L’Arabia Saudita dispone di risorse finanziarie immense, di sistemi d’arma tecnologicamente avanzati e di rapporti militari privilegiati con alcune delle maggiori potenze occidentali.Eppure, continua a essere minacciata da un movimento armato che opera in uno dei Paesi più poveri del mondo.È il paradosso che emerge dalla nuova escalation fra Riad e gli Houthi dello Yemen, conosciuti anche come Ansar Allah.Il 13 ottobre la coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha colpito infrastrutture nell’area di Sanaa, dopo aver intimato ai civili di allontanarsi da un deposito petrolifero. La coalizione sostiene che alcune strutture fossero utilizzate per sostenere le capacità missilistiche e dei droni degli Houthi. La compagnia petrolifera yemenita ha dichiarato che il deposito colpito non conteneva carburante destinato alla distribuzione.Gli Houthi hanno risposto minacciando gli impianti petroliferi sauditi, compresi quelli di Aramco.Sono dichiarazioni e operazioni che riportano il conflitto su un terreno particolarmente pericoloso: quello delle infrastrutture energetiche e dei collegamenti commerciali.Ma dietro la cronaca emerge una domanda più importante.Come può una potenza dotata di mezzi militari tanto superiori non riuscire a neutralizzare una minaccia che combatte da oltre un decennio?La risposta non si trova soltanto nella qualità degli armamenti.Si trova nella differenza, spesso trascurata, fra potenza militare e sicurezza strategica.La superiorità tecnologica non equivale al controlloL’Arabia Saudita possiede capacità aeree, sistemi di sorveglianza e strumenti di difesa che gli Houthi non possono eguagliare sul piano convenzionale.Ma i due contendenti non combattono secondo le stesse regole operative.Riad deve proteggere città, aeroporti, infrastrutture energetiche, collegamenti commerciali e investimenti industriali distribuiti su un territorio vastissimo.Gli Houthi, al contrario, possono concentrare la propria pressione su obiettivi selezionati, cercando di produrre effetti politici ed economici anche attraverso un numero limitato di attacchi.Non devono necessariamente sconfiggere l’esercito saudita.Per ottenere un risultato possono limitarsi a dimostrare che la protezione offerta da quell’esercito non è assoluta.È una differenza fondamentale.La capacità di colpire un avversario e quella di impedire che l’avversario continui a colpire sono due problemi militari distinti.Il primo dipende soprattutto dalla superiorità offensiva.Il secondo richiede difese efficaci, intelligence, continuità operativa, resilienza delle infrastrutture e, quando possibile, una soluzione politica capace di ridurre la minaccia alla sua origine.Nessuno di questi elementi può essere sostituito semplicemente aumentando il numero degli armamenti acquistati.La lezione del 2019Il problema non è nuovo.Nel settembre 2019 gli attacchi contro gli impianti petroliferi sauditi di Abqaiq e Khurais provocarono una delle più gravi interruzioni improvvise della produzione petrolifera mai registrate.Circa 5,7 milioni di barili al giorno furono temporaneamente sottratti alla produzione, una quantità allora equivalente a una quota significativa dell’offerta mondiale.Gli Houthi rivendicarono l’operazione, ma l’attribuzione fu contestata: Stati Uniti e altri osservatori indicarono responsabilità iraniane.È importante ricordarlo, perché una rivendicazione non costituisce automaticamente una prova sull’origine di un attacco.Rimane però incontestabile il significato strategico dell’episodio.Una delle industrie energetiche più importanti del pianeta aveva mostrato quanto un numero relativamente limitato di attacchi potesse produrre conseguenze enormemente superiori al costo dei mezzi impiegati.Sette anni dopo, il problema non è scomparso.Sono cambiate tecnologie, capacità di difesa e condizioni regionali, ma la vulnerabilità delle grandi infrastrutture resta una delle principali preoccupazioni strategiche del Golfo.Il costo della difesa e il costo dell’incertezzaUna raffineria non deve necessariamente essere distrutta per produrre una crisi.Può essere sufficiente interromperne temporaneamente l’attività, comprometterne i collegamenti logistici o imporre misure di sicurezza tali da rallentare la produzione.E gli effetti non si esauriscono nel danno materiale.Un attacco può incidere sulle assicurazioni, sui trasporti, sui contratti commerciali e sulla percezione di affidabilità di un Paese.Nel caso saudita, questa dimensione è particolarmente importante.Il progetto di trasformazione economica promosso dal principe ereditario Mohammed bin Salman mira a ridurre la dipendenza nazionale dal petrolio e ad attrarre investimenti in settori industriali, turistici e tecnologici.Ma gli investitori non valutano soltanto le opportunità economiche.Valutano anche la continuità delle attività e la prevedibilità del contesto politico.Un Paese può offrire infrastrutture moderne e condizioni finanziarie vantaggiose. Se però aeroporti, porti e impianti industriali rimangono esposti a interruzioni ricorrenti, il costo dell’incertezza entra inevitabilmente nei calcoli.La sicurezza, dunque, non è soltanto una voce del bilancio militare.È una componente della credibilità economica di uno Stato.Vietnam e Afghanistan: analogie da non forzareLa storia militare offre numerosi esempi di potenze tecnologicamente superiori incapaci di trasformare il predominio sul campo in un risultato politico stabile.Il Vietnam rappresenta uno dei casi più conosciuti.Gli Stati Uniti disponevano di una superiorità militare e tecnologica enorme rispetto alle forze nordvietnamite e ai loro alleati nel Sud.Eppure, quella superiorità non bastò a raggiungere gli obiettivi politici dell’intervento.In Afghanistan, decenni più tardi, una coalizione internazionale dotata di mezzi incomparabilmente superiori a quelli dei talebani non riuscì a costruire un ordine politico capace di sopravvivere al proprio ritiro.I due conflitti sono profondamente diversi dalla guerra yemenita.Differiscono per origini, geografia, attori e obiettivi.Sarebbe quindi sbagliato utilizzarli come dimostrazione che Riad sia destinata a subire lo stesso esito.Ma contengono una lezione comune.Vincere uno scontro militare non significa necessariamente risolvere il conflitto che lo ha prodotto.La superiorità tecnologica può distruggere mezzi, colpire infrastrutture e ridurre temporaneamente le capacità operative dell’avversario.Non può, da sola, eliminare le ragioni politiche, territoriali e sociali che consentono a un’organizzazione armata di continuare a esistere.Lo Yemen non è soltanto una questione militareIl conflitto yemenita non può essere interpretato esclusivamente come una contrapposizione fra Arabia Saudita e Houthi.Comprende rivalità interne, divisioni territoriali, interessi regionali, aspirazioni separatiste e il coinvolgimento di potenze esterne.Gli Houthi hanno consolidato nel tempo capacità militari e strutture di controllo che non possono essere cancellate attraverso una singola campagna aerea.Allo stesso tempo, il loro ricorso ad attacchi contro aeroporti, infrastrutture civili e traffici commerciali aggrava il conflitto e accresce i rischi per la popolazione.Non esiste una giustificazione automatica per colpire obiettivi civili soltanto perché possono produrre conseguenze economiche sull’avversario.Anche le infrastrutture energetiche richiedono una valutazione rigorosa secondo il diritto internazionale umanitario: non diventano legittimi obiettivi militari per il solo fatto di appartenere allo Stato nemico.La protezione dei civili non dovrebbe essere una considerazione secondaria, da richiamare soltanto dopo aver valutato l’efficacia dell’operazione.Dovrebbe costituire uno dei criteri attraverso i quali giudicarla.La difficoltà, per Riad, consiste nel conciliare la necessità di difendersi con l’esigenza di non alimentare una spirale di attacchi e rappresaglie.Una risposta militare può essere necessaria per contrastare minacce immediate.Ma se non viene accompagnata da una prospettiva politica, rischia di rinviare il problema anziché risolverlo.Il Mar Rosso e la sicurezza del commercio mondialeLa posizione geografica dello Yemen attribuisce al conflitto una rilevanza internazionale.Il passaggio di Bab el-Mandeb collega il Mar Rosso al Golfo di Aden ed è parte essenziale delle rotte commerciali fra Europa e Asia.La sua sicurezza interessa direttamente compagnie di navigazione, operatori energetici, assicuratori e governi molto lontani dalla Penisola arabica.La vulnerabilità delle rotte marittime dimostra come una crisi regionale possa produrre effetti economici su scala mondiale.Ed evidenzia un’altra contraddizione.Le potenze possono investire somme enormi nella protezione delle proprie infrastrutture nazionali, ma la continuità degli scambi dipende anche da spazi internazionali sui quali nessuno Stato esercita un controllo esclusivo.La sicurezza energetica, pertanto, non può essere ridotta alla protezione dei pozzi e delle raffinerie.Comprende porti, oleodotti, rotte navali, sistemi informativi e relazioni diplomatiche.È una rete.E una rete rimane vulnerabile quando alcuni dei suoi collegamenti essenziali sono esposti a un conflitto permanente.Il limite politico della forzaLa questione saudita dovrebbe interessare anche l’Europa.Negli ultimi anni il dibattito sulla sicurezza si è concentrato, comprensibilmente, sulla necessità di aumentare gli investimenti militari.Ma il caso del Golfo ricorda che la disponibilità di sistemi avanzati non coincide automaticamente con una strategia efficace.Occorre sapere quali minacce si intendono affrontare, quali capacità siano realmente necessarie e quali risultati politici si vogliano conseguire.Altrimenti si rischia di misurare la sicurezza attraverso il valore degli acquisti anziché attraverso la riduzione delle vulnerabilità.L’Arabia Saudita ha certamente la necessità di proteggere il proprio territorio e le proprie infrastrutture.Ma la domanda decisiva non riguarda soltanto quanti attacchi possa intercettare.Riguarda la possibilità di costruire condizioni nelle quali quegli attacchi diventino meno probabili.È una differenza che nessuna tecnologia, per quanto sofisticata, può cancellare.Il paradosso della potenzaLa guerra nello Yemen mostra quanto sia cambiato il significato della superiorità militare.Un Paese può possedere aerei avanzati, sistemi di difesa costosi e risorse finanziarie considerevoli, senza riuscire a eliminare completamente una minaccia asimmetrica.Non significa che gli armamenti siano inutili.Significa che sono strumenti e che, come tutti gli strumenti, devono rispondere a un progetto.La vera sicurezza richiede capacità militari, protezione delle infrastrutture, intelligence, resilienza economica e iniziativa diplomatica.Richiede soprattutto di distinguere fra la possibilità di infliggere danni a un avversario e quella di raggiungere un risultato politico duraturo.È una distinzione che la storia ha ripetutamente imposto alle grandi potenze.E che continua a essere dimenticata ogni volta che la disponibilità di mezzi viene confusa con la capacità di risolvere un problema.L’Arabia Saudita può acquistare alcuni dei sistemi d’arma più sofisticati del mondo. Ma la sicurezza non si misura soltanto dalla capacità di colpire un nemico: si misura anche dalla capacità di impedire che quel nemico continui a rappresentare una minaccia.Perché la potenza militare può vincere una battaglia. La sicurezza, invece, deve saper sopravvivere alla battaglia stessa.