di Dario Rivolta * – Non bisogna essere antisemiti per sentirsi indignati da ciò che Israele ha fatto e sta ancora facendo a Gaza e in Libano. In spregio a ogni presunto diritto internazionale, quelle carneficine senza fine suscitano un naturale rifiuto anche in chi, per sentimento o per convenienza strategica, guarda con simpatia verso Israele. Purtroppo per loro l’attuale governo di Tel Aviv fa di tutto per alimentare una condanna mondiale e sembrerebbe che perfino Trump non li sopporti più, perché gli stanno impedendo di raggiungere con l’Iran una qualunque pace che gli consenta di salvare la faccia. Tuttavia, non va dimenticato che la società israeliana è estremamente composita e, a fianco di forsennati nazionalisti e di insopportabili fanatici religiosi, c’è un gran numero di cittadini contrari al comportamento del loro governo. Quando nel prossimo ottobre, come previsto, si terranno le elezioni politiche, staremo a vedere cosa sceglierà la maggioranza della popolazione.Un osservatore di politica internazionale, che comunque voglia essere il più possibile obiettivo deve, almeno nel momento dell’analisi, prendere le distanze dalle istintive reazioni emotive e cercare di capire i punti di vista di tutti gli attori in campo.Della prospettiva dei palestinesi e di gran parte delle popolazioni arabe conosciamo da lungo tempo la posizione politica. Sin dalla creazione, certificata dall’ONU, dello Stato di Israele, gli originali abitanti di quei territori si sono sentiti defraudati dei loro diritti su quelle terre e ben tre guerre principali, perse, erano già avvenute prima dei terribili fatti del 7 ottobre. Come non bastasse, anche i palestinesi che hanno continuato a vivere all’interno di quel che era diventato Israele, nella pratica sono soltanto cittadini di serie B e tale condizione è stata ulteriormente confermata con la Legge Fondamentale del 2018, voluta dal governo Benjamin Netanyahu. Tale legge ha formalmente espresso che Israele è lo “Stato ebraico” (“solo il popolo ebraico ha il diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele”, e “l’ebraico è la lingua ufficiale, mentre l’arabo ha uno status speciale”, cioè minore, ndr). Per quanto riguarda Hezbollah e Hamas, essi, a differenza di quanto almeno a parole dichiarava l’Autorità Palestinese, sostengono che non vi sia alcuna possibilità di avere “due popoli, due Stati”, perché entrambe le organizzazioni sono nate con l’esplicito obiettivo di eliminare completamente Israele e rientrare in possesso di tutto il territorio. Per questo scopo si sono armate e rinunciare agli armamenti, come richiesto da Washington e Tel Aviv, significherebbe per loro venir meno alla propria stessa ragion d’essere.Prima degli avvenimenti del 7 ottobre, diversi Stati arabi della zona, più il Sudan, il Marocco, il Kazakistan e il Somaliland, avevano deciso di sottoscrivere con Israele un impegno di collaborazione tramite gli Accordi di Abramo. Perfino l’Arabia Saudita sembrava pronta ad aderirvi e, molto probabilmente l’assalto del 7 ottobre fu pensato proprio per impedire quest’ultima adesione, provocando un’esagerata reazione israeliana e creando così una nuova difficoltà politica per la possibile pacificazione. Pacificazione che, non dimentichiamolo, sarebbe stata comunque raggiunta sulle spalle dei diritti dei palestinesi. Inoltre chi, per motivi di volontà egemonica sul Medio Oriente, non aveva alcun interesse a che la questione trovasse una pur parziale soluzione era l’Iran, che da tempo finanziava e riforniva di armi sia Hezbollah sia Hamas (in barba alle differenze religiose: i primi sciiti, i secondi sunniti, mentre l’Iran è sciita), accreditandosi quale unico e vero difensore dei palestinesi e dell’Islam.Considerato quanto sopra, le ragioni della volontà israeliana di annientare senza pietà le due organizzazioni e distruggere l’Iran sembrerebbero chiare ed evidenti, ma non si possono disconoscere altri motivi che guidano il comportamento di Netanyahu e del suo governo. Indispensabili per garantire la maggioranza sono anche due partiti di estrema destra, uno più nazionalista e l’altro con forte identità religiosa. Tra questi ultimi il leader è l’attuale ministro delle Finanze Bezalel Smotrich che, a febbraio scorso non si è trattenuto dall’affermare che uno dei suoi obiettivi politici è cancellare i maledetti Accordi di Oslo, smantellare l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), imporre la piena sovranità israeliana sulla Cisgiordania e reintrodurre un’amministrazione militare israeliana nei territori occupati. Nel suo partito (e altrove) ci sono anche fanatici religiosi che prendono alla lettera quanto scritto nel Deuteronomio (20:16–18), uno dei cinque libri della Torah: «Nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri…». È pur vero che molti commentatori dei libri sacri ritengono che quelle parole vadano interpretate in senso riduttivo e non letterale, ma lo stesso problema interpretativo si pone anche con il Corano. Infatti, anche tra i musulmani c’è chi si comporta da fanatico quando parla di Jihad e chi invece cerca un’interpretazione del testo più conciliante. È bene ricordare che tra i religiosi fanatici israeliani ce ne sono anche alcuni che invocano la guerra ma rifiutano di prestare personalmente il servizio militare. Che dire poi di Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, e dei suoi comportamenti visti in televisione e da lui fatti riprendere e diffondere con disgustosa supponenza?Al di là dei vari fanatismi, se vogliamo trovare una qualunque giustificazione strategica alla volontà israeliana di estendere il proprio attuale territorio, occorre ricordare che il Paese è circondato a sud e a nord da nemici armati che ne chiedono la distruzione e che tra un confine e l’altro raggiunge al massimo 114 chilometri e al minimo circa 10. Le guerre finora condotte, di cui una addirittura preventiva da parte di Tel Aviv, hanno visto la vittoria dell’IDF grazie sia al forte sostegno americano sia all’abilità strategica dei suoi generali, sia alla dedizione di tutti i cittadini. Nessuno può tuttavia dare per scontato che queste condizioni si ripetano e che altri eventuali attacchi di guerrieri altrettanto motivati e armati con mezzi moderni siano sempre automaticamente sconfitti. Invero, se la linea del fronte fosse sfondata, i cento chilometri di retrovie sarebbero ben poca cosa per consentire un contrattacco. Ecco perché, anche se ufficialmente non è ammesso, Israele si è dotato dell’arma atomica e vuole impedire che uno qualunque dei potenziali nemici, vedi Iran, possa dotarsene. Ecco anche perché, indipendentemente dalle farneticanti dichiarazioni di Smotrich, l’IDF cercherà di non lasciare più i territori altrui che ora sta occupando.La logica di ciò che sta succedendo è ben chiara al presidente libanese Aoun che, se gli fosse possibile, non solo firmerebbe immediatamente per la pace, ma sottoscriverebbe volentieri un qualunque trattato di amicizia con Israele per rassicurarla che, da parte libanese, non dovrà mai temere nulla. Purtroppo tutti sappiamo che il governo di Beirut non controlla Hezbollah e che, nonostante i frequenti e ripetuti inviti al disarmo di tutte le forze politiche libanesi dopo la fine della guerra civile, Hezbollah non lo ha mai accettato e si è sempre comportato come uno Stato nello Stato, esercitando il proprio potere, anche con la violenza, su certe fette di territorio (vedi il sud del Libano e la Bekaa), sul governo e sui nodi infrastrutturali quali l’aeroporto e il porto di Beirut.Ovviamente, tutti auspichiamo che i conflitti si concludano presto e che palestinesi ed ebrei possano convivere pacificamente, magari in due Stati vicini e confinanti, ma la reciproca diffidenza, gli opposti obiettivi e le recenti stragi stanno costruendo un muro che sarà sempre più difficile abbattere.* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.