Ma è normale che Ranucci faccia girare l’ordinanza al suo bombarolo?

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Un’ordinanza giudiziaria fatta arrivare all’uomo che secondo l’inchiesta ha commissionato l’attentato contro di lui. Con tanto di intermediaria, per evitare contatti diretti. L’ultimo sviluppo del caso Sigfrido Ranucci-Valter Lavitola apre un nuovo capitolo di una vicenda che continua a riservare sorprese. E solleva una domanda piuttosto semplice: è normale che la vittima di un attentato faccia recapitare gli atti dell’inchiesta all’uomo sospettato di averlo organizzato? La risposta, quantomeno sul piano dell’opportunità, sembra essere negativa. Anche perché a ricostruire il passaggio delle carte è stata Laura Cianfoni, persona molto vicina all’ex conduttore di Report, ascoltata dai carabinieri come persona informata sui fatti.“Mi ha detto Sigfrido di girare l’ordinanza”. Sono queste, secondo quanto appreso dall’Agi, le parole pronunciate dalla donna durante l’audizione avvenuta all’inizio della scorsa settimana nella caserma del Nucleo investigativo di Roma. Il riferimento è all’ordinanza di custodia cautelare nei confronti dei quattro presunti esecutori materiali dell’attentato del 16 ottobre 2025, quando un ordigno esplose davanti all’abitazione del giornalista. A chiedere che il documento arrivasse a Lavitola, stando alla deposizione della Cianfoni, sarebbe stato proprio Ranucci.La modalità scelta è altrettanto singolare. Nessuna consegna diretta, nessuno scambio tra i due amici. Cianfoni avrebbe inviato le carte tramite WhatsApp a Natalia Potenza, ex compagna dell’ex editore dell’Avanti!, affinché fosse lei a farle arrivare al destinatario. Un passaggio attraverso una terza persona per evitare il contatto diretto tra Ranucci e Lavitola. L’invio risale alla notte tra il 4 e il 5 luglio, nelle ore successive alla perquisizione nell’abitazione del faccendiere. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, il messaggio con l’ordinanza sarebbe stato spedito alle 4.12 del mattino.La stessa Cianfoni avrebbe sottolineato che la trasmissione del documento non costituiva un reato, dal momento che l’ordinanza era già conosciuta dalle parti. Una precisazione importante, che tuttavia non esaurisce la questione. Perché un comportamento può anche non avere rilevanza penale e rimanere comunque discutibile. Soprattutto quando a compierlo, secondo la testimonianza raccolta dagli investigatori, sarebbe stato il destinatario di un attentato, mentre dall’altra parte si trovava un uomo appena finito sotto la lente degli inquirenti.Ranucci, peraltro, aveva già riconosciuto pubblicamente di aver chiesto l’invio del documento. A settembre, replicando alle indiscrezioni sulle comunicazioni tra Cianfoni e Potenza, aveva precisato che si trattava di un’ordinanza già pubblica, trasmessa su sua richiesta. Aveva inoltre escluso l’esistenza di chat segrete, spiegando che il successivo messaggio della donna era un gesto di cortesia per conoscere le condizioni della famiglia. Una ricostruzione che ora trova un ulteriore riscontro nella deposizione della Cianfoni, almeno per quanto riguarda l’iniziativa di trasmettere gli atti.La donna compare più volte nelle carte dell’inchiesta anche per i suoi rapporti con Lavitola. I due si incontravano frequentemente insieme a Ranucci, soprattutto al ristorante Cefalù di Roma, ma anche nell’appartamento della Cianfoni alla Bufalotta. Proprio in occasione di una riunione nell’abitazione della donna, secondo quanto riferito agli investigatori, si sarebbe parlato dell’attentato, ma non dell’inchiesta giudiziaria.Cianfoni avrebbe inoltre confermato che Ranucci non conosceva il coinvolgimento di Lavitola nell’azione esplosiva. Il giornalista, secondo questa versione, ne avrebbe acquisito consapevolezza soltanto il giorno dell’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del faccendiere, nell’ambito dell’indagine coordinata dal pubblico ministero Edoardo De Santis. Un elemento che va tenuto distinto dalla trasmissione delle carte di luglio: in quel momento Lavitola era già finito nel mirino degli investigatori, ma non aveva ancora confessato il proprio ruolo.Eppure rimane il nodo di fondo. Ranucci era la persona offesa, Lavitola l’amico che gli inquirenti stavano mettendo al centro della ricostruzione dell’attentato. E proprio a quest’ultimo, secondo quanto raccontato dalla Cianfoni, il giornalista avrebbe voluto far arrivare la documentazione relativa agli arresti. Una scelta che inevitabilmente alimenta interrogativi sulla natura di quel rapporto e sulle ragioni di una simile premura.Nel frattempo, l’inchiesta sulla bomba ha registrato nuovi sviluppi. Come ricostruito dal Giornale, la Procura di Roma starebbe valutando la richiesta di giudizio immediato per Lavitola, Clesio Tavares e i quattro presunti esecutori materiali dell’attentato. Una possibilità emersa dopo le dichiarazioni di Saverio Mutone, quarto componente del gruppo ad aver ammesso il proprio coinvolgimento nella vicenda.Ascoltato per circa otto ore dal pm De Santis nel carcere di Rebibbia, Mutone ha ricostruito la preparazione dell’azione, i sopralluoghi e le modalità con cui sarebbe stata realizzata l’esplosione. Soprattutto, ha ribadito un elemento centrale nella versione degli indagati: “Non dovevamo far male a nessuno”. Secondo quanto riferito, il momento della detonazione sarebbe stato addirittura ripreso con un telefonino. Il filmato, successivamente inviato a Tavares, sarebbe servito a documentare a Lavitola l’avvenuta esecuzione dell’attentato.Una ricostruzione che rafforza la pista della cosiddetta “bomba d’amore”, l’ipotesi di un’azione dimostrativa organizzata non per ferire Ranucci, ma per suscitare attenzione attorno alla sua figura. Lo stesso Lavitola, dopo aver ammesso di essere il mandante, aveva sostenuto di aver agito per tutelare il giornalista e favorire un rafforzamento della sua scorta. Una spiegazione che resta parte della sua versione dei fatti e che non cancella la gravità dell’esplosione.Secondo quanto emerso dagli interrogatori, Tavares avrebbe reclutato Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone e Marika De Filippis. Il gruppo avrebbe effettuato un sopralluogo nei giorni precedenti al 16 ottobre 2025, mentre l’ordigno sarebbe stato azionato a distanza con un telecomando da Passariello. Gli investigatori hanno ricostruito anche la provenienza dell’esplosivo, che sarebbe stato recuperato a Sperone, in provincia di Avellino, e successivamente custodito nell’abitazione di D’Avino. Leggi anche:Ranucci, da Re Sole ad “appestato” il passo è breveCon le ammissioni degli indagati, il quadro investigativo sull’esecuzione materiale dell’attentato appare dunque sempre più definito. Restano invece da chiarire fino in fondo il movente e diversi aspetti dei rapporti tra i protagonisti. Il possibile giudizio immediato consentirebbe alla Procura di portare direttamente davanti al tribunale gli imputati, senza passare dall’udienza preliminare.Intanto, a un anno esatto dall’esplosione, il caso continua a presentare contorni difficili da ignorare. Da una parte un faccendiere che ha confessato di aver commissionato una bomba contro un amico, sostenendo di averlo fatto per proteggerlo. Dall’altra un giornalista che, stando alle dichiarazioni di una persona a lui vicina e alla propria precedente ammissione, ha chiesto di trasmettere a quell’amico gli atti relativi agli arresti dei presunti attentatori.Sia chiaro: nessuna conclusione giudiziaria può essere tratta automaticamente da questo episodio. Ma ridurre tutto a una semplice cortesia o alla circostanza che l’ordinanza fosse già conoscibile significa eludere la domanda principale: perché far arrivare personalmente le carte dell’indagine a chi era sospettato di aver organizzato l’attentato? Non tutto ciò che è consentito è necessariamente opportuno. E in questa storia la distinzione sembra tutt’altro che secondaria.Massimo Balsamo, 16 ottobre 2026L'articolo Ma è normale che Ranucci faccia girare l’ordinanza al suo bombarolo? proviene da Nicolaporro.it.