E quindi in Italia non saremmo capaci di organizzare grandi festival?

Wait 5 sec.

Per anni la musica elettronica, nella percezione delle istituzioni e non solo nella loro, anche nella percezione dell’uomo comune, è stata in Italia più un problema che altro. O di sicuro comunque non una risorsa, non un qualcosa meritevole di aiuto, di considerazione. Questo perché era la musica che non era musica (perché fatta dalle macchine), era la musica che portava brutta gente (perché tutti drogati), era la musica che non aveva dignità artistica (andava per il divertentismo nelle discoteche), era la musica priva di santi in paradiso (perché i suoi appassionati a lungo sono stati troppo giovani per avere posizioni apicali nella politica o nell’economia).Per tutti gli anni ’90 e diremmo anche per il primo decennio dei 2000 la situazione è stata più o meno questa. Prima il testardo e visionario lavoro di Dissonanze, arrivato a conquistare un luogo iconico (e molto istituzionalizzato) come il Palazzo dei Congressi all’EUR), poi la crescita di Club To Club e Kappa FuturFestival a Torino (e, in misura minore, di Robot a Bologna) hanno iniziato a cambiare le regole del gioco.Regole del gioco (e d’ingaggio) che sono diventate ancora più interessanti quando Kappa FuturFestival ha iniziato a fare numeri da festival rock, grazie ad una costanza e testardaggine non comune, e lo stesso ha fatto Nameless, nato come evento un-po’-più-grande-di-una-festa a Lecco e diventato invece, nell’arco di un decennio, l’unico altro evento di elettronica assieme al FuturFestival capace di radunare in Italia 90.000 persone in tre giorni. Nel giocare con queste scale di numeri, né FuturFestival né Nameless (e, volendo, aggiungiamo anche le edizioni più ambiziose di Decibel Open Air) hanno voluto ricopiare come carta carbone il modello dei grandi raduni pop/rock.O meglio, lo hanno fatto sì, ma nel modo più intelligente e soprattutto al momento giusto: quando si sono accorti che i loro numeri erano ormai da mega-concerto live, hanno iniziato ad assoldare chi questi concerti li realizza e gestisce dal punto di vista tecnico. Gli addetti ai lavori lo sanno: se vai nei backstage di Torino durante il FuturFestival, giusto per fare un esempio, ci trovi praticamente tutta la crew che cura i tour dei Subsonica (…e non solo loro), mica a caso; e oggi se studi l’organizzazione del lavoro tecnico e produttivo di Nameless, scopri che al suo capo c’è un veteranissimo come Jimmy Pallas, una leggenda a livello della produzione esecutiva dei grandi concerti rock.(Il Main Stage di Nameless: mica male; continua sotto)Non nascondiamocelo: a lungo la musica elettronica è stata feudo di geniali improvvisati, o improvvisati geni, che hanno pensato con assoluta convinzione che per organizzare bene le cose bastasse riempire bene la boule con le bottiglie di vodka, Red Bull, gin e tonica, ed essere incredibilmente amichevoli con i dj e i loro famigli dandogli tutto quel che chiedono stupefacenza compresa, oltre ad occuparsi di riempire di belle donne il dietro console, e insomma, un festival era solo una versione un po’ più grande (o molto più grande) di una serata nei club. Ce li ricordiamo bene alcuni fallimenti fragorosi: nati proprio da questo modo di pensare, da queste convinzioni ingenue e un po’ arroganti.È passata molta acqua sotto i ponti. Ed è passata bene, lo ribadiamo, non perché ora gli eventi di elettronica siano tali e quali a quelli del rock, ma semmai perché gli eventi di elettronica hanno comunque mantenuto una, scusate la definizione fredda, “attenzione all’ospite/cliente” che i promoter in campo pop-rock difficilmente hanno mai concepito. Chi arriva dall’elettronica e dal clubbing sa che è importante far sentire coccolato il cliente (sennò non torna alle tue serate), sa che è fondamentale farlo bere se non bene almeno in modo vagamente decente (sennò il fatturato non si arrotonda), sa che è importante creare anche un immaginario (di modo che lo spettatore sia affezionato a te almeno quanto è affezionato all’artista che si esibisce, di modo che da te ci torni). Sa anche che è importante la tecnologia: lo è nella musica, ça va sans dire, è fatta in primis dai computer e dai software, la musica elettronica; ma lo è anche nelle luci, nel suono, nell’impianto scenico, nell’idea che attorno a te per farti stare bene ci si affidi insomma anche all’innovazione, a qualcosa che ti possa coccolare o meravigliare, che si muova – nel senso più profondo del termine – attorno a te.Dovrebbe a tutti essere chiaro quale poderoso scossone abbiano dato gli eventi di musica elettronica, nel momento in cui sono usciti dall’underground carbonaro o dalla nicchia alternativa per diventare invece (anche) grande impresa nel campo dell’eventistica liveI grandi promoter rock, e guardate che non è solo un fenomeno italiano ma mondiale, a lungo si sono fregati di tutte queste questioni: perché le vedevano come collaterali, superflue. Conta(va) il nome del gruppo, la fandom degli spettatori verso chi sta sul palco, questo e nient’altro: se c’è quello, allora si può intruppare tutti quanti anche in luoghi non allestiti o allestiti all’osso, farli bere in bar che è già tanto se ti danno la birra annacquata, metterli in luoghi impersonali come gli stadi o i palasport, non spendere manco un euro in ideazioni grafiche, visual identity, luci accessorie, campagne di comunicazione un minimo sofisticate, eccetera eccetera.A lungo è andata così.E in molti casi, lo sta ancora facendo.Dovrebbe esservi chiaro quale poderoso scossone abbiano dato gli eventi di musica elettronica, nel momento in cui sono usciti dall’underground carbonaro o dalla nicchia alternativa per diventare invece (anche) grande impresa nel campo dell’eventistica live. In Italia questo l’abbiamo visto davvero bene. E lo vediamo tutt’ora, aggiungiamo: i grandi promoter della musica live nostrana si limitano ancora per lo più a seguire le schede tecniche che gli arrivano dai management dei gruppi che chiamano a suonare e, per la comunicazione, a fare copia carbone delle grafiche legate alla/alle band in questione (al massimo, con qualche dozzinale aggiunta fatta palesemente da mio cuggino); non dedicano – tranne qualche rara, casuale eccezione – la stessa cura e meticolosità su mille questioni collaterali, questioni che chi ha a che fare con l’elettronica e il pubblico da eventi di elettronica è praticamente obbligato a curare, ed è abituato a curare.Il mantra “In Italia non è possibile fare bene eventi grandi, non siamo mica l’Olanda o la Germania o l’Inghilterra noi… Facciamo sempre delle poracciate!” negli ultimi anni è stato regolarmente e brillantemente smentito da Kappa FuturFestival da un lato, Nameless dall’altro. Due eventi che hanno uno standard produttivo altissimo, di livello globale. Non a caso il FuturFestival vende almeno metà dei suoi biglietti all’estero, è diventato fenomeno globale; non a caso Nameless è partito da tendone per 3000 persone a festival su un area sterminata capace di ospitarne 30.000 al giorno di persone, con anche qui gli stranieri in vertiginoso aumento. Nel caso di entrambi i festival, aggiungiamo, e questo è un punto fondamentale, si è creata proprio un’affezione del pubblico verso l’evento, la sua estetica e finanche la sua etica. Mi dite per favore che affezione c’è verso Rock In Roma, Firenze Rocks, I-Days, giusto per fare i nomi dei più grossi? Realtà che per carità i biglietti li vendono, visti i nomi in cartellone, ma hanno di loro identità artistica, emotiva e visuale zero – potrebbero anche chiamarsi Pippo, Pluto e Topolino che non cambierebbe nulla (…al massimo gli farebbe causa la Disney: toh, quello sì).Nel caso di Nameless e Kappa FuturFestival si è creata proprio un’affezione del pubblico verso l’evento, la loro estetica e finanche la loro etica. Ci dite per favore che affezione c’è verso Rock In Roma, Firenze Rocks, I-Days, giusto per fare i nomi dei più grossi?Di una cosa diamo credito a Victor Yari Milani sul caso Hellwatt Festival (per quanto riguarda le critiche, sapete che non abbiamo fatto sconti): almeno aveva capito che attorno ad un evento bisogna costruire uno stile ed un immaginario. Disarcionato lui, e prima del take over come direzione artistica di Zamna (altra entità che arriva dall’elettronica!), gli eventi di luglio 2026 di Campovolo erano stati rinominati “RCF Arena Summer Shows”. Capite? C’è bisogno di aggiungere altro?Il problema di Milani è che ha gestito Hellwatt Festival come se fosse una serata ad inviti in un club o una festa privata a base di riccanza, di quelle dove conta più che altro divertirsi anche se si perdono soldi (immaginiamo che la festa del matrimonio della figlia di Putin o le feste in villa ad Ibiza con Cristiano Ronaldo, che lui si fregia di aver organizzato, non avessero in effetti il problema di arrivare al break even, e nemmeno di essere irreprensibili dal punto di vista della sicurezza pubblica). Per questo si è arrivati al disastro, e non bastava certo sbandierare un direttore di produzione bravo ed espertissimo come Vittorio Dellacasa (con cui si è scontrati di continuo, ignorandone ogni avvertimento) o avere in charge per safety e logistica l’ottimo ed esperto Studio Sigfrida (con cui ci si è scontrati ancora di più, ci sono stati episodi gravissimi a sentir certi racconti) per tenere in piedi la baracca, nel momento in cui queste due entità non erano ascoltate e rispettate, ma solo utilizzate malvolentieri come foglia di fico.E qui arriviamo al punto.La vera chiave sta nel saper combinare il know how maturato dai grandi eventi pop rock per quello che succede dietro al palco e la visione sviluppata dalla nuova generazione di promoter in arrivo dall’elettronica “attorno” al palco, una visione intrisa di tecnologia e di un minimo di rispetto verso il cliente, di voglia di sedurlo, non solo di spremerlo senza dargli nulla in cambio. Nameless e Kappa FuturFestival in questo sono stati e sono assolutamente magistrali. Due esempi da seguire.(Iconico a dir poco, il Main Stage del Kappa FuturFestival, ed è una scelta fortemente voluta; continua sotto)Lo ha ribadito ancora di più Nameless, nel weekend appena passato. Nuova location: sulla carta molto più impattante ad esempio per il traffico e per i parcheggi, visto che si passava dall’isolamento dei territori sgombri vicini a Barzio ed Annone Brianza a Lecco, una città vera e propria quindi, una conurbazione densa, che vive una vita sua al di là del festival, oltre ad essere snodo per chi va verso il Lago di Como da est o verso la Valsassina e la Valtellina, mete frequentatissime. E al di là del traffico, gestire 30.000 persone al giorno che devono stare dalle 4 alle 10 ore nello stesso posto, mangiare, bere, cambiare palchi, possibilmente non annoiarsi e non rompersi i coglioni, è difficilissimo. Molte cose possono andare male; basta una piccola imprecisione nell’immaginarsi flussi e consumi e voilà, ecco che si creano colli di bottiglia, file interminabili ai bagni ed ai bar, difficoltà nel godersi i vari act nel modo corretto, insoddisfazione, risentimento…(Uno scorcio di uno degli angoli più intimi ma infuocati del festival: l’area house, curata da Red Bull, con un PA d’eccezione ad altissima qualità; continua sotto)Tolto qualche problema col pagamento cashless tramite carta di credito (ecco, ad esempio: niente token-inculata, niente refunds  e refill per cui bisogna essere laureati in matematica ed astrofisica, niente contante che gira invisibile agli occhi del fisco), l’edizione 2026 di Nameless è stata un orologio. Se qualcosa nel primo giorno non era stato perfetto, vedi appunto quanto sopra, oppure l’audio del Main Stage, il giorno dopo era prontamente e brillantemente corretto. Gestione dei flussi di pubblico? Quasi perfetta (sarà giusto da allargare l’area di uscita a fine giornata). Problemi col traffico? Praticamente inesistenti (poteva invece essere un collasso). Modalità d’afflusso? Perfette, grazie anche all’accordo con Trenord per aumentare la frequenza dei treni (in tantissimi sono arrivati in treno e, fidatevi, diventava un’esperienza nell’esperienza, nell’accezione migliore del termine).Mentre la Prefettura di Reggio Emilia vietava lo svolgimento di Kanye e Travis (ma come spiegavamo, ci pare una gabola nata in accordo con Campovolo), quella di Lecco ieri pomeriggio lodava apertamente la tre giorni di Nameless per come si è svolta. Come dire: scopri le differenze.Non è solo la Prefettura: in generale ci sembra che Nameless, che nasce in fondo come festival elettronico sì ma comunque generalista e “commerciale”, abbia saputo negli anni davvero qualificare agli occhi di tutti l’entità “festival di musica elettronica” come qualcosa di non più problematico, non più costruito solo a misura di drogati/fissati, non più “alieno” rispetto alle “persone normali”, ma anagraficamente trasversale, in equilibrio illuminato tra nicchia e nazionalpopolare, una festa insomma inclusiva al cento per cento – come del resto è in tantissimi Paesi nel mondo da anni, dove sull’argomento c’è ben altra educazione e tradizione (basta vedere l’effetto che ha avuto l’arrivo in massa degli stranieri tranquilli, sereni, variegati e presi bene sul clima che si respira al Kappa FuturFestival, effetto che a sua volta ha allargato a dismisura il target potenziale anche italiano di gente che va al festival del Parco Dora, circolo virtuoso).(Ehi, voi, veterani: quest’anno a Nameless c’era pure Todd Terry, grazie a Glitterbox; continua sotto)Poi, per carità, ci sono cose nella edizione 2026 di Nameless che nel 2027 si potranno migliorare. L’allestimento degli spazi: per la giustificata ansia di fare a modo le cose fondamentali ci si è in parte dimenticati di lavorare meglio su quelle secondarie, abbellendo cioè gli spazi, le luci, le piccole trovate d’allestimento. La Nameless Tent: è il “cuore pulsante” dell’animo più puro e battagliero e da fandom vera di Nameless, un posto dove ti muovi su sonorità cazzutissime e da nicchia battagliera, niente turisti in quella tenda (o, se ci sono, diventano immediatamente fan per la vita o se ne vanno via perplessi) e quest’anno onestamente ha fatto un passo indietro come spazi e luci. La Lake Como Music Week (che, disclaimer, mi ha visto coinvolto personalmente come curatore): bella l’idea, ammirabili gli scopi e le implicazioni (in effetti anche su questo – i workshop e talk collateriali – i festival elettronici hanno sempre avuto una marcia in più rispetto a quelli pop e rock), ma andava promossa prima e meglio.(Nameless Tent quest’anno al risparmio, ma non certo di energia ed entusiasmo degli hardcore fan del festival; continua sotto)Capite però che sono aspetti assolutamente secondari. Il festival, essenzialmente, è andato alla grande. Le esibizioni nei vari palchi sono andate avanti come orologi; lo staff tecnico e produttivo ha fatto un lavoro mostruoso (e, ve lo garantiamo, praticamente sempre senza ansia e moltissimo invece col sorriso); le persone sono state accolte, nutrite, dissetate, divertite a modo; i parcheggi hanno funzionato; le navette pure, l’arrivo in treno al festival, come dicevamo, una figata; il fatto di essere non nel nulla ma a mezz’ora di cammino dal centro di una città “vera” come Lecco, un valore aggiunto; nell’area del festival avere il lago da una parte e le montagne dall’altra, impagabile.(La vista dietro il Main Stage; continua sotto)Poi non venite a dire che in Italia non sappiamo fare i grandi festival. Che bisogna andare all’estero per forza.Anche perché, fra praticamente un mese esatto, a occhio a Torino negli spazi del Parco Dora di nuovo sarà ribadito a chiare lettere questo concetto, grazie al Kappa FuturFestival, al suo luogo industrial-magico ed alla sua line up come sempre semplicemente stellare: in Italia, se esperienza incontra innovazione con i giusti equilibri, se si danno le cose in mano ai consapevoli e non agli improvvisati, i grandi festival si possono fare eccome.E sono pure una figata.The post E quindi in Italia non saremmo capaci di organizzare grandi festival? appeared first on Soundwall.