NAIROBI — Quindici persone ancora da trovare. È il numero in fondo al comunicato con cui il ministero della Salute keniano ha confermato mercoledì 14 ottobre il secondo caso di Ebola nel Paese: un uomo di 39 anni, familiare stretto del primo paziente, morto a Nairobi il 5 ottobre. Dei 128 contatti individuati dopo quella morte, 113 sono stati rintracciati e 108 sono in quarantena.Il nuovo contagiato era già sotto osservazione, con la temperatura misurata ogni giorno, quando il 13 ottobre ha accusato febbre, spossatezza e dolori alle articolazioni. È stato isolato subito e due laboratori lo hanno trovato positivo al ceppo Bundibugyo, lo stesso dell’epidemia che da maggio colpisce la Repubblica Democratica del Congo. Ora è in un centro di trattamento, con terapia di supporto: per questo ceppo non esistono vaccini né farmaci approvati.La malattia si ferma se chi ha incrociato un malato viene trovato prima di ammalarsi a sua volta. Un secondo caso dentro il cerchio dei familiari, già in quarantena, è il contagio che le autorità mettevano in conto; un caso fuori da quel cerchio sarebbe un’altra storia. «Non ci sono prove di diffusione nella comunità più ampia», ha detto il direttore generale della Sanità, Patrick Amoth. Il ministero parla di «risposta che funziona come progettata».Il primo paziente era un keniano di 40 anni che viveva da sette anni in Congo, nel nord-ovest del Paese. Malato da circa un mese e passato per diversi ospedali congolesi, ha raggiunto Kampala via terra e il 3 ottobre è atterrato a Nairobi su un volo da Entebbe con 23 passeggeri e 4 membri d’equipaggio. Ha superato lo screening sanitario in aeroporto. È morto al Nairobi Hospital 58 ore dopo l’arrivo. Il 6 ottobre il ministro della Salute Aden Duale ha annunciato «il primo caso importato» di Ebola Bundibugyo e il presidente William Ruto ha ordinato una risposta rafforzata: otto familiari e 21 operatori sanitari sono finiti in quarantena.Quel viaggio di settimane attraverso tre Paesi senza essere intercettato ha sollevato interrogativi sui controlli di frontiera, scrive l’Associated Press: non è chiaro come l’uomo sia entrato in Uganda, che ha chiuso il confine con il Congo proprio per l’epidemia. Il direttore del centro media del governo ugandese ha respinto le domande. Nairobi non ha commentato.Il caso sospetto di WajirFuori dalla capitale, secondo un’inchiesta di Al Jazeera, la macchina è meno attrezzata. Nella contea di Wajir, nel nord-est semidesertico a 110 chilometri dal confine somalo, un uomo di 20 anni rientrato dal Congo attraverso l’Uganda il 20 settembre è stato valutato in un ospedale di sottocontea ed è risultato negativo. Il direttore della comunicazione della contea elenca una squadra di risposta rapida, campagne alla radio, promotori sanitari nei villaggi, manifesti, un piano e un budget. Non ha detto quanti posti abbia il centro di isolamento, quanti operatori siano formati sull’Ebola né a quanto ammonti il budget.Su scala nazionale i numeri sono di altro peso. Al 12 ottobre l’Organizzazione mondiale della sanità contava oltre 665.000 viaggiatori sottoposti a screening e cinque laboratori designati; il punteggio di preparazione del Kenya è salito dal 66 per cento di maggio all’82 di luglio. «La preparazione ci dà un vantaggio», ha detto il direttore regionale dell’Oms per l’Africa, Mohamed Janabi: «la priorità ora è muoversi in fretta per individuare altri casi prima che il virus abbia l’occasione di diffondersi».L’epidemia in Congo, dichiarata a maggio ed estesa all’Uganda, ha superato i 9.000 casi e i 4.000 morti, la peggiore nella storia del Paese. Il Kenya è il quarto Paese con infezioni collegate. L’Africa CDC, l’agenzia sanitaria dell’Unione Africana, lo aveva inserito tra i dieci Paesi a rischio; l’Igad, l’organizzazione dei Paesi del Corno d’Africa, ha sbloccato il 9 ottobre un milione di dollari per Nairobi. Il ministero ribadisce che il Kenya «non è in epidemia».Per chi è in quarantena il controllo della temperatura dura tre settimane. Per i 15 contatti ancora da trovare, il conto non è cominciato.