Nella scorsa legislatura dell’Unione Europea (2019 – 2024) il 30 giugno 2021 è stata approvata nell’ambito del Green Deal la fondamentale “legge europea sul clima” (Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio R 1119). Tale legge obbliga al conseguimento entro il 2050 della neutralità climatica, ossia prescrive la riduzione completa (100%) delle emissioni di gas serra effettuate per qualsiasi motivo nel territorio dell’Unione (in primis quelle dell’anidride carbonica CO2, del gas metano CH4 e del protossido di azoto N2O). Per effetto di tale legge (e delle altre decine e decine di disposizioni legislative Green Deal approvate in sede Ue nella stessa legislatura) è necessario realizzare in meno di 30 anni una radicale rivoluzione dell’intera struttura energetica degli Stati dell’Unione, sostituendo l’energia prodotta dalla combustione dei combustibili fossili (stimata essere stata nel 2021 pari a circa 11.000 TWh termici, circa il 72% dei 15.280 TWh termici, l’energia totale consumata per qualunque ragione nell’Ue in quell’anno) con l’energia prodotta da fonti rinnovabili (energia idraulica, energia eolica, energia fotovoltaica, energia geotermica, energia da biomasse) e da energia nucleare. Con l’espressione “transizione energetica” ci si riferisce a questo gigantesco cambiamento. Il Green Deal è stato sostenuto al Parlamento Europeo dai seguenti Partiti: S&D (Socialisti & Democratici, tra cui l’italiano PD); Renew Europa (il gruppo liberale e centrista europeo); Verts/ALE (i Verdi e Alleanza Libera Europea); PPE (Partito Popolare Europeo, tra cui Forza Italia, che però ha votato contro alcune leggi); Movimento 5 Stelle (allora indipendente). Il vero regista del GREEN DEAL è stato il socialista olandese Frans Timmemanns. La transizione energetica progettata dal Green Deal è stata resa possibile per alcuni sviluppi tecnologici ed industriali avvenuti nei primi due decenni di questo secolo, che in particolare hanno rese economicamente accettabili tre tecnologie energetiche:– la produzione di energia elettrica da energia termica solare mediante pannelli fotovoltaici al silicio;– la produzione di energia elettrica da energia meccanica del vento mediante grandi pale eoliche installate su terraferma (e anche sul mare);– batterie elettriche al litio con elevato rapporto tra energia elettrica contenuta e peso. La transizione energetica impone di conseguire entro il 2050 radicali modifiche in un numero enorme di attività. In particolare:– riscaldamento di tutti gli edifici: massima limitazione delle dispersioni termiche e adozione generale di pompe di calore o caldaie a biomasse, eliminando le attuali caldaie a gas metano e gasolio; – produzione di acqua sanitaria: solo con energia elettrica;– cucina: solo con energia elettrica, eliminando le cucine a gas;– trasporto di passeggeri su gomma: solo con automobili e motociclette a motore elettrico (full electric);– trasporto di merci su gomma: solo con veicoli a motore elettrico o alimentati a idrogeno verde (ottenuto mediante elettrolisi dell’acqua con energia elettrica rinnovabile o nucleare). – attività industriali (metallurgia, vetro, piastrelle, ceramiche, lavorazioni meccaniche, chimica industriale, eccetera): sostituzione con riscaldamenti e forni elettrici di tutti i riscaldamenti e forni attualmente alimentati a gas metano o gasolio;– industria chimica e petrolchimica: sostituzione dell’uso del petrolio e del gas naturale (per la produzione di plastica e di prodotti chimici) con prodotti della chimica verde, basati sull’uso del carbonio riciclato, di biomassa sostenibile e di idrogeno verde;– produzione di acciaio da minerale di ferro: sostituzione degli altiforni tradizionali alimentati a coke di carbone con altiforni alimentati con idrogeno verde e utilizzo poi di forni elettrici ad arco; – produzione di acciaio da rottame: utilizzo di forni elettrici ad arco;– produzione di cemento: riscaldamento decarbonizzato del carbonato di calcio (la materia prima per la produzione di cemento), cattura della CO2 prodotta dal riscaldamento e veicolazione della CO2 in depositi sotterranei idonei. – produzione di ammoniaca NH3: sostituzione con impianti a idrogeno verde degli attuali impianti di produzione, basati sull’utilizzo del gas metano; – produzione di fertilizzanti agricoli azotati (urea e nitrato d’ammonio) con ammoniaca verde; – aviazione e trasporto marittimo: sostituzione del cherosene e dei combustibili marittimi pesanti con carburanti sostenibili per l’aviazione (SAF) e e-fuels sintetici, oltre alla elettrificazione delle banchine portuali;– gestione dei rifiuti: conversione delle discariche e degli impianti di trattamento per azzerare le emissioni di metano e massimo potenziamento del riciclo dei rifiuti in ottica circolare;– agricoltura: sostituzione degli attuali trattori con trattori elettrici o a idrogeno verde; riscaldamento delle stalle con pompe di calore; modifica dei sistemi di allevamento intensivo e dei mangimi per ridurre le emissioni di gas metano dei ruminanti; sostituzione dei concimi chimici tradizionali con fertilizzanti biologici o a basse emissioni.I principali obiettivi finali della transizione energetica da conseguire entro il 2050 sono:– produzione di energia elettrica solo mediante fonti rinnovabili (eolico, solare, idraulico, geotermia) e energia nucleare;– produzione di idrogeno verde mediante elettrolisi dell’acqua (realizzata con energia elettrica rinnovabile o nucleare);– nel caso di necessità di combustione di combustibili fossili (da limitare al massimo): cattura e stoccaggio nel sottosuolo della CO2 prodotta (CCUS); – potenziamento dei “pozzi naturali di assorbimento” di CO2, ripristinando foreste, torbiere, nonché arricchendo suoli e sottosuoli di carbonio;Le regolazioni adottate dall’UE per conseguire con sicurezza entro il 2050 gli obiettivi della transizione energetica sono due.1 – La prima regolazione, operante già da anni, è lo ETS (European Trading System), e riguarda i circa 11.000 impianti UE considerati grandi emettitori di gas serra, (le centrali termoelettriche, gli impianti siderurgici, le fabbriche di cemento e vari impianti chimici). L’ETS obbliga i gestori di questi impianti a misurare la quantità di emissioni annuali di gas serra e ad acquistare in apposite aste (indette dai vari Governi) un numero di permessi di emissione pari alla quantità di emissioni effettuate. I permessi di emissione sono commerciabili (da qui il termine “Trading” nell’ETS). Di anno in anno il numero totale di permessi di emissione disponibili nelle aste viene appositamente diminuito. Attualmente il ritmo di diminuzione è di circa il 4% per anno e il costo del permesso di emissione di una tonnellata di CO2 è oggi intorno ai 60 – 70 euro, una cifra rilevante. Il meccanismo ETS da un lato garantisce l’effettiva diminuzione delle emissioni, dall’altro tende a rendere sempre più onerose le produzioni con emissioni di gas serra, facilitando il passaggio a produzioni prive di emissioni. Per alcune produzioni “hard to abate”, come quella del cemento, sono stati finora concessi permessi di emissioni gratuiti, che saranno però eliminate fra pochi anni. Gli oneri ETS vengono pagati dai consumatori finali. Si tratta di somme considerevoli. Un solo esempio: in Italia nel 2025 il costo dei permessi ETS dei produttori di energia termoelettrica mediante gas metano (responsabili di poco più della metà della produzione italiana), è stato di oltre 3 miliardi di euro (oltre il 20% delle loro fatture), somma alla fine pagata dagli utenti nelle bollette elettriche. Inoltre, poiché nel 2025 il prezzo dell’energia elettrica rinnovabile prodotta in Italia (poco meno della metà del totale della produzione) è stato sostanzialmente ancorato al prezzo della produzione termoelettrica, l’aggravio di questa per effetto ETS ha comportato un aggravio di poco meno del 20% anche della produzione di energia rinnovabile pagato con la bolletta elettrica. 2 – La seconda regolazione, l’ETS 2, ha un funzionamento simile a quello dello ETS. Verrà applicato a partire dal 2028 per l’attuazione della progressiva diminuzione delle emissioni nei settori Edilizia, Trasporto e Agricoltura, in cui finora le emissioni di gas serra non sono affatto diminuite (rispetto al 1990). L’ETS2 verrà applicato ai grandi distributori di energia da combustione di combustibili fossili operanti in tali settori. Per effetto dell’ETS2 i cittadini riscontreranno progressivi aumenti nelle bollette del gas, nei prezzi dei carburanti alle pompe e nel costo del riscaldamento, per cui saranno invogliati a passare al riscaldamento a biomasse, a installare pompe di calore, ad acquistare auto e moto elettrica, eccetera.La progressione della transizione energetica UE è misurata dalla riduzione delle emissioni di gas serra rispetto a quelle del 1990, considerate di riferimento.L’obiettivo UE del 2020 era di una riduzione del 20% (pienamente raggiunto). A fine 2025 è stata ottenuta nell’UE una riduzione del 40% (in Italia però solo del 30%).La riduzione da conseguire (per legge) entro il 2030 è del 55%, un obiettivo molto impegnativo, irraggiungibile per l’Italia. Ancora più impegnativa la riduzione delle emissioni a cui occorre pervenire per legge entro il 2040, il 90%.I problemi economici della transizione energetica.La transizione energetica avrà profondi effetti sull’economia UE, sia per le imprese, sia per i cittadini. Per quanto riguarda le imprese, i costi di produzione dei prodotti industriali di base (acciaio, cemento, ammoniaca, metalli, vetro, piastrelle, ceramiche, plastica, e-fuels, prodotti di chimica di base, eccetera), aumenteranno sensibilmente sia per gli oneri finanziari dovuti alla eliminazione di impianti non ancora ammortizzati e per gli imponenti investimenti in nuovi impianti, sia per i maggiori costi dei nuovi processi produttivi a zero emissioni di gas serra. Rincareranno di conseguenza i costi industriali di tutti i prodotti derivati dai prodotti di base. Aumenteranno anche i costi di produzione in agricoltura per il maggior costo dei fertilizzanti e per gli oneri finanziari dei considerevoli investimenti necessari (nuovi tipi di trattori, pompe di calore per le stalle, eccetera). Il costo di produzione dell’energia elettrica dovrebbe rimanere sugli attuali livelli.Gli aumenti dei costi di produzione di tanti prodotti determineranno inevitabilmente un aumento generale dei prezzi all’interno dell’UE, una inflazione green. In particolare difficoltà si troveranno le imprese UE che operano sui mercati extra UE, dove le produzioni della concorrenza non sono tenute alle limitazioni sull’utilizzo di combustibili fossili. Questa perdita di competitività avrà pesanti conseguenze sui bilanci di queste imprese. Invece sul mercato UE invece dovrebbe essere attiva la protezione del meccanismo del CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), introdotto da una legge UE del GREEN DEAL. Il CBAM, entrato in funzione il 1 gennaio di quest’anno, impone sui prodotti esteri una tassa d’ingresso nell’UE dipendente dalle loro emissioni di carbonio, al fine di equipararli ai prodotti UE gravati dai costi delle regolamentazioni energetiche. La determinazione delle tasse CBAM è tutt’altro che semplice e andrà verificata l’effettiva protezione da esse offerta. La prima dichiarazione annuale degli importatori e il primo pagamento dei certificati monetari (nome burocratico delle tasse CBAM) avverrà nel 2027.Per quanto riguarda i bilanci dei cittadini l’incidenza diretta della transizione energetica sarà pesante, sia per l’inflazione green sopra segnalata, sia per i costi delle modifiche necessarie nelle abitazioni di proprietà al fine di eliminare i combustibili fossili nel riscaldamento. Ne deriverà una diminuzione della propensione al consumo, il motore principale dell’economia, con ulteriori difficoltà per le imprese. Le motivazioni che hanno portato l’UE alla decisione della transizione energetica, diffuse in vario grado tra i cittadini e le classi dirigenti, sono diverse e in complesso potenti.La motivazione “ufficiale” è quella climatica.In accordo con l’IPCC, l’organismo fondato dall’ONU per la valutazione delle conseguenze climatiche delle attività umane, l’UE ritiene che l’emissione di gas serra antropogenici, in particolare quelle derivanti dalla combustione dei combustibili fossili (petrolio, gas metano e carbone), alteri la composizione dell’atmosfera, determinando un progressivo riscaldamento del pianeta. Se tale riscaldamento continuasse con gli attuali ritmi, determinerebbe in pochi decenni gravissimi danni all’ecosistema. Di qui la necessità di una rapida e radicale decarbonizzazione.Sull’importanza di questa motivazione non ha peso la modestia delle attuali emissioni di gas serra dell’UE (solo il 7 – 8% del totale mondiale, che continua ad aumentare); con tutta evidenza gli effetti climatici della decarbonizzazione europea di qui al 2050 saranno irrilevanti. Oltre alla motivazione climatica è importante anche la diffusa sensibilità a favore della necessità di un’economia UE pienamente sostenibile. A promuovere l’istanza della sostenibilità sono state in particolare le teorie neo-malthusiane sui limiti dello sviluppo nate negli anni ’70 del secolo scorso. Le risorse del pianeta sono limitate, non consentono assolutamente l’estensione del livello di consumo occidentale a tutta popolazione mondiale. Per salvare l’ecosistema, lo stile di vita dell’umanità deve diventare “sostenibile”, deve cioè utilizzare solo risorse rinnovabili. E tocca agli Stati ricchi (come l’UE), che hanno inquinato l’atmosfera basando la rivoluzione industriale sui combustibili fossili, il compito di investire per primi in sostenibilità. Un’altra importante motivazione a favore della transizione energetica, presente in particolare al livello delle dirigenze politiche ed economiche UE, è dovuta alla piena indipendenza energetica europea che essa determinerà. L’indipendenza energetica libererebbe l’Unione non solo dagli attuali rilevanti costi e rischi delle importazioni energetiche, ma anche dai vincoli internazionali ad esse sottostanti, in vario grado lesivi dell’autonomia.Nei circoli economici è anche la diffusa convinzione pro – transizione del “First Mover Advantage”: gli Stati che decarbonizzano per primi si troveranno in vantaggio nella futura competizione nel mondo decarbonizzato. Oltre alle generali motivazioni a favore della transizione energetica viste sopra (per il clima, per la sostenibilità, per la piena indipendenza energetica, per i vantaggi economici), sono da segnalare motivazioni proprie di specifici gruppi politici. Due esempi. I partiti politici favorevoli al cambiamento dell’assetto UE a Federazione unitaria di Stati apprezzano l’iniziativa della trasformazione per la sua evidente valenza coesiva e unificatrice dell’Unione. I partiti politici verdi e di sinistra radicale (favorevoli alla “decrescita felice”) vedono con favore la trasformazione per la sua evidente azione limitatrice dei consumi e tendenzialmente egualitaria. Va infine sottolineato il deciso appoggio alla trasformazione energetica dell’intera economia mondiale sempre manifestato dalla grande finanza internazionale, evidentemente convinta delle grandi opportunità di affari che genererà. Quanto alla strategia necessaria per procedere alla trasformazione energetica, in sede UE vi è piena concordia: le dinamiche del mercato libero sono assolutamente insufficienti, occorre un intervento pubblico diretto con una rigorosa pianificazione centralizzata.Tale filosofia contrasta con quella dell’ottimismo tecnologico caratteristica dell’economia di mercato, secondo cui l’ingegno umano, la tecnologia e la libertà imprenditoriale sono in grado di superare qualsiasi crisi e di garantire la conservazione dell’integrità dell’ecosistema.Si comprende perciò che le politiche del GREEN DEAL non nascono da dinamiche spontanee di mercato, ma sono il frutto di un impianto fortemente dirigista. L’UE ha deciso gli obiettivi, ha pianificato nel dettaglio con rigide scadenze i tempi del loro conseguimento, ha previsto forti multe per le imprese che non si adeguano, favorisce le imprese che si allineano. La pianificazione per la transizione energetica opera tramite le imprese. Da un lato incide sulle imprese esistenti con una serie di obblighi volti a realizzare la decarbonizzazione progressiva delle loro produzioni. Le imprese sono tenute per leggi approvate nel GREEN DEAL a presentare i bilanci annuali tenendo conto degli aspetti ESG (Environment, Social, Governance). I vincoli alle produzioni portano a dismettere impianti non interamente ammortizzati e ad operare in un contesto di energie artificialmente costose. Si determina così un pesante svantaggio competitivo rispetto alle altre imprese mondiali, con l’inevitabile conseguenza di una parziale deindustrializzazione dell’UE.D’altro lato la pianificazione UE promuove con importanti facilitazioni un nuovo grande settore di imprese, quello delle imprese per la produzione di energia elettrica rinnovabile. Tale promozione viene attuata in due modi: 1) obbligando gli Stati membri a incentivare per legge le produzioni di energia elettrica rinnovabile (questi incentivi hanno raggiunto per l’Italia negli ultimi 15 anni la ragguardevole somma di 160 miliardi di euro), 2) stravolgendo con la precedenza data alle produzioni di energia elettrica rinnovabile il funzionamento della Borsa Elettrica del Giorno Prima, lo strumento disposto per assicurare (ora per ora) la concorrenza tra i produttori di energia elettrica. Poiché la Borsa Elettrica funziona con il principio del prezzo marginale orario, retribuendo cioè tutte le vendite effettuate nell’ora con il prezzo del contratto più caro e poiché il contratto orario più caro è quasi sempre quello delle produzioni di energia termoelettrica (ottenuta in impianti a gas metano), la priorità data alle vendite di energia elettrica rinnovabile in Borsa Elettrica ha ancorato il prezzo di tali vendite a quello assai più caro delle produzioni termoelettriche, con enormi vantaggi per i produttori di rinnovabili. Ovviamente a carico delle bollette elettriche. Risulta con evidenza che l’UE realizza la transizione energetica a prezzo di rilevanti alterazioni della filosofia del mercato aperto, filosofia fondante l’unificazione europea.La transizione energetica si sta realizzando nei 27 Stati dell’UE con modalità e conseguenze assai diverse, diversità impossibile da passare in rassegna in questa sede. Ad indicare la complessità della transizione energetica viene presentata in Appendice una breve analisi relativa al nostro Paese, riguardante lo sforzo che dovrà essere fatto a partire dalla situazione 2025 per conseguire nel 2050 l’elettrificazione totale dei consumi energetici.Considerazioni conclusive.La gigantesca transizione energetica UE 2021 – 2050, progettata nel GREEN DEAL all’inizio della legislatura UE 2019 – 2024, è un’operazione estremamente complessa con profonda incidenza sulla struttura industriale dell’UE e sui consumi dei suoi cittadini. Le difficoltà della sua realizzazione sono destinate a crescere esponenzialmente nei prossimi anni. A queste intrinseche difficoltà si sono aggiunte recentemente ulteriori gravi difficoltà per mutamenti intervenuti del quadro internazionale, in particolare la guerra tra Federazione Russa e Ucraina, la decisione degli Stati UE di procedere a un cospicuo incremento delle spese militari e la guerra tra Israele e Stati Uniti con l’Iran con il blocco della navigazione nello stretto di Hormuz. L’assommarsi di queste difficoltà farà emergere inevitabilmente nell’UE forti tensioni economiche e anche sociali, che non potranno non avere uno sbocco politico. Con possibili conseguenze sulla tempistica della transizione energetica e forse anche sui suoi contenuti.Appendice.Nel 2025 il consumo elettrico in Italia è stato di 313 miliardi di kWh (313 terawattora, simbolo TWh) ed è stato realizzato con: 1) fonti rinnovabili (128,0 TWh), 2) combustione di gas metano (136,3 TWh); 3) importazione netta di energia elettrica (48,7 TWh).-Questi 313 TWh di consumi elettrici sono stati così distribuiti:– industria (motori, macchine, illuminazione, eccetera): 120 TWh;– terziario e servizi (commercio, data center, scuole, ospedali, eccetera): 105 TWh;– residenziali domestici: 67 TWh;– agricoltura e pesca: 6 TWh;– trasporti non stradali (ferrovie, eccetera): 11 TWh;– perdite: 4 TWh. Si stima che nel 2050, con l’elettrificazione totale dei consumi energetici, il consumo di energia elettrica nel nostro Paese dovrà essere di almeno 608 TWh. Si perviene a questa previsione nell’ipotesi a parità di condizioni rispetto al 2025, assumendo cioè che nel 2050 il numero dei cittadini italiani sia quello attuale, che le industrie italiane abbiano i consumi energetici attuali, che le abitudini di cittadini (come il chilometraggio annuale per persona, il consumo alimentare e, in sintesi, il “modus vivendi”) siano le stesse di quelle odierne.In aggiunta ai suddetti 313 TWh sono previsti nel 2050 in Italia i seguenti consumi di energia elettrica:– per l’adozione di motori elettrici o motori alimentati a idrogeno per tutti i veicoli adibiti al trasporto su gomma di passeggeri e merci: 100 TWh;– per il riscaldamento invernale e para-invernale degli edifici privati e pubblici, attualmente riscaldati a gasolio o gas metano: 95 TWh;– per l’alimentazione di forni elettrici nelle industrie (al posto degli attuali forni utilizzanti gas metano): 80 TWh;– per la decarbonizzazione di attività nell’agricoltura: 20 TWh;La somma di tutte le voci porta alla previsione di un consumo totale di energia elettrica nel 2050 di 313 + 295 = 608 TWh.Nel 2050 tutta l’energia elettrica utilizzata dovrà essere prodotta senza combustibili fossili, ossia mediante fonti rinnovabili e nucleare. Assumendo che le importazioni di energia elettrica rimangano nel 2050 circa al valore attuale di 50 TWh, la produzione italiana di energia elettrica decarbonizzata dovrà allora essere di 608 – 50 = 558 TWh. Nell’ipotesi che gli impianti a energia rinnovabile che nel 2025 hanno prodotto 128 TWh siano ancora in funzione nel 2050 con la stessa produzione, dal 2025 al 2050 occorrerà installare nuovi impianti ad energia rinnovabile in grado di produrre nel 2050 l’enorme quantità di energia elettrica di 430 TWh (430 = 608 – 50 -128).Vengono ora sinteticamente esaminate, a titolo di esempio, due possibili ipotesi per riuscire a produrre in Italia nel 2050 430 TWh di nuova energia elettrica rinnovabile.Prima ipotesi: produzione di 430 TWh per 1/3 con energia eolica (136 TWh) e per 2/3 con energia fotovoltaica (272 TWh).Per quanto riguarda l’energia eolica, assumendo di realizzare la produzione con grandi pale eoliche da 3 MW installate sulla terraferma con funzionamento annuale equivalente a funzionamento a piena potenza per 1700 ore (la ventosità italiana sulla terraferma è modesta), per produrre 1 TWh all’anno (cioè 1.000.000 MWh all’anno) con pale eoliche da 3 MW, occorrerebbero 196 pale eoliche. Nel 2050 per una produzione di 136 TWh occorrerebbero quindi 26.656 pale eoliche da 3 MW. Il costo attuale di investimento tutto compreso per una pala eolica da 3 MW su terraferma è stimato essere di circa 4 milioni di euro. L’investimento in 26.656 pale eoliche sarebbe quindi di 106,6 miliardi di euro. Per quanto riguarda l’energia fotovoltaica, assumendo di realizzare la produzione con unità fotovoltaiche da 1 kW di picco con funzionamento annuale equivalente di 1400 ore al picco installate su terreno in impianti da almeno 1 MW, poiché ogni unità fotovoltaica tra una cosa e l’altra impegna 15 metri quadrati di superficie, il territorio necessario per produrre 1TWh, facendo i conti sarebbe pari a 10,7 km2. Per 272 TWh occorrerebbe quindi rivestire di pannelli solari 2910,4 km2 di territorio. Il costo di investimento tutto compreso del fotovoltaico in impianti da almeno 1 MW è stimato essere di circa 1000 euro per unità fotovoltaica di 1 kW di picco. L’investimento necessario per ricoprire 2910,4 km2 di territorio con unità fotovoltaiche da 1 kW di picco che occupano 15 metri quadrati di superficie sarebbe di 194,0 miliardi di euro. Seconda ipotesi: produzione di 430 TWh con 80 TWh di energia nucleare e il resto (350 TWh) per 1/3 con energia eolica (116,7 TWh) e per 2/3 con energia fotovoltaica (233,3 TWh). L’assunzione di una produzione di 80 TWh nucleari nel 2050 è esplicitamente considerata nel documento programmatico ufficiale del Governo italiano PNIEC 2024 (Piano Nazionale Integrato Energia e Clima) inviato a Bruxelles nel 2024. Per le produzioni 2050 di 116,7 TWh di energia eolica e di 233,3 TWh di energia fotovoltaica, riferendosi ai dati sopra presentati, occorrerebbero 22.873 pale eoliche da 3 MW e 2496,3 km2 di territorio occupato da pannelli solari, con investimenti di 91,5 miliardi di euro (per le pale eoliche) e di 166,4 miliardi di euro (per il fotovoltaico). Per la produzione 2050 di 80 TWh di energia nucleare, ipotizzando l’impiego di reattori SMR (Small Modular Reactors) denominati NUWARD di concezione francese, di potenza pari a 400 MWe (il progetto di questi reattori è attualmente in fase di esame presso le autorità di sicurezza), funzionanti 8000 ore all’anno e perciò producenti ognuno 3,2 TWh all’anno, occorrerebbero 80/3,2 = 25 reattori. Non ci sono dati circa i costi di investimento in questi reattori SMR. In entrambe le ipotesi si tratta di realizzazioni estremamente impegnative sia per l’ottenimento dei necessari permessi di installazione, sia per le imponenti risorse finanziarie occorrenti, sia per l’enorme lavoro da fare in soli 24 anni sui siti scelti. Due soli esempi riguardanti la seconda ipotesi considerata: se le 22.878 pale eoliche da 3 MW fossero installate con progressione lineare in 24 anni, ogni giorno da oggi al 2050 ne dovrebbero essere installate 2,6; se i 25 reattori nucleari da 400 MWe fossero installati con progressione lineare nei 10 anni dal 2040 al 2050, ogni anno occorrerebbe attivare il funzionamento a piena potenza di 2,5 reattori nucleari.* Già parlamentare e viceministro dell’Istruzione, dell’università e della ricerca.