Ecco perché l’Iran sta perdendo e gli Usa stanno vincendo

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Pressoché ignorato dai nostri media, il segretario di Stato Usa Marco Rubio, davanti alla Commissione Affari esteri della Camera, è tornato su alcuni punti del conflitto con l’Iran spesso ignorati o sottovalutati, che invece è importante tenere sempre bene in mente per inquadrare correttamente gli eventi.Definire la vittoriaRubio ha ricordato che l’operazione Epic Fury “si è conclusa” ed eventuali ulteriori attacchi, d’ora in avanti, saranno di natura “puramente difensiva” e, ha aggiunto, volti a proteggere le navi mercantili che tentano di attraversare lo Stretto di Hormuz.Questo ci riporta a due questioni fondamentali. L’obiettivo prioritario degli attacchi americani e israeliani, ha ribadito, era smantellare uno “scudo” di armi convenzionali – missili, droni, marina – di cui il regime iraniano si stava dotando per proteggere il proprio programma nucleare.Abbiamo definito la vittoria come la distruzione della loro base industriale della difesa, la significativa riduzione del numero di lanciamissili in loro possesso e la significativa riduzione delle loro scorte di droni, e abbiamo raggiunto tutti quegli obiettivi.Il regime changeIl cambio di regime non era tra gli obiettivi prioritari, come ripetuto più volte da Trump e dagli altri esponenti dell’amministrazione, quanto piuttosto un evento desiderato, cercato – come dimostrano l’eliminazione dei vertici e gli attacchi alle strutture repressive – ma troppo dipendente da una serie di variabili e dinamiche interne che sfuggono al completo controllo di americani e israeliani.Se non era scontato che potesse funzionare lo “schema venezuelano”, non è mai stato realistico ritenere che bastasse premere un pulsante per innescare il cambio di regime a Teheran. Di sicuro non l’hanno mai pensato a Washington e Gerusalemme, dove hanno sempre detto che l’obiettivo era quello di indebolire il regime, creare le condizioni per un suo crollo, ma che in ultima analisi questo dovesse avvenire dall’interno e il timing non era prevedibile, come ha ben spiegato nelle scorse ore Benjamin Netanyahu.La riapertura di HormuzSecondo, Hormuz. La riapertura dello Stretto e la rinuncia al nucleare e alle scorte di uranio altamente arricchito sono le due richieste irrinunciabili di Washington al regime iraniano. Ma la Marina Usa è già impegnata nello sminamento e nella difesa delle navi commerciali che intendono attraversare lo Stretto. Il che induce a pensare che non ci sarà un’ora X dalla quale lo Stretto di Hormuz sarà completamente riaperto. La riapertura è piuttosto un processo, sia diplomatico che militare, già avviato.Come ha scritto qualche giorno fa Bloomberg, “una versione più discreta” del Project Freedom sarebbe già in corso:Anziché lanciare una sfida aperta all’Iran, gli Stati Uniti stanno coordinando con discrezione le proprie azioni con gli armatori disposti ad adottare un approccio diverso. Le prove ricavate dalle dichiarazioni del Centcom, dai dati di navigazione e da fonti a conoscenza dei transiti suggeriscono che le navi stiano spegnendo i transponder e si mantengano vicino alla costa omanita a sud dello Stretto per evitare le mine iraniane, con l’assistenza militare statunitense in caso di necessità.Martedì scorso il Centcom ha reso noto l’abbattimento di droni iraniani diretti contro navi mercantili che “stavano legittimamente transitando nelle acque regionali”, nonché “attacchi di autodifesa” contro postazioni di controllo terrestre iraniane. Segnali che suggeriscono una collaborazione tra gli Stati Uniti e le compagnie di navigazione.“Sebbene le forze statunitensi non stiano effettuando scorte, continuiamo a comunicare e a coordinarci con le navi commerciali che cercano di attraversare liberamente e in sicurezza lo Stretto di Hormuz, un corridoio internazionale cruciale per le economie regionali e globali”, ha dichiarato lunedì in una nota il direttore delle relazioni pubbliche del Centcom.Nel fine settimane, il capo del Pentagono Pete Hegseth ha fatto riferimento all’impegno Usa per la ripresa del traffico in questi termini: “ciò che siamo in grado di fare e che stiamo facendo, che sia noto o meno, nello Stretto”.Nel corso della sua audizione il segretario Rubio ha anche spiegato che “il presidente e l’amministrazione erano consapevoli che ci sarebbero state conseguenze”, delle possibili ritorsioni da parte dell’Iran, ma hanno valutato che le conseguenze dell’inazione sarebbero state “peggiori”. “Tutti i fattori di rischio erano compresi”, ma il rischio più grande era che l’Iran potesse dotarsi un’arma nucleare. “Tutti sapevano cosa avrebbe fatto l’Iran in risposta, eravamo preparati a qualsiasi risposta… ma non possono avere un’arma nucleare”.Iran più deboleDunque, sapevamo fin dall’inizio, perché proclamato in ogni modo dall’amministrazione Trump, che si trattava di una guerra limitata nel tempo (4-6 settimane) e, come ricordato, negli obiettivi. Sappiamo che finirà davvero solo con il crollo del regime degli ayatollah e che forse non sarà questa la battaglia decisiva.Ma anche l’ex segretario di Stato Condoleezza Rice, che non fa parte dell’amministrazione e non può certo essere definita una simpatizzante trumpiana, anzi fa parte del vecchio establishment di politica estera Usa, sul Wall Street Journal ha riconosciuto che la campagna iraniana “ha ottenuto abbastanza per produrre un Medio Oriente molto migliore”.Dal punto di vista militare, ha degradato la capacità dell’Iran di proiettare potenza, danneggiato in modo significativo le sue forze convenzionali, le scorte di missili e droni, e la sua capacità di rifornire i proxy.Dal punto di vista politico, “ha avvicinato gli Stati Uniti, Israele e gli Stati arabi attraverso la cooperazione in materia di difesa e lo scambio di intelligence“. “Molti regimi arabi non mettono più in discussione la legittimità di Israele; al contrario, cercano i benefici della cooperazione tecnologica ed economica con Israele. La modernizzazione è la loro motivazione più forte”.E infine ha dimostrato che i leader iraniani sono “vulnerabili” alla potenza militare e alle intelligence americane e israeliane. E che sebbene il regime possa bloccare il traffico nello Stretto di Hormuz, questa è una “leva limitata“, dal momento che il blocco navale Usa lo pone di fronte alla prospettiva di una catastrofe economica.L’ex segretario di Stato ha quindi messo in guardia dalla narrazione mainstream secondo cui l’Iran starebbe vincendo, o in una posizione di forza, mentre gli Usa starebbero andando incontro ad una sconfitta strategica. A suo avviso è vero il contrario:L’Iran oggi è molto più debole di quanto lo fosse a febbraio. Nessuna quantità di propaganda iraniana può mascherare questa realtà. Gli obiettivi a breve termine dell’America dovrebbero essere quelli di mantenerlo in quello stato di debolezza, di rafforzare il riallineamento politico della regione e di garantire che la promessa del presidente Trump, secondo cui l’Iran non avrà mai un’arma nucleare, venga mantenuta.Meglio nessun accordoE secondo la Rice, in realtà “gli Stati Uniti non hanno bisogno di un accordo nucleare con l’Iran per raggiungere questi obiettivi”. In breve, Trump dovrebbe solo consolidare i risultati militari e politici ottenuti.“La pazienza strategica è difficile e non sempre soddisfacente. Ma il tempo è dalla parte degli Stati Uniti e dei loro alleati. Non raggiungere un accordo va bene. Raggiungere un brutto accordo no”, conclude.L'articolo Ecco perché l’Iran sta perdendo e gli Usa stanno vincendo proviene da Nicolaporro.it.