Sport e diplomazia, la Coppa del Mondo inizia a… Cafe Milano

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Ci sono luoghi che, con il tempo, smettono di essere semplici indirizzi. Diventano simboli. Succede quando la politica, la diplomazia, l’economia e le relazioni internazionali finiscono per incrociarsi sempre nello stesso posto. A Washington quel luogo è Café Milano. E non sorprende che, nel lungo viaggio di avvicinamento ai Mondiali del 2026, la Fifa abbia scelto proprio il ristorante di Georgetown per celebrare l’evento sportivo più seguito del pianeta. Un luogo che da anni rappresenta una sorta di diplomazia parallela, dove i tavoli contano quasi quanto gli uffici e dove le conversazioni informali spesso anticipano quelle ufficiali. Per una sera, sotto i riflettori, c’è stata la Coppa del Mondo. Ma il vero protagonista è stato il contesto. Perché il trofeo più ambito del calcio mondiale è approdato nel cuore della capitale americana, tra ambasciatori, membri dell’amministrazione statunitense, dirigenti internazionali e personalità dello sport. Un parterre che racconta molto della trasformazione del calcio in uno strumento di soft power globale. A fare gli onori di casa, accanto a Franco Nuschese, è stato il presidente della FIFA, Gianni Infantino. Il numero uno del calcio mondiale ha scelto il registro dell’ironia per rompere il ghiaccio. “Nel resto del mondo chiamiamo football un gioco che si gioca con i piedi. Qui chiamate football un gioco che si gioca con le mani”, ha detto sorridendo. Poi la sintesi perfetta dello spirito dell’evento: chiamatelo football o soccer, poco importa. L’importante è partecipare alla festa. Una festa che guarda già all’estate del 2026, quando Stati Uniti, Canada e Messico ospiteranno il primo Mondiale a 48 squadre della storia. Un evento che la FIFA presenta come il più inclusivo e partecipato di sempre e che, secondo le previsioni, coinvolgerà miliardi di persone in ogni angolo del pianeta. Al centro della sala, custodita con attenzione quasi cerimoniale, la Coppa del Mondo attirava sguardi e fotografie. Trentasei centimetri di altezza, rivestita in oro, con le due figure umane che sorreggono il globo terrestre. Un oggetto che travalica la dimensione sportiva per diventare icona culturale. Attorno, gli ospiti si muovevano con la stessa curiosità riservata alle grandi opere d’arte o ai simboli della storia contemporanea. Tra i presenti figuravano il Segretario al Commercio degli Stati Uniti Howard Lutnick, il senatore Bill Hagerty, il deputato Darin LaHood, numerosi ambasciatori accreditati a Washington e protagonisti del calcio americano come Alexi Lalas e Stu Holden. Un mosaico di presenze che ha restituito l’immagine di un torneo ormai capace di parlare contemporaneamente il linguaggio dello sport, della politica e degli affari. Del resto, il luogo scelto non è casuale. Fondato nel 1992 da Franco Nuschese, originario di Minori, Café Milano è diventato negli anni una vera istituzione della Beltway. Da Barack Obama a Clinton, da Joe Biden ai leader stranieri in visita negli Stati Uniti, intere stagioni della politica americana sono passate dai suoi tavoli. Non a caso Formiche lo ha definito il luogo dove “si prendono le misure di chi conta”, una sorta di crocevia permanente del potere washingtoniano. Nuschese ha voluto sottolineare proprio questo aspetto. “L’ospitalità italiana abbassa le distanze e crea fiducia”, ha spiegato. Una filosofia che trova conferma nella storia del locale e che, per una sera, si è sposata con la dimensione universale del calcio. A suggellare il momento è arrivato anche un omaggio alla Costiera Amalfitana. Il maestro ceramista Vittorio Ruocco ha realizzato un piatto decorato a mano dedicato alla FIFA e al Mondiale 2026, donato a Infantino come simbolico ponte tra Minori e Washington. In fondo, il significato della serata è tutto qui. Il Mondiale deve ancora iniziare, ma la sua diplomazia è già in campo. E passa anche da un tavolo apparecchiato nel cuore di Georgetown, dove l’italianità incontra il potere e il calcio diventa linguaggio universale.