Doveva essere uno dei film più importanti del 2026 e, almeno sulla carta, aveva tutto ciò che serve per diventarlo: un regista pluripremiato, una campagna promozionale imponente, un investimento produttivo arrivato a sfiorare i 180 milioni di dollari e soprattutto Tom Cruise, uno degli ultimi attori hollywoodiani ancora capaci di trasformare la propria presenza in un evento cinematografico. Per l’occasione, la star aveva persino rinunciato all’immagine atletica e impeccabile che lo accompagna da decenni, trasformandosi in un magnate del petrolio texano, arrogante, appesantito e decisamente poco rassicurante. Insomma, Digger sembrava avere tutte le carte in regola per conquistare pubblico, critica e, perché no, anche qualche candidatura agli Oscar.Le cose, però, sono andate diversamente. Il nuovo film di Alejandro González Iñárritu si sta rivelando uno dei più clamorosi insuccessi commerciali dell’anno, mentre le recensioni pubblicate dopo l’uscita hanno restituito il ritratto di un’opera eccessiva, confusa e incapace di mantenere le proprie ambizioni. Un risultato che pesa inevitabilmente su Warner Bros., già alle prese con importanti pressioni finanziarie, ma che lascia anche una certa amarezza in chi, come noi, quel film lo ha visto e apprezzato.Perché Digger, nonostante un inizio lento, una narrazione volutamente disordinata e una recitazione che in alcuni momenti supera abbondantemente i confini del grottesco, rimane un film brillante, irriverente e soprattutto capace di mettere lo spettatore davanti a questioni sulle quali, generalmente, preferirebbe non soffermarsi troppo. Forse il pubblico non era pronto a una provocazione di questo genere, oppure Iñárritu ha semplicemente chiesto troppo a chi aveva acquistato un biglietto aspettandosi un altro tipo di spettacolo. Qualunque sia la risposta, mentre qualcuno sembrava già pronto a celebrare il funerale cinematografico di Digger, Hollywood ha deciso di intervenire in sua difesa. E non con nomi qualsiasi.Digger, 180 milioni e un tonfo al botteghino: neanche Tom Cruise può salvare tuttoDigger, il flop al botteghino: quanto sta perdendo il film con Tom Cruise?I numeri, bisogna ammetterlo, lasciano poco spazio alle interpretazioni. Secondo i dati riportati da Tgcom24, Digger ha debuttato nelle sale nordamericane con circa 8 milioni di dollari, registrando poi un calo del 60% nel secondo fine settimana. Gli incassi statunitensi hanno raggiunto i 14,4 milioni, mentre quelli mondiali si attestano, al momento, poco sopra i 35 milioni di dollari. Una cifra particolarmente deludente per un progetto il cui budget produttivo, inizialmente stimato intorno ai 125 milioni, sarebbe progressivamente salito fino a 160-180 milioni, ai quali si aggiungerebbero circa 100 milioni destinati alla promozione.Le previsioni non sono incoraggianti. Come riportato da Variety e ripreso da Tgcom24, il film potrebbe fermarsi intorno ai 50 milioni di dollari di incassi complessivi, mentre The Guardian ha ipotizzato perdite che potrebbero raggiungere i 245 milioni. Si tratta naturalmente di stime, non di un bilancio definitivo, ma sufficienti a collocare Digger tra i candidati a entrare nella poco invidiabile classifica dei più grandi flop finanziari della storia del cinema.C’è qualcosa di quasi paradossale in questa vicenda, soprattutto considerando il tema affrontato dal film. Digger racconta infatti un uomo convinto che il denaro possa risolvere qualsiasi problema, piegare la politica, controllare la natura e persino rimandare indefinitamente le conseguenze delle proprie azioni. Adesso è proprio il progetto cinematografico costruito intorno a quel personaggio, sostenuto da un investimento gigantesco e da aspettative altrettanto smisurate, a scontrarsi con una realtà che nessuna strategia promozionale sembra essere riuscita a modificare.Del resto, Hollywood può investire centinaia di milioni di dollari nella realizzazione di un film, ma non può obbligare il pubblico ad acquistare un biglietto. E questo, per un’industria che continua a misurare il successo soprattutto attraverso gli incassi del primo fine settimana, rappresenta probabilmente il limite più difficile da accettare.Foto: Warner Bros press areaHollywood difende Digger: da Anne Hathaway a Guillermo del Toro, le star contro il verdetto del box officeProprio quando il destino commerciale di Digger sembrava ormai segnato, diversi protagonisti dell’industria cinematografica hanno deciso di prendere pubblicamente posizione. Non per contestare i numeri, che rimangono quelli, ma per ricordare che il valore di un’opera non coincide necessariamente con la quantità di biglietti venduti.Tra gli interventi più significativi c’è quello di Guillermo del Toro, che ha affidato a X una difesa particolarmente esplicita del collega Alejandro González Iñárritu. Il regista messicano ha invitato a mettere l’arte davanti alle classifiche, liquidando senza troppi complimenti l’ossessione per i risultati commerciali. Una posizione che, al di là del linguaggio colorito, solleva una questione interessante: da quando abbiamo cominciato a considerare il successo economico come il principale criterio per stabilire se un film meriti di essere visto?Anche Anne Hathaway ha espresso un entusiasmo difficilmente equivocabile. Attraverso Letterboxd, l’attrice ha definito Digger un’opera intelligente, psichedelica, aggressiva, divertente e ambiziosa, assegnandogli un voto di 10 su 10. Un giudizio particolarmente generoso, soprattutto se confrontato con le numerose stroncature ricevute dal film, ma che testimonia quanto il lavoro di Iñárritu possa suscitare reazioni profondamente differenti.A unirsi al coro è stato Glen Powell, che ha celebrato la possibilità di vedere due personalità come Cruise e Iñárritu impegnarsi completamente in una visione artistica tanto rischiosa, definendo il risultato un’esperienza cinematografica destinata, secondo lui, a resistere al passare del tempo.Probabilmente è questo l’aspetto più interessante della mobilitazione hollywoodiana. Nessuno di questi artisti può cambiare gli incassi di Digger, né cancellare le critiche che gli sono state rivolte, ma tutti sembrano voler difendere il diritto di un film a essere ambizioso, imperfetto e persino divisivo senza essere immediatamente liquidato come un fallimento.Digger, la recensione: il pianeta è al limite, ma noi vogliamo ancora tuttoJane Fonda, Ron Howard e Michael Mann elogiano Tom Cruise in DiggerTra le voci intervenute a sostegno del film c’è anche quella di Jane Fonda, che su Instagram ha sottolineato il coraggio di Tom Cruise nell’accettare un ruolo tanto distante dai personaggi che lo hanno reso celebre. L’attrice ha inoltre evidenziato la dimensione ambientalista della storia, augurandosi che il passaparola possa convincere nuovi spettatori a darle una possibilità.Il suo intervento tocca un punto che avevo già affrontato nella mia recensione: Digger non è soltanto una satira contro i miliardari, ma un film che utilizza la catastrofe ambientale per interrogarsi sulle responsabilità di un sistema economico e sociale del quale siamo, in misura profondamente diversa, tutti partecipi.Ron Howard ha invitato il pubblico a guardare e discutere il film prima di giudicarlo, soffermandosi soprattutto sulla particolarità della prova attoriale di Cruise. Anche Michael Mann, che aveva diretto l’attore in Collateral, ha elogiato la sua interpretazione, considerandola straordinaria.In effetti, se c’è un elemento sul quale persino molte delle recensioni più severe sembrano trovare un terreno comune, è proprio il lavoro del protagonista. Cruise abbandona il controllo fisico quasi sovrumano dei suoi personaggi più celebri per interpretare un uomo che, nonostante l’immenso potere economico, non riesce a controllare praticamente nulla di ciò che ha messo in movimento.Digger Rockwell è sgradevole, rumoroso, eccessivo e talvolta persino ridicolo, ma è proprio attraverso questa deformazione che Cruise riesce a rappresentare un personaggio convinto di poter continuare a possedere, consumare ed espandersi senza incontrare mai un limite. Il risultato non è sempre elegante, e probabilmente non vuole nemmeno esserlo, ma sarebbe difficile negare quanto questa interpretazione sia distante dalle scelte più prevedibili della sua carriera recente.Foto: Warner Bros press areaPerché Digger divide così tanto? Il film di Iñárritu e quella responsabilità che non vogliamo vedereNaturalmente, il sostegno delle star non rende automaticamente Digger un capolavoro incompreso. Il film ha difetti evidenti e sarebbe poco credibile fingere il contrario soltanto perché alcuni grandi nomi di Hollywood hanno deciso di difenderlo.L’inizio è dispersivo, la narrazione procede attraverso continue sovrapposizioni e Iñárritu sembra talvolta così interessato a provocare da dimenticare che una provocazione, per funzionare, non ha necessariamente bisogno di essere ripetuta fino allo sfinimento. La recitazione si spinge deliberatamente verso la caricatura e alcune sequenze risultano talmente sopra le righe da rischiare di allontanare lo spettatore proprio nel momento in cui il regista vorrebbe coinvolgerlo maggiormente. Eppure, personalmente, continuo a pensare che sotto questa costruzione caotica ci sia un film molto più interessante di quanto suggeriscano alcune delle sue recensioni.Il protagonista è un magnate del petrolio che ha contribuito a provocare una catastrofe ambientale e che, anziché riconoscere fino in fondo le proprie responsabilità, cerca disperatamente una soluzione capace di preservare il proprio potere. Sarebbe facilissimo costruire intorno a lui una storia nella quale il cattivo viene identificato, condannato e infine punito, lasciando lo spettatore libero di uscire dalla sala con la rassicurante certezza di trovarsi dalla parte giusta.Iñárritu, invece, complica progressivamente questa posizione. Perché il petrolio che ha reso ricco Digger è anche quello che alimenta un sistema dal quale dipendono trasporti, infrastrutture, tecnologia e molte delle comodità alle quali non siamo disposti a rinunciare. Questo non significa attribuire a un comune cittadino le stesse responsabilità di un miliardario che prende decisioni industriali potenzialmente devastanti, ma riconoscere che condannare le conseguenze di un sistema è molto più semplice che interrogarsi sul proprio rapporto con i benefici che quel sistema produce.Ed è qui che Digger diventa, a mio avviso, realmente provocatorio. Non quando mostra l’arroganza dei potenti, che conosciamo già abbastanza bene, ma quando mette in discussione la nostra necessità di trovare sempre qualcuno al quale attribuire interamente la colpa. Perché individuare un responsabile ci permette di concentrare la rabbia su un volto riconoscibile, mentre domandarci quanto siamo realmente disponibili a modificare le nostre abitudini richiede uno sforzo decisamente meno gratificante. I colpevoli sono sempre gli altri, soprattutto quando ammettere una responsabilità, per quanto piccola, significherebbe rinunciare a qualcosa.foto: warner bros press areaTom Cruise e il flop di Digger: un film può essere un fallimento economico e un successo artistico?C’è infine un’ultima contraddizione che rende questa vicenda particolarmente interessante. Hollywood sta difendendo un film che mette in discussione l’ossessione per la crescita, il profitto e l’accumulo attraverso gli stessi meccanismi industriali che quella ossessione hanno contribuito a trasformarla in un modello produttivo. Digger critica un mondo incapace di riconoscere i propri limiti, ma è stato realizzato con un budget enorme, una star internazionale e la necessità di ottenere incassi altrettanto giganteschi per giustificare l’investimento. Una contraddizione che non invalida il discorso di Iñárritu, ma che rende il suo insuccesso commerciale quasi un’appendice involontaria del film stesso.Sarà anche per questo che la mobilitazione di Hollywood merita attenzione. Non perché Anne Hathaway, Jane Fonda o Guillermo del Toro abbiano necessariamente ragione, né perché il loro prestigio debba convincerci ad apprezzare un’opera che non ci è piaciuta, ma perché stanno provando a sottrarre Digger a una discussione diventata quasi esclusivamente economica.In un’intervista al podcast On Film with Kevin McCarthy, riportata da Vanity Fair, lo stesso Tom Cruise aveva spiegato di non realizzare film pensando soltanto al weekend d’esordio, ma con l’ambizione di creare opere capaci di durare nel tempo. Una dichiarazione che oggi, davanti alle cifre del botteghino, potrebbe sembrare una comoda consolazione, ma che contiene anche un principio sul quale varrebbe la pena riflettere.Non tutti i film che incassano centinaia di milioni rimangono nella memoria collettiva e, allo stesso modo, non tutti quelli che falliscono commercialmente sono destinati a essere dimenticati. La storia del cinema offre numerosi esempi di opere inizialmente accolte con freddezza e successivamente rivalutate, anche se questo naturalmente non garantisce che Digger seguirà lo stesso percorso.Quello che sappiamo, per il momento, è che il film di Iñárritu ha diviso il pubblico, deluso le aspettative economiche e provocato una reazione insolitamente compatta da parte di alcuni dei nomi più importanti di Hollywood. Non sappiamo ancora se tra qualche anno verrà ricordato come un grande film sottovalutato o semplicemente come un esperimento troppo costoso e troppo ambizioso per funzionare.Personalmente, continuo a considerarlo un’opera imperfetta ma degna di essere vista, proprio perché non mi ha permesso di uscire dalla sala con la comoda sensazione di avere capito tutto e individuato il colpevole. E se il cinema deve anche servire a metterci in difficoltà, a contraddirci e a costringerci a guardare ciò che preferiremmo ignorare, allora forse Digger ha ottenuto qualcosa che nessuna classifica degli incassi sarà mai in grado di misurare.Del resto, sarebbe piuttosto ironico se un film che racconta quanto siamo ossessionati dal denaro finisse per essere ricordato soltanto per quello che ha perso.Paramount e Warner diventano Skydance: il rischio di una Hollywood senza più rischi| Da Rumors.it