Disarmo nucleare in stallo: fallisce la conferenza sul TNP mentre crescono gli arsenali atomici

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di C. Alessandro Mauceri – Nei giorni scorsi si sono conclusi i lavori della Conferenza di revisione delle Parti al Trattato di Non Proliferazione delle Armi Nucleari (TNP). Già a febbraio scorso si era registrato il mancato rinnovo degli accordi di non proliferazione da parte dei due protagonisti principali, Russia e Stati Uniti. Ora, dopo quasi un mese di confronti, la situazione si è rivelata in tutta la sua gravità. «Abbiamo più che mai bisogno del Trattato di Non Proliferazione delle Armi Nucleari. Ecco perché questa Conferenza di Revisione è così importante. È un’opportunità per definire le misure che aiuteranno a evitare un disastro certo e a mettere l’umanità su una nuova strada verso un mondo libero da armi nucleari», ha dichiarato Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, al termine dei lavori della Decima Conferenza di Revisione delle Parti al TNP.Per comprendere ciò che sta avvenendo è necessario fare un passo indietro.Nel 1968 venne approvato il TNP. Entrato in vigore nel 1970, ad oggi sono più di 191 gli Stati che lo hanno sottoscritto. Di questi, cinque sono dotati di armi nucleari. Pochi i Paesi che non hanno aderito al trattato, tra cui India, Israele, Pakistan e Sudan del Sud. Tutti Paesi coinvolti in conflitti e quasi tutti dotati di arsenali nucleari considerevoli. Eppure, nei loro confronti, gli Stati Uniti non hanno mai espresso particolari critiche.Diverso il comportamento nei confronti dell’Iran. Da mesi Donald Trump accusa il governo iraniano di voler produrre armi nucleari. Tuttavia, il compito di effettuare eventuali controlli non spetta agli Stati Uniti, bensì alle Nazioni Unite e, in particolare, all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA o IAEA). Proprio l’AIEA svolge un ruolo centrale nell’attuazione del TNP, attraverso ispezioni periodiche finalizzate a verificare il rispetto degli impegni di non proliferazione.Secondo l’articolo X, paragrafo 2, il Trattato non ha una scadenza temporale. L’articolo VIII, paragrafo 3, prevede però una revisione ogni cinque anni delle modalità di gestione, come ribadito dagli Stati parte durante la Conferenza di Revisione ed Estensione del TNP del 1995. Tuttavia, sia la Conferenza di Revisione del 2015, sia la Decima Conferenza delle Parti del Trattato sulla Non Proliferazione delle Armi Nucleari, si sono concluse senza risultati concreti. Anche i colloqui bilaterali tra Stati Uniti e Russia, svoltisi nel febbraio 2026, non hanno prodotto alcun risultato.Pochi giorni fa, questa situazione, già grave, è ulteriormente peggiorata. Al termine dell’Undicesima Conferenza di Revisione delle Parti del Trattato di Non Proliferazione delle Armi Nucleari, il presidente Do Hung (Vietnam) ha dichiarato di aver presentato «quattro versioni del documento di risultato preliminare, tutte meticolosamente riviste in linea con i desideri degli Stati parte» e confluite nel documento finale NPT/CONF.2026/CRP.2/Rev.4. Tuttavia, come lo stesso Do Hung ha ammesso, dopo settimane di «intenso impegno», «anni di lavoro preparatorio» e «nonostante i nostri migliori sforzi», i delegati non sono stati «in grado di raggiungere un accordo sul proprio lavoro».Tra i motivi di questo fallimento vi è proprio la questione USA Iran. Nel suo discorso finale, il rappresentante statunitense ha sottolineato che la delegazione americana era «pronta ad aderire al documento di consenso prodotto nella revisione 4», ma che non lo ha fatto «perché l’Iran è riuscito a tenere in ostaggio i membri del Trattato». «Potremmo aver assistito alla fine della rilevanza del processo della Conferenza di Revisione», ha dichiarato.L’Iran è stato accusato di rifiutare di fornire accesso e informazioni all’AIEA e di aver «accumulato uranio arricchito a livelli incompatibili con scopi civili». Per il delegato statunitense è inoltre imbarazzante che «altri Stati membri abbiano ceduto alle richieste di un violatore».Dal canto suo, il rappresentante iraniano ha ricordato i 168 studenti «assassinati nelle loro aule il 28 febbraio», quando «gli Stati Uniti e il regime israeliano hanno iniziato la loro seconda guerra di aggressione contro l’Iran in meno di otto mesi».Nessuno sembra aver tenuto conto delle valutazioni dell’AIEA che, nei rapporti pubblicati a giugno e ottobre 2025, aveva affermato che il governo iraniano stava collaborando e che l’impossibilità di effettuare alcuni controlli era dovuta esclusivamente al bombardamento dei siti interessati.Ben diverso, invece, il giudizio espresso nei confronti di altri Stati. Stati Uniti, Regno Unito, Francia e i cosiddetti «Stati ombrello nucleari» sono stati accusati di venire meno all’impegno di eliminare i propri arsenali nucleari, configurando una manifesta violazione degli obblighi assunti.A questo si aggiunge un altro aspetto importante. Tutti gli Stati in possesso di testate nucleari, Stati Uniti, Russia, Cina, Corea del Nord, India, Israele e Pakistan, si sono sempre rifiutati di firmare un altro trattato fondamentale: il CTBT, che prevede il divieto completo dei test nucleari.Ancora una volta è necessario fare un passo indietro. L’articolo XIV del CTBT prevedeva che, qualora il Trattato non fosse entrato in vigore entro tre anni dalla prima firma, si sarebbe dovuta tenere ogni quattro anni una conferenza per esaminare le modalità di accelerazione del processo di ratifica. Finora le Conferenze sulla facilitazione dell’entrata in vigore del Trattato si sono susseguite senza sosta: nel 1999, 2003 e 2007 a Vienna, e nel 2001, 2005, 2009, 2011, 2013, 2015, 2017, 2019, 2021 e 2023 a New York. Nessuna, tuttavia, ha prodotto i risultati sperati.Con il Protocollo di Lisbona, gli Stati sorti dalla dissoluzione dell’URSS, compresa l’Ucraina, si erano impegnati a trasferire o distruggere le testate strategiche ereditate, raggiungendo la piena conformità al trattato nel 1994. Successivamente, il processo di verifica è stato rinnovato attraverso START II nel 1993 e New START nel 2010, firmato da Barack Obama e Dmitrij Medvedev a Praga. Nel 2021 l’accordo è stato ulteriormente prorogato, imponendo notifiche reciproche per ogni spostamento di testate nucleari. Nei suoi quindici anni di applicazione ne sono state registrate oltre 25.000.Nel 2017, con la risoluzione 71/258, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha convocato una conferenza per realizzare uno strumento giuridicamente vincolante finalizzato alla proibizione e all’eliminazione definitiva delle armi nucleari. Il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW) vieta di sviluppare, testare, produrre, acquisire, possedere, accumulare, utilizzare o minacciare di utilizzare armi nucleari. Vieta, inoltre, l’assistenza a qualsiasi Stato impegnato in attività proibite.Ad oggi il TPNW è stato ratificato da circa 140 Paesi. Anche in questo caso l’Europa si è dimostrata incapace di esprimere una posizione unitaria: 29 dei 33 Stati coinvolti hanno rifiutato di aderire. Cinque di essi non possiedono armi nucleari proprie, ma ospitano quelle statunitensi.Emblematico il caso dell’Italia che, pur non avendo firmato il trattato, sarebbe il Paese europeo che ospita il maggior numero di ordigni nucleari stranieri, nonostante campagne come “Italia, ripensaci” e iniziative analoghe promosse in Belgio, Germania e Paesi Bassi.Inutile sottolineare che nessuno degli Stati dotati di arsenali nucleari ha mai preso seriamente in considerazione la firma del TPNW. Anzi, in molti casi, sono state esercitate pressioni diplomatiche affinché altri Paesi non vi aderissero. Eppure alcuni degli Stati che non hanno firmato il TPNW pretendono di impedire ad altri Paesi di dotarsi di tecnologia nucleare.A prescindere dalle considerazioni sul diritto all’autodeterminazione dei popoli, il rischio è che l’aumento dei conflitti armati accresca anche il rischio nucleare.A confermarlo è l’ultimo rapporto del Nuclear Weapons Ban Monitor, progetto di ricerca gestito dal Norwegian People’s Aid, con il contributo di esperti indipendenti e istituzioni esterne. Il rapporto, presentato a Ginevra il 26 marzo scorso, parla di 9.745 testate nucleari pronte all’uso negli arsenali di nove Stati: Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord. Si tratta di 141 testate in più rispetto all’anno precedente.Di queste, ben 4.012 sarebbero installate su sistemi di lancio intercontinentali o sottomarini e, quindi, utilizzabili in tempi estremamente rapidi. Secondo Hans M. Kristensen, direttore del Nuclear Information Project, il numero delle testate è in crescita costante dal 2017 e continuerà probabilmente ad aumentare.Ancora una volta appare paradossale che chi dispone di migliaia di testate nucleari rischi di trascinare il mondo verso una guerra globale, sostenendo di voler impedire a un altro Stato di sviluppare un programma nucleare, persino civile. Ad oggi, secondo l’AIEA, non esistono prove che l’Iran stia procedendo all’arricchimento dell’uranio per la produzione di armi atomiche.Il quadro generale appare sempre più diviso in due blocchi: da una parte decine, anzi centinaia, di Stati favorevoli al disarmo nucleare; dall’altra un ristretto numero di potenze nucleari che non intendono rinunciare alla propria supremazia strategica fondata sulle armi di distruzione di massa. Per conservarla, sono disposte a violare principi e diritti universali, incuranti delle possibili conseguenze per la popolazione civile.