Non può essere solo delirio ideologico

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di Francesco Pontelli – Se si osservano le scelte politiche adottate negli ultimi anni, appare sempre più evidente che le istituzioni europee non stiano orientando la propria politica economica e industriale soltanto sulla base dell’impianto ideologico che ha dato origine al Green Deal, una strategia che, secondo molti osservatori, sta penalizzando il sistema industriale europeo e, in particolare, il settore automotive.Viene spontaneo chiedersi se dietro questa ostinazione non vi siano anche altri interessi. Alcuni ritengono che esista un disegno politico che finisce per favorire indirettamente la Cina, così come in passato altre influenze esterne hanno cercato di incidere sulle scelte europee. È una tesi controversa, ma che nasce dall’apparente contraddizione tra gli obiettivi dichiarati di tutela dell’industria europea e gli effetti concreti delle politiche adottate.Mentre gli Stati Uniti hanno imposto da tempo dazi del 100% sulle auto elettriche cinesi e stanno progressivamente ampliando le restrizioni nei confronti dei prodotti tecnologici provenienti da Pechino, l’Unione Europea continua a sostenere il mercato dei veicoli elettrici attraverso incentivi che, di fatto, favoriscono anche i produttori cinesi. Washington, infatti, non si limita più alle tariffe doganali, ma ha introdotto norme che impediscono l’accesso al mercato statunitense di veicoli progettati in Cina e dotati di tecnologie avanzate di connessione, invocando ragioni di sicurezza nazionale. Entro il 2030 le restrizioni potrebbero estendersi ulteriormente anche ad altri comparti tecnologici, compresi alcuni microchip prodotti in Cina.In Europa, invece, il sistema degli incentivi e delle normative sulle emissioni continua a privilegiare la mobilità completamente elettrica, nonostante in molti Paesi europei, Italia compresa, una parte significativa della domanda si orienti ancora verso le motorizzazioni ibride plug-in.Le regole europee sui crediti ambientali e sui target di riduzione delle emissioni di CO₂ finiscono inoltre per penalizzare soprattutto i costruttori tradizionali europei, in particolare quelli tedeschi, mentre offrono un vantaggio competitivo ai produttori cinesi. Questi ultimi, essendo fortemente concentrati sulla produzione di veicoli elettrici, non solo evitano le sanzioni previste dalla normativa europea, ma possono accumulare crediti ambientali da rivendere sul mercato, trasformando le regole di Bruxelles in una fonte aggiuntiva di profitto.A ciò si aggiunge il massiccio sostegno garantito per anni dal governo cinese all’intera filiera delle batterie e dei veicoli elettrici. Grazie a tali sovvenzioni, le aziende cinesi, tra cui BYD, possono esportare in Europa automobili a prezzi significativamente inferiori rispetto a quelli dei concorrenti europei.Che questa situazione sia il risultato di un’impostazione ideologica o di interessi economici e politici più complessi è materia di dibattito. Ciò che appare evidente è che l’attuale strategia europea rischia di indebolire la propria base industriale proprio mentre altre grandi potenze rafforzano gli strumenti di protezione delle rispettive economie.Il prezzo di queste scelte potrebbe essere molto elevato e tradursi, nei prossimi anni, in una significativa perdita di capacità produttiva e di posti di lavoro nel settore industriale europeo.