Tanto rumore per nulla. Alla fine, il caso Minetti si è rivelato molto meno clamoroso di quanto raccontato inizialmente da una certa stampa. A questo punto, però, una domanda sorge spontanea: tutto questo polverone a cosa è servito? Per giorni, titoli, commenti, insinuazioni e sentenze preventive hanno dipinto uno scenario che sembrava destinato a scuotere le fondamenta della Repubblica. Poi, però, come accade fin troppo spesso, tutto si è sciolto come neve al sole. E quando la verità è arrivata, ha avuto il cattivo gusto di non coincidere con la narrazione dominante.A fare la figura peggiore è certamente il Fatto Quotidiano. Del resto, nessuna sorpresa. Chi conosce il giornale di Marco Travaglio sa che, quando si tratta di costruire un impianto accusatorio, la prudenza non è mai stata la virtù principale della casa. Prima il verdetto mediatico, poi eventualmente i dettagli. Prima il titolo, poi magari i fatti. E se alla fine il castello si sgonfia? Pazienza. L’importante è che, nel frattempo, il processo sia stato celebrato sulle prime pagine.Ma fin qui nulla di nuovo sotto il sole. Il Fatto fa il Fatto. Ci si può indignare, si può criticare, dissentire, ma difficilmente ci si può stupire. La vera questione, però, è un’altra: il Quirinale. E qui veniamo al punto. C’era davvero bisogno di allinearsi con tanta rapidità a una narrazione che era ancora tutta da verificare? Era davvero necessario correre così velocemente dietro alle ricostruzioni giornalistiche più aggressive, quasi fossero verità già certificate?Considerato che il Colle dovrebbe incarnare equilibrio, misura e prudenza, qualche ora di riflessione in più non avrebbe guastato. Anzi, avrebbe probabilmente rafforzato proprio quell’autorevolezza che deriva dalla capacità di distinguere i fatti dalle campagne mediatiche. Invece si è avuta l’impressione di una corsa. Una corsa che oggi appare, quantomeno, affrettata.Sia chiaro: nessuno è infallibile. Nemmeno il Presidente della Repubblica. Gli abbagli capitano a tutti. Ma proprio per questo sarebbe opportuno riconoscere che, in questa vicenda, la fretta non è stata una buona consigliera. Perché se un giornale può permettersi di vivere di enfasi, suggestioni e battaglie politiche, un’istituzione come il Quirinale dovrebbe rappresentare qualcosa di diverso. Dovrebbe essere l’argine contro l’emotività del momento, non il suo amplificatore.Alla fine, i fatti si sono ampiamente incaricati di smentire il Fatto. Ma il problema non è soltanto chi ha acceso l’incendio. È anche chi ha deciso di correre dietro alla nube di fumo senza verificare se ci fosse davvero il fuoco.E se a farlo è stato il Quirinale, allora il problema diventa più serio. Perché da un giornale militante ci si può anche aspettare una campagna denigratoria di questo tipo. Da un’istituzione che rappresenta l’unità nazionale ci si aspetta qualcosa di diverso: prudenza, equilibrio e soprattutto la capacità di attendere i fatti prima di trasformare una ricostruzione giornalistica in una verità acquisita.Se c’è una lezione da trarre da questa vicenda, è che la fretta di schierarsi raramente è una buona consigliera. Soprattutto quando l’intera vicenda appare costruita e amplificata per finalità di carattere politico. In questi casi, il rischio non è soltanto quello di sbagliare. È quello di prestare il prestigio delle istituzioni a una narrazione che i fatti, poco dopo, finiscono puntualmente per smentire.Salvatore Di Bartolo, 4 giugno 2026L'articolo Minetti, a dar retta a Travaglio la figura di m*** l’ha fatta Mattarella proviene da Nicolaporro.it.