici con l’aggravante di essere commessi nei confronti di un proprio figlio. E poi, naturalmente, c’è il senso della colpa per chi ha anche solo pensato quelle dichiarazioni. Lo scrittore giapponese  Kenzaburo Oe  nel  suo romanzo affronta il dramma della nascita, nel 1963, del suo primo figlio Hikari (Luce), affetto da una gravissima lesione cerebrale. Secondo la critica il libro è un atto d’accusa contro i pregiudizi sociali nei confronti dell’handicap. Come affrontare la nascita di un figlio con disabilità è uno dei temi più delicati che non può essere affrontato in solitudine e in assenza di sostegni. Anche in questo caso, oltre ai saggi di psicologia, la letteratura e il cinema intervengono sul tema con i loro particolari linguaggi.   Il film di successo “Forrest Gump” di Tom Hanks del 1994, racconta di un ragazzo che nonostante abbia problemi cognitivi e di deambulazione ha molto successo nella vita; vicenda che rispecchia molte vite reali di persone ritenute erroneamente “super eroi”. Secondo lei, libri autobiografici o pellicole tratte da una storia vera potrebbero aiutare a cambiare questa errata concezione? Senz’altro. Esiste una vasta letteratura e cinematografia di natura autobiografica  e biografica sul tema della condizione di disabilità che puoi aiutarci, come dicevo prima, a “riflettere”. Le storie personali sono importanti, specie se sono ben scritte e ben dirette. Questo accade quando l’autore riesce a universalizzare la propria particolare biografia. Penso alla pellicola del 2014 La teoria del tutto, tratta  dalla biografia “Verso l’infinito” dell’astrofisico Stephen Hawking. Anche il film Il mio piede sinistro del 1989 è stato tratto dall’autobiografia del pittore e scrittore Christy Brown. Entrambi hanno avuto un grande successo. Sono storie di persone reali, pur dotate di grandi qualità rispetto ad altre persone. Credo però che il percorso di vita per una persona con disabilità – dalla nascita o divenuta tale per malattia o incidente – sia una storia degna di attenzione in ogni caso. Non è necessario essere pittori o astrofisici per avere successo nella vita. Parliamo di quel successo fatto di quotidianità, sfide e traguardi, magari raggiunti con grandi sacrifici  nell’ambito degli studi, del lavoro, della vita sociale, degli affetti. In questo mondo, a volte così assurdo,  ogni persona – permettimi una romantica deriva esistenzialistica  – è un super eroe. Anche se è anonimo, sconosciuto e in assenza delle luci della ribalta e dell’ eco dei mass media.Poi nella storia dell’arte ci sono stati grandi interpreti in condizione di disabilità: penso alla pittrice messicana Frida Kalo, al pittore francese Toulouse-Lautrec, al pianista francese Michel Petrucciani, ai cantanti Ray Charles e Stevie Wonder. Ma queste sono altre storie!