KINGSTON — Ventidue migranti, tra cui sette donne, sono scesi ieri pomeriggio (la sera in Italia) da un aereo atterrato all’aeroporto Norman Manley di Kingston, sono stati identificati in fretta e portati via su autobus scortati dalla polizia verso una località che il governo non ha comunicato. È il primo volo di espulsi «di Paesi terzi» che gli Stati Uniti mandano in Giamaica, riferisce l’Associated Press: non sono giamaicani, in prevalenza sudamericani secondo fonti locali, e l’isola si è impegnata a ospitarli in transito prima del rimpatrio.L’intesa è un memorandum firmato a giugno con Washington, mai pubblicato e mai portato in Parlamento, che prevede al massimo 25 persone ogni due settimane. «Ai giamaicani si chiede di fidarsi di un documento segreto che tocca la loro sicurezza, le loro comunità e i loro servizi pubblici», ha detto Fitz Jackson, portavoce per la sicurezza nazionale del Partito nazionale del popolo, la principale forza di opposizione.La prima domanda è la più semplice: dove sono i 22. «Non ci è stato detto dove queste persone saranno alloggiate, in quali condizioni di sicurezza, né chi sarà responsabile di sorvegliarle», aveva detto Jackson prima dell’atterraggio. La nota diffusa ieri dai ministeri della Sicurezza nazionale e degli Esteri parla di «un dispositivo di transito» gestito con l’appoggio dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, che «non sarà finanziato dal governo della Giamaica». Del luogo di accoglienza, nemmeno una riga.La seconda domanda riguarda il testo. Donna Scott-Mottley, che per l’opposizione segue gli Esteri, parla di «politica fatta per comunicato stampa»; Jackson definisce la mancata presentazione alle Camere «un palese disprezzo verso il popolo giamaicano». La ministra degli Esteri Kamina Johnson Smith ha risposto ieri su X spostando il problema a Washington: «Alcuni Paesi hanno avuto i loro accordi resi pubblici, ma il nostro partner non ha acconsentito che questo lo fosse». La Casa Bianca non ha commentato né il volo né la richiesta di riservatezza.La terza domanda l’ha posta il vescovo Alvin Bailey, guida di un’alleanza evangelica locale: perché gli Stati Uniti non rimpatriano direttamente queste persone. La risposta sta nei numeri americani. Almeno 35 Paesi hanno firmato accordi simili, secondo Third Country Deportation Watch, osservatorio legato a Refugees International e Human Rights First, e il Washington Post ha riferito a settembre di circa 410 milioni di dollari stanziati per questi trasferimenti. Prima della Giamaica sono stati usati Liberia, Eswatini, Paraguay, Sud Sudan e Costa Rica.Il via libera della Corte SupremaI voli si erano fermati per mesi. A febbraio il giudice federale Brian Murphy aveva imposto che ogni espulso ricevesse un «preavviso effettivo» per contestare la destinazione; il 29 settembre la Corte Suprema ha sospeso quell’ordinanza, con il voto contrario delle tre giudici di area liberal, e ha fissato a dicembre le arringhe sulla legittimità del programma. Nel ricorso il governo scriveva di oltre 1.400 persone bloccate in custodia. Il consigliere giuridico del Dipartimento della Sicurezza interna, James Percival, ha riassunto così l’offerta ai detenuti: «Non è troppo tardi per prendere 3.000 dollari e un volo verso casa».Chi siano i 22 è l’altra domanda aperta. Il presidente Donald Trump sostiene che il programma colpisce criminali violenti; Kingston assicura che «nessun cittadino di Paese terzo con precedenti penali sarà autorizzato a transitare», e la ministra precisa: «Alcuni Paesi hanno accettato di ricevere criminali, noi no». Le nazionalità dei passeggeri non sono state confermate ufficialmente.Johnson Smith sostiene che le domande «hanno tutte avuto risposta» e che nell’accordo non c’è nulla di «pregiudizievole». Il primo ministro Andrew Holness non ha parlato. Per Washington l’isola è uno scalo in più in una rete pagata dal bilancio americano e tenuta riservata su richiesta americana; per Kingston è un impegno di cui l’opposizione vuole leggere il prezzo. Il prossimo aereo, secondo l’intesa, può atterrare entro due settimane.