Scalata alla Lazio: la Procura ricorre in Cassazione contro le assoluzioni degli ex ultras

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Gio, 15 Ott 2026La Procura Generale contesta la sentenza che ha assolto tutti gli imputati nel processo sulla scalata al club biancoceleste, per fatti di oltre 20 anni fa.DiRedazioneCondividi l'articoloClaudio Lotito (Foto: Marco Rosi - SS Lazio/Getty Images)La Procura Generale della Corte d’Appello di Roma ha presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza dello scorso maggio in cui sono stati assolti, dall’accusa di tentata estorsione, tutti gli imputati nel processo alla scalata della Lazio. Tra questi anche Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik, ucciso con un colpo di pistola alla testa il 7 agosto 2019 nel parco degli Acquedotti e per il quale oggi i giudici hanno dichiarato il non doversi procedere. Le accuse riguardavano il reato di tentata estorsione. Tra gli imputati ci sono anche alcuni ex esponenti degli Irriducibili, il gruppo ultras che per anni ha guidato la curva biancoceleste.I giudici avevano assolto tutti dichiarando «perché il fatto non sussiste». Tra gli assolti figurano Yuri Alviti, Fabrizio Toffolo, Paolo Arcivieri, Guidocarlo Di Cosimo, Giuseppe Bellantonio e Fabrizio Di Marziantonio. In primo grado, nel gennaio 2015 erano state comminate condanne da 4 anni e 2 mesi a 2 anni e due mesi. Nei confronti di Di Cosimo è stato dichiarato inoltre il non doversi procedere per intervenuta prescrizione per uno dei capi d’accusa.Nel ricorso la Procura Generale contesta le motivazioni della sentenza. Secondo il procuratore generale, la decisione «si limita a una descrizione meramente anagrafica del gruppo» degli Irriducibili «e non individua il ruolo assunto dai singoli imputati nel direttivo, né spiega perché le specifiche acquisizioni probatorie siano prive di rilievo ai fini della valutazione della loro forza intimidatoria».Il ricorso prosegue sostenendo che la sentenza «non ha dato conto in modo esauriente dei motivi per i quali ha ritenuto di sovvertire la sentenza di condanna emessa in primo grado, omettendo di confutare tutte le ragioni che sorreggevano l’iniziale valutazione del Tribunale e fornendo una motivazione apparente ed incongrua, non confacente ai principi della logica giuridica e agli indirizzi espressi più volte dalla giurisprudenza di legittimità in tema di prova indiziaria».La Procura Generale ritiene inoltre che la Corte d’Appello non abbia valutato a fondo le dichiarazioni di Claudio Lotito, presidente della Lazio, e di Cristina Mezzaroma. In particolare secondo il ricorso «Lotito aveva collocato temporalmente la ricezione delle due lettere minatorie indicate nel capo di imputazione nel contesto di due episodi verificatisi nel settembre 2005 presso i suoi uffici: lo scarico di un camion di letame e lo scarico di una lavatrice».Inoltre, come riportato nella sentenza di primo grado, «il secondo episodio era stato pubblicamente rivendicato dagli Irriducibili e quanto al primo, gli accertamenti di polizia giudiziaria avevano evidenziato che il furgone utilizzato per trasportare il letame era stato noleggiato da Yuri Alviti. Tali dati, costituiscono elementi di collegamento tra gli episodi materiali e il contesto di pressione descritto nell’imputazione».Secondo la Procura Generale, le proteste degli Irriducibili erano legate soprattutto a motivi economici e alla perdita dei vantaggi che il gruppo aveva con la precedente gestione della Lazio. Nel ricorso si legge che su questo punto, le prove raccolte fossero «prove decisive e inscalfibili». Per il procuratore generale, però, questi elementi non sarebbero stati valutati correttamente dai giudici nel decidere se le minacce potessero costituire tentata estorsione.Developed by 3x1010