Sudan, i droni governano il cielo mentre l’ONU cerca di salvare la scuola

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Un mercato del bestiame, trenta morti, quarantasette feriti. È il bilancio comunicato da una fonte sanitaria all’agenzia France-Presse dopo l’attacco con un drone che venerdì 16 ottobre ha colpito Nyala, capitale del Darfur meridionale. Le Forze di supporto rapido (RSF), che controllano la città, accusano l’esercito sudanese. Quest’ultimo ha rivendicato attacchi contro strutture di comando dei paramilitari nell’area, ma non ha riconosciuto la responsabilità della strage al mercato. La ricostruzione dell’episodio e, soprattutto, l’attribuzione delle responsabilità per le vittime civili richiedono ancora verifiche indipendenti.Nelle stesse ore, a New York, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite affrontava nuovamente una guerra che non riesce a fermare. In mezzo alle richieste di tregua, alle denunce sui bombardamenti e agli appelli contro il flusso di armi, è emersa un’iniziativa apparentemente marginale: trovare un accordo perché tutti gli studenti sudanesi possano sostenere lo stesso esame conclusivo della scuola secondaria, riconosciuto a livello nazionale.Due immagini dello stesso Paese. Da una parte, uomini che si contendono il territorio con droni e artiglieria; dall’altra, ragazzi il cui futuro scolastico dipende ormai da una trattativa fra forze armate nemiche. La domanda è semplice e, proprio per questo, difficile da eludere: che cosa resta di uno Stato quando persino il diritto a un diploma deve attraversare una linea del fronte?Il Sudan è precipitato nella guerra nell’aprile 2023, quando la rivalità fra il generale Abdel Fattah al-Burhan, alla guida delle forze armate regolari, e Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, comandante delle RSF, è diventata uno scontro aperto. Non si trattava di due avversari estranei. Avevano condiviso il potere e partecipato al colpo di Stato dell’ottobre 2021, che aveva interrotto la fragile transizione civile iniziata dopo la caduta di Omar al-Bashir.La frattura è maturata intorno alla distribuzione del potere, al controllo delle risorse e all’integrazione delle forze paramilitari nell’esercito. Tre anni dopo, la contesa ha trasformato una crisi di comando in una crisi dell’esistenza stessa del Paese. Khartoum è stata devastata; il Darfur è tornato al centro di gravissime violenze; il Kordofan e altre regioni continuano a essere attraversati dai combattimenti. Milioni di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case.La dimensione della catastrofe è documentata anche dai dati sulla fame. Nell’analisi pubblicata il 14 maggio, l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC) ha stimato che, fra febbraio e maggio 2026, quasi 19,5 milioni di sudanesi, circa il 41 per cento della popolazione, si trovassero in condizioni di insicurezza alimentare acuta. In quattordici aree del Darfur e del Kordofan meridionale è stato segnalato un rischio di carestia in uno scenario di ulteriore deterioramento. Sono dati riferiti a quel periodo: le proiezioni successive non coprono l’intero territorio e non possono essere semplicemente sovrapposte a una fotografia nazionale aggiornata a ottobre.Ma la devastazione non si misura soltanto con il numero delle vittime o con le tonnellate di aiuti necessarie. Quando un mercato viene colpito, non scompare solo un luogo di scambio: si interrompono commerci, approvvigionamenti e redditi familiari. Quando un edificio scolastico diventa inutilizzabile, non si perde soltanto un’aula: si interrompe un passaggio decisivo nella vita di un’intera generazione.È qui che acquista rilievo l’intervento del 16 ottobre di Rosemary DiCarlo, sottosegretaria generale delle Nazioni Unite per gli Affari politici e il consolidamento della pace. La diplomatica ha riferito al Consiglio di sicurezza che le parti non mostrano ancora una credibile disponibilità al compromesso e continuano a confidare nei vantaggi militari, alimentati anche dal sostegno esterno. Ha chiesto di fermare gli attacchi con droni, indicati come la principale causa di vittime civili nel corso dell’anno.In questo quadro, l’inviato personale del segretario generale, Pekka Haavisto, sta cercando di ottenere misure concrete di fiducia. Le due parti hanno costituito comitati per esaminare possibili liberazioni di detenuti e scambi di prigionieri. Haavisto, insieme all’UNICEF, sta inoltre lavorando perché gli studenti di tutto il Sudan abbiano accesso a un unico esame del dodicesimo anno, riconosciuto a livello nazionale. Sono trattative, non risultati acquisiti. Continuano anche i colloqui con il Ciad per gli studenti sudanesi rifugiati oltreconfine.L’iniziativa può sembrare modesta davanti a una guerra di questa portata. In realtà, mette a nudo una conseguenza meno visibile della frammentazione politica: se un Paese arriva a dividersi persino nella certificazione degli studi, la guerra rischia di sopravvivere alle armi nelle istituzioni e nelle opportunità negate. Per un giovane, l’assenza di un titolo riconosciuto può significare non poter accedere all’università, a una professione o a un impiego, anche quando i combattimenti saranno terminati.Su Nyala, nel frattempo, continuano a sovrapporsi narrazioni inconciliabili. L’esercito sostiene di aver colpito centri di comando delle RSF; i paramilitari denunciano un attacco contro civili e chiamano in causa anche l’Egitto, affermando che il drone sarebbe partito da una base sul suo territorio. Quest’ultima è un’accusa non verificata indipendentemente, non un fatto accertato. Il gruppo Emergency Lawyers, citato da Sudan Tribune, ha confermato che il mercato del bestiame è stato colpito. È essenziale separare ciò che sappiamo da ciò che ciascun contendente vuole far credere.Il ruolo degli attori esterni è una parte decisiva del problema. Il Sudan collega il Sahel al Corno d’Africa, confina con l’Egitto e si affaccia sul Mar Rosso. Le sue risorse e la sua posizione interessano potenze regionali e partner internazionali. Ma la rilevanza strategica di un territorio non equivale, purtroppo, alla protezione dei suoi abitanti. Il pericolo è che il Paese rimanga indispensabile per gli equilibri geopolitici e, nello stesso tempo, sempre meno vivibile per chi lo abita.Nessuna ricostruzione sarà duratura se nascerà soltanto da un’intesa fra comandanti. Occorreranno insegnanti, medici, tecnici, amministratori, magistrati; soprattutto, occorreranno cittadini in grado di riprendere in mano la vita pubblica. Salvaguardare la continuità degli studi non sostituisce la pace, ma impedisce che la guerra cancelli anche gli strumenti necessari a costruirla.La diplomazia discute di tregue e corridoi umanitari. I generali discutono di territori. Nel frattempo, uno studente sudanese aspetta di sapere se l’esame che riuscirà a sostenere avrà valore anche dall’altra parte del fronte.Forse la distanza fra la guerra e la pace comincia proprio qui: fra un Paese nel quale si combatte per conquistare il potere e uno nel quale un ragazzo possa ancora conquistarsi un futuro.