Il Cremlino prova a costruire una piattaforma alternativa ai circuiti occidentali della sicurezza dimostrando che l’isolamento diplomatico dovuto all’invasione in Ucraina, almeno fuori dal perimetro euro-atlantico, non esiste davvero. Questa è la funzione del nuovo International Security Forum, raccontano Irina Borogan e Andrei Soldatov sul Center for European Policy Analysis, che mostra come Mosca continui a usare apparati statali, intelligence, canali religiosi e vecchie reti sovietiche per accreditarsi presso il cosiddetto “Sud globale”.Il forum, presentato come l’alternativa russa alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, nasce dall’allargamento di incontri che il Consiglio di sicurezza russo organizza da anni, ma con un evento più grande e più visibile.L’intento, secondo l’analisi del Cepa, sarebbe individuabile nelle parole di Sergej Shoigu, oggi segretario del Consiglio di sicurezza, che riprendono il lessico ormai abituale del Cremlino sulla fine dell’ordine unipolare. Al suo fianco, il direttore dell’Svr Sergej Naryshkin ha scelto un registro ancora più esplicito, tornando su uno dei bersagli preferiti della propaganda russa: il Regno Unito, indicato come fattore storico di divisione e diffidenza in Europa. Nulla di nuovo nella sostanza, tranne che nella cornice in cui questo discorso è stato messo in scena.Secondo la ricostruzione di Borogan e Soldatov, a Mosca sono arrivati circa 4.500 invitati, tra cui anche rappresentanti di servizi di intelligence e apparati di sicurezza, da 120 Paesi. Molti di questi provenivano dall’Africa, dall’America Latina, dall’Asia e dal Medio Oriente. Numeri sui quali il Cremlino costruisce la formula della “maggioranza globale”, espressione utile a sostenere che i Paesi non occidentali, o comunque una parte consistente di essi, condividano una postura alternativa rispetto a Washington e alle capitali europee.Certo, partecipare a un forum non significa necessariamente aderire alla linea russa. Ma, come sottolineato dal Cepa, per Mosca conta anche solo la fotografia, per mostrare delegazioni straniere sedute in sala, interlocutori istituzionali, funzionari di sicurezza, diplomatici. È comunque una forma di legittimazione a basso costo politico per molti partecipanti e ad alto rendimento propagandistico per il Cremlino.Il lavoro necessario per ottenere quel risultato, ricostruito dal Cepa, mostra come la Russia abbia attivato canali diversi: il Consiglio di sicurezza, l’intelligence, le ambasciate, ma anche reti religiose e relazioni costruite in epoca sovietica. Con tracce che portano fino in Medio Oriente, in Egitto e Libano.I legami col MediorienteSe l’Egitto è stato per decenni un Paese chiave per leggere e influenzare gli equilibri del mondo arabo, il Libano ha avuto funzione di terreno di contatto, osservazione e reclutamento, anche nei confronti di americani legati alla comunità d’intelligence. Non stupisce dunque che ufficiali del Kgb specializzati nelle operazioni contro gli Stati Uniti abbiano avuto una fase libanese nella loro carriera. Gli autori ricordano Rem Krassilnikov, Viktor Cherkashin, Victor Budanov. E ricordano anche Kim Philby, l’ex ufficiale britannico al servizio dei sovietici, evacuato da Beirut nel 1963.L’analisi del think tank europeo ricostruisce poi la rete di influenza sovietica nell’area mediorientale durante la guerra fredda. Una rete fatta (anche) di corrispondenti delle agenzie di stampa, compresa la Tass, spesso presenti sul territorio per anni e utili anche come copertura o punto di contatto. Era fortemente presente anche la Chiesa ortodossa russa, strumento meno appariscente ma non meno importante nella politica d’influenza di Mosca.Il Libano, dal punto di vista ecclesiastico, non rientrava nella giurisdizione di Mosca, ma in quella del Patriarcato di Antiochia. Questo non impedì all’Unione Sovietica di investire su quel canale. Dopo la restaurazione del Patriarcato russo voluta da Stalin nel 1943, la Chiesa tornò a essere anche uno strumento della proiezione esterna sovietica. Nel 1945 furono organizzate visite tra il Patriarca russo, Siria e Libano, e il Patriarca di Antiochia a Mosca. E l’anno successivo venne aperta una parrocchia della Chiesa ortodossa russa in Libano. Solamente dopo arrivò una rappresentanza del Patriarca di Mosca presso il Patriarcato di Antiochia, in Siria.Secondo Borogan e Soldatov, le reti costruite negli anni sarebbero state riattivate e adattate al nuovo contesto. Nel 2024, quando la comunità russa in Libano ha ricevuto una nuova chiesa donata dal metropolita antiocheno, alla cerimonia erano presenti l’ambasciatore russo e il responsabile del compound ortodosso russo nel Paese. Quest’ultimo, scrivono gli autori, è anche il capo dell’ufficio libanese della Tass e lavora tra Siria e Libano dall’inizio degli anni Ottanta.E la preparazione del forum sembra essersi mossa dentro lo stesso schema. A marzo, il vice segretario del Consiglio di sicurezza Alexander Venediktov avrebbe incontrato i capi di diverse missioni diplomatiche mediorientali e nordafricane, tra cui gli ambasciatori di Egitto e Libano, per discutere proprio dell’International Security Forum. Poche settimane prima anche Naryshkin era stato al Cairo. Secondo il Cepa, è plausibile che il capo dell’Svr abbia usato anche quel viaggio (anche) per promuovere l’iniziativa.Per quanto concerne Beirut, alla fine dello scorso anno, il nuovo ambasciatore del Libano a Mosca, prima ancora di assumere formalmente l’incarico a gennaio, avrebbe incontrato il metropolita Antony di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca. Il comunicato ufficiale parlava dei rapporti tra la Chiesa antiochena e quella russa. Ma la collocazione temporale, osservano Borogan e Soldatov, suggerisce che la dimensione religiosa resti parte della cassetta degli attrezzi diplomatica del Cremlino.Ora, non è detto che il forum di Mosca diventi davvero una piattaforma contraria a quella di Monaco. Per ora resta, soprattutto, una piattaforma costruita dal potere russo per promuovere il proprio discorso e rappresentare la Russia come ancora centrale, ascoltata, riconosciuta. Indicando al contempo finalità e metodologie di Mosca, che lavorando per accumulo utilizza gli apparati di sicurezza, le relazioni diplomatiche, le memorie sovietiche, le comunità religiose, le agenzie di stampa e i contatti personali rimasti attivi per decenni. Ogni canale può servire a portare un interlocutore in sala, a ottenere una foto e a costruire una narrativa di normalità.