Comunalità e interdipendenza. Nones indica la strada per la difesa europea

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Siamo ormai entrati nel quinto anno di una nuova era, iniziata con l’attacco della Federazione Russa all’Ucraina. Si è così chiusa quella precedente, iniziata con la fine della Seconda Guerra Mondiale settantasette fa.I tratti caratteristici della nuova era sono sotto gli occhi di tutti. Il quadro strategico è sempre più incerto e imprevedibile: tensioni e crisi possono prendere diverse direzioni in modo estremamente fluido, spiazzando e sorprendendo tutti. Si è passati da un mondo “relativamente stabile” a “fortemente instabile”: l’arco delle crisi si è allargato verso oriente ed occidente e verso settentrione, entrando nel territorio europeo.Il passaggio dalla “forza del diritto” al “diritto della forza” segna la crisi dell’ordine internazionale basato su regole condivise, sostituito dalla supremazia degli Stati più forti che impongono la propria volontà. La politica di potenza si è allargata dal livello politico-diplomatico a quello economico-finanziario e militare assumendo un carattere di brutale prepotenza.Il risultato è il depotenziamento delle organizzazioni internazionali: sempre meno efficaci nel gestire la governance del mondo e delle crisi (dalle Nazioni Unite ai diversi Trattati per arrivare alla Nato).Per l’Italia e per l’Europa si sta verificando un’ulteriore preoccupante novità: la divaricazione transatlantica che ha ridotto rapidamente e fortemente il quadro della deterrenza e, nel mondo sempre più tecnologico in cui viviamo e in cui la dualità civile-militare è diventata prevalente, sta gettando ombre sull’ancora forte dipendenza europea dal sistema americano.L’Unione europea ha cercato, in parte, di contrastare e rallentare questo cambiamento e, in parte, di reagire con una serie di iniziative volte a rafforzare le sue capacità di difesa e sicurezza sia direttamente (finanziamento di programmi di ricerca e sviluppo e di accelerazione di alcune produzioni e prestiti agli Stati membri) che indirettamente (soprattutto attraverso il sostegno all’Ucraina). Ma tutto ciò non è stato sufficiente perché l’attuale governance e perimetro di azione sono rimasti quelli costruiti ventinove anni prima col Trattato di Maastricht, a sua volta basato su quello, quarantacinque anni prima, di Roma. Nella nuova era l’Unione si è presentata, quindi, a giudizio unanime come un “gigante economico”, ma un “nano politico”, impotente di fronte ad un mondo di predatori in cui, per dirla con la felice sintesi del primo ministro canadese Carney, “se non siedi al tavolo sei nel menù”.È mancato il coraggio di prendere atto che in un mondo così radicalmente cambiato, bisogna trovare e utilizzare nuovi approcci e nuovi strumenti politici, istituzionali e giuridici.Per questo, al di là dell’aumento della spesa per la difesa, l’Europa dovrebbe darsi un obiettivo strategico e due obiettivi politico-militari. Il primo riguarda il coinvolgimento del Regno Unito (ma anche di Norvegia e Islanda), Paesi europei della Nato ma non dell’Unione; sul piano politico e militare soprattutto il contributo inglese è fondamentale ed è quindi necessario per assicurare la difesa europea. I secondi riguardano la “comunalità” degli equipaggiamenti militari e la “interdipendenza” dei Paesi coinvolti.Per la “comunalità”, va ricordato che l’utilizzo di troppi diversi modelli di ogni singolo equipaggiamento dimezzi, almeno, l’efficacia della spesa militare europea sul piano operativo, addestrativo, logistico, manutentivo. Fino ad ora, al di fuori dei programmi congiunti (dove, comunque, vi sono troppo spesso versioni “nazionali”) si è puntato sull’interoperabilità, ma il risultato è che abbiamo costruito una vera e propria Torre di Babele militare e che, purtroppo, anche i più recenti finanziamenti europei sono andati nella stessa direzione. Per inciso, va sottolineato che senza equipaggiamenti comuni è ridicolo parlare di “esercito europeo”: anche se si realizzasse questo sogno futuribile, la sua valenza militare resterebbe solo di facciata. Non a caso la proposta non viene discussa dagli unici che dovrebbero essere ascoltati, i militari. Senza “comunalità” non sarebbe possibile fondere le capacità delle Forze Armate dei partner e farle operare come se fossero integrate, pur rimanendo nazionali.Per la “interdipendenza”, va sottolineato che, a prescindere da ogni formale impegno politico, l’unica garanzia che potrebbe far superare timori e gelosie fra i principali Paesi europei sarebbe l’accettazione del principio che ciascuno dovrebbe essere indispensabile nella produzione di qualche equipaggiamento, soprattutto se di primaria importanza. Dipendere da altri partner se loro dipendono da noi potrebbe rendere accettabile l’indispensabile condivisione di una parte della nostra sovranità. Questo comporterebbe una progressiva, ma chiara, rinuncia a sviluppare nuovi programmi nazionali e la scelta di privilegiare programmi comuni e “specializzazione” nazionale in un quadro di reciproci riconoscimenti di leadership tecnologica e industriale. Questa impostazione potrebbe, inoltre, coinvolgere anche alcuni Paesi europei di minore dimensione allargandola alla supply chain dei componenti strategici.Non è una soluzione semplice, come del resto ogni altra ipotesi fino ad ora formulata, ma avrebbe alcuni vantaggi. Innanzi tutto, potrebbe essere impostata a livello intergovernativo, coordinandola, ma inizialmente non integrandola con gli impegni previsti dai Trattati europei. Questo consentirebbe di prevedere un limitato ricorso al principio dell’unanimità che sta bloccando l’Unione e una soglia molto elevata per l’accesso di Paesi “willing and able” (compresi quelli non Ue) in modo da assicurare una maggiore omogeneità dei partecipanti. Qualche interessante spunto potrebbe essere trovato nel Framework Agreement riguardante le misure per facilitare la ristrutturazione e l’attività dell’industria europea della difesa, sottoscritto il 27 luglio 2000 fra Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia e Regno Unito.In secondo luogo, concentrandosi sui principi di “comunalità” e “interdipendenza” nel campo degli equipaggiamenti militari, potrebbe basarsi su un utilizzo coordinato del meccanismo previsto dall’articolo 346, 1 b del Tfue: “Ogni Stato membro può adottare le misure che ritenga necessarie alla tutela degli interessi essenziali della propria sicurezza e che si riferiscano alla produzione o al commercio di armi, munizioni e materiale bellico; tali misure non devono alterare le condizioni di concorrenza nel mercato interno per quanto riguarda i prodotti che non siano destinati a fini specificamente militari”. Non vanno ovviamente dimenticate le limitazioni e i condizionamenti previsti dalle parti successive, ma è indubbio che niente vieta di considerare come “interessi essenziali della propria sicurezza” anche un accordo intergovernativo come quello prospettato. In quest’ottica va rilevato che il Trattato indica la “propria” sicurezza e non, formalmente quella “nazionale”. È possibile, e anche probabile, che sia la Commissione europea che gli Stati membri inizialmente esclusi non vedano di buon occhio questa soluzione, ma dovrebbero comunque prendere atto che avrebbero di fronte tutti i principali Stati membri (e non solo) che insieme rappresentano, di fatto, la quasi totalità delle capacità tecnologiche e industriali europee.In terzo luogo, questa soluzione potrebbe inizialmente riguardare solo i programmi strategici da sviluppare o che sono ancora nelle fasi iniziali, utilizzando massicciamente le EDT-Emerging and Disruptive Technologies: sistemi terrestri/navali di difesa aerea, velivoli da combattimento pilotati e non, velivoli da trasporto a medio raggio, elicotteri da combattimento, satelliti di osservazione, navigazione, comunicazione, sistemi di accesso allo spazio, sottomarini a propulsione convenzionale e nucleare, sistemi missilistici, veicoli pesanti armati cingolati e ruotati, sistemi di difesa cyber, ecc. Questo consentirebbe di muoversi in una cornice giuridica comune con un’organizzazione leggera e un approccio pragmatico cercando soluzioni specifiche senza pretendere di risolvere ogni problema, ma solo quelli più importanti ed urgenti. E, soprattutto, potrebbe consentire un pragmatico approccio “a geometria variabile”, più facilmente utilizzabile in un quadro che, anche se limitato in termini di paesi partecipanti, resterebbe frastagliato e in cui andrebbero cercati punti di equilibrio fra differenti esigenze militari, finanziarie e industriali, tempistiche di sostituzione degli equipaggiamenti impiegati, organizzazioni e procedure del procurement militare, ecc.Infine, potrebbe avvantaggiarsi ad un sistema industriale più maturo e strutturato rispetto a quello con cui ci si doveva confrontare ad inizio secolo. Il vertice della piramide è ormai consolidato e, quindi, ci si potrebbe concentrare sulla specializzazione settoriale sia con operazioni di Merger & Acquisition sia con la costituzione di nuove società transnazionali come è avvenuto in campo missilistico con Mbda e come si sta tentando di fare in campo spaziale con Bromo. Forse i tempi sono maturi anche per i velivoli militari, i mezzi pesanti terrestri, i siluri, alcuni sistemi elettronici.Nel nuovo mondo così cambiato e in continuo cambiamento l’Europa può sopravvivere solo se diventa più europea e meno nazionale e, per farlo, definisce un nuovo percorso che rafforzi la sua difesa e sicurezza, superando i limiti e gli ostacoli che fino ad ora l’hanno bloccata.