Ucraina, fronte orientale e diplomazia asimmetrica: il paradosso del Vaticano su Oleshky e l’erosione delle linee ucraine

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La dinamica del conflitto ucraino continua a muoversi su un doppio binario: da un lato, l’attrito quotidiano lungo la linea di contatto, caratterizzato da una progressiva erosione delle difese di Kiev e da profonde incertezze nei bollettini ufficiali; dall’altro, una dimensione diplomatica e informativa spesso scollegata dalla geografia fisica del terreno.L’episodio che sintetizza emblematicamente questa discrepanza riguarda la cittadina di Oleshky (Aleshki), nell’oblast di Kherson, e il recente appello del Vaticano per una tregua umanitaria.Nei giorni scorsi, la notizia del colloquio tra la Santa Sede e il Cremlino ha posto al centro dell’attenzione internazionale la situazione di Oleshky. Dalla diplomazia vaticana, con un appello rivolto direttamente a Vladimir Putin, è giunta la richiesta di un cessate il fuoco e di una tregua locale per consentire l’ingresso di cibo e medicinali, nonché l’evacuazione sicura dei circa 2.000 civili rimasti in quella che è stata definita una «città assediata».Tuttavia, l’analisi cartografica e militare evidenzia un paradosso geografico sostanziale. Oleshky sorge infatti sulla riva sinistra (orientale) del fiume Dnipro, esattamente di fronte alla città di Kherson, ed è sotto il controllo continuativo delle forze armate russe sin dalle prime fasi del conflitto, iniziate il 24 febbraio 2022. Questo dato non appartiene unicamente alla narrativa di Mosca, ma trova piena convergenza nella cartografia dei centri di monitoraggio ucraini, compreso DeepState, che indicano la città stabilmente all’interno delle linee russe. Alle spalle del centro abitato non si rilevano sacche né truppe nemiche, ma una continuità territoriale controllata dalla Federazione Russa, che si estende senza interruzioni fino alla Crimea e al confine federale.In questo contesto, la definizione classica di «assedio» si scontra con la realtà del terreno: un assedio presuppone un accerchiamento perimetrale da parte di una forza nemica esterna, mentre a Oleshky la linea di contatto coincide interamente con il corso del fiume. Il blocco dei collegamenti logistici e delle evacuazioni terrestri, con le forniture regolari su strada interrotte dalla fine di maggio, non deriva quindi da un cordone corazzato russo, bensì dall’interdizione d’area esercitata dai droni ucraini, che operano dalla sponda destra elevata di Kherson, colpendo fino a circa 17 chilometri di profondità all’interno della fascia controllata dai russi.Come documentato anche da testate internazionali quali l’Associated Press, le unità ucraine impiegano regolarmente droni FPV e sistemi di minamento a distanza sui sentieri boschivi e lungo le principali arterie di collegamento verso sud, come la direttrice Oleshky-Radensk, con l’obiettivo di colpire la logistica russa. Questo fuoco di sbarramento finisce però per colpire indistintamente automezzi, ambulanze e convogli civili, rendendo di fatto impraticabile qualsiasi piano di evacuazione verso l’entroterra e costringendo le truppe russe a tentare rifornimenti d’emergenza per i residenti mediante l’uso di droni, come rivendicato dalla 34ª Brigata di fanteria di marina.In questo quadro, chiedere al Cremlino di «cessare l’assedio» o di proclamare una tregua unilaterale su una città che amministra e occupa da quasi tre anni si traduce in un cortocircuito logico: l’unica forza in grado di sospendere il fuoco dei droni e consentire l’apertura del corridoio verso sud è proprio l’esercito ucraino attestato sulla riva opposta.Allargando lo sguardo ai fronti principali, il quadro descritto dalle fonti analitiche indipendenti mostra una manovra russa a tenaglia mirata a scardinare la cintura difensiva del Donbass prima dell’inverno, pur con discrepanze significative tra annunci governativi e riscontri visivi.Nel Donbass centrale, tra Dobropillia e Pokrovsk, la presa di Dobropillia (Dobropolie) da parte dei russi appare ormai consolidata. I reparti del Raggruppamento Centro, dopo aver completato l’accerchiamento della guarnigione urbana e superato la resistenza nella rete sotterranea della miniera Dobropolskaya, hanno ripulito il centro abitato, come testimoniato dai video geolocalizzati di reparti che issano le bandiere nei quartieri meridionali, orientali e centrali.La caduta di questo nodo difensivo, unita alla cattura confermata di Serhiivka e Pervomaiske mediante rapide penetrazioni di fanteria su moto, sotto la copertura della nebbia mattutina, apre per Mosca due direttrici operative: la spinta a ovest verso il confine dell’oblast di Dnipropetrovsk e la manovra verso l’agglomerato urbano di Druzhkivka-Kramatorsk.Nel nord-est dell’oblast di Kharkiv, le forze russe hanno completato la liquidazione della cosiddetta sacca di Vovchansk, rimasta isolata dal mese di settembre dopo la caduta di capisaldi meridionali quali Nefedovka e Chernovo. Con la conquista degli ultimi due insediamenti contesi, Varvarovka e Nikolaevka, l’esercito russo ha allargato la fascia di sicurezza di frontiera fino a circa 30 chilometri di profondità, attestando i combattimenti alle porte di Prykolotne e aprendo la strada a una direttrice d’avanzata verso Velykyi Burluk.Un’analisi rigorosa delle operazioni deve tuttavia separare i successi documentati sul campo dagli annunci non verificati che gli stati maggiori diffondono spesso a scopo di disturbo informativo, alimentando la nebbia di guerra.È il caso emblematico di Oleksiievo-Druzhkivka: nonostante la rivendicazione del capo di stato maggiore russo Gerasimov, l’abitato non risulta affatto sotto il controllo di Mosca e mancano del tutto filmati probatori dall’interno. L’ipotesi più verosimile è quella di un annuncio deliberatamente anticipato, concepito per indurre lo stato maggiore ucraino a distogliere preziose riserve da altri settori per tentare contrattacchi di pura visibilità.Dinamiche analoghe si osservano nei quadranti di Kupyansk e Lyman, dove le dichiarazioni russe relative alla presa di Palmarivka e Kovalivka non poggiano su alcuna evidenza di scontri recenti nell’area. Al contempo, sempre nel settore di Lyman, l’operazione ucraina «Vivaldi» si è chiusa con il fronte congelato a ridosso del fiume Zherebets, dove i tentativi di ampliare la testa di ponte sono stati contenuti dall’artiglieria russa.Infine, sul fronte di Zaporizhzhia, lungo il fiume Konka, la proclamazione russa di avanguardie giunte a soli cinque chilometri dalla periferia meridionale della città, in seguito alla presunta conquista di Mala Katerynivka, appare ampiamente sovrastimata. Una simile distanza è misurabile unicamente prendendo a riferimento i centri satellite di Kushuhum e Balabyne, mentre il grosso delle linee difensive si attesta ancora a circa 12 chilometri dall’agglomerato urbano principale, complice la totale assenza di geolocalizzazioni che certifichino un effettivo presidio russo all’interno di Mala Katerynivka.Sullo sfondo delle manovre terrestri, la contesa in vista dell’inverno si sposta sempre più in profondità, focalizzandosi sul logoramento delle reti infrastrutturali e sui vincoli imposti dalle capacità tecnologiche contrapposte.In questo contesto, gli attacchi aerei russi registrano un impiego crescente di droni Geran a reazione (Geran-3), la cui velocità, superiore ai 400 chilometri orari, riduce a pochi secondi la finestra d’ingaggio utile per le squadre mobili di terra dotate di mitragliatrici e armi leggere. Tale fattore costringe la difesa aerea di Kiev a consumare le ben più onerose scorte di missili guidati terra-aria, mentre il fuoco si concentra metodicamente sulla trazione ferroviaria, colpendo locomotive, depositi e sottostazioni con l’obiettivo primario di recidere i canali logistici che collegano i rifornimenti occidentali in transito dalla Polonia alla linea del fronte.Parallelamente, le difese ucraine devono fare i conti con una marcata crisi di munizionamento antibalistico. A fronte di una richiesta stimata da Kiev in oltre cento missili al mese per superare la stagione fredda, l’intera capacità industriale dell’Occidente fatica a superare le 600 unità annue di intercettori Patriot, complice anche la disponibilità di leghe di metalli appartenenti al gruppo dei lantanoidi (terre rare), la cui estrazione, produzione e trasformazione sono in buona parte legate alla Cina. Ciò lascia esposti ai raid missilistici snodi nevralgici quali Kharkiv, Kryvyi Rih e le acciaierie di Zaporizhstal.A pesare ulteriormente sull’apparato difensivo concorrono le restrizioni operative introdotte da SpaceX, che, imponendo un tetto di velocità di 161 chilometri orari sui terminali satellitari Starshield e Starlink in uso alle forze ucraine, impediscono il funzionamento dei collegamenti sui droni veloci deputati all’intercettazione rapida, indebolendo la risposta contro i vettori russi più avanzati.Sul versante opposto, sebbene le forze armate ucraine proseguano la campagna di attacchi contro gli impianti energetici russi, estendendola da Ryazan fino all’incursione in profondità su Surgut, nella Siberia occidentale, il ritorno strategico sul campo appare limitato. La Federazione Russa mantiene infatti una solida capacità di compensazione interna, unita all’accesso ai mercati di raffinazione di Paesi partner come Cina e India, un canale sufficiente a riassorbire i deficit transitori di distillati senza intaccare in maniera determinante la continuità dei rifornimenti di carburante destinati ai reparti schierati al fronte.