All’82’ la Roma stava battendo il Real Madrid 3-1. Al 90′ aveva perso 4-3. In mezzo ci sono sette minuti che raccontano tutta la bellezza e tutta la ferocia della Champions League. Sette minuti nei quali una notte che sembrava pronta per entrare nella storia dell’Olimpico si è trasformata nella sconfitta più dolorosa della stagione.Eppure la Roma la partita l’aveva giocata. Eccome. L’approccio era stato quello promesso da Gian Piero Gasperini: niente paura, niente squadra rintanata davanti alla propria porta, pressione alta e duelli accettati anche contro giocatori che, sulla carta, hanno un altro passo. La prima mazzata era arrivata prestissimo. Dopo poco più di un quarto d’ora Manu Koné si era fermato per un problema muscolare, uscendo dal campo con la maglia sul volto. Dentro Pisilli, con una Roma già priva di Cristante costretta immediatamente a ridisegnare un centrocampo che sulla carta non poteva permettersi altre perdite.La risposta, però, era stata quella di una squadra viva. Al 20′ Marten de Roon aveva trovato il vantaggio con una conclusione da fuori leggermente deviata che aveva sorpreso Courtois. Cinque minuti più tardi Mbappé aveva rimesso tutto in equilibrio sfruttando il pallone di Diomande, anche in questo caso con una deviazione che aveva complicato l’intervento di Gollini. Da lì il Real aveva cominciato a prendere maggiormente campo, mostrando tutta la sua qualità. La Roma aveva sofferto, ma senza disunirsi. E all’intervallo il conto degli infortuni si era fatto ancora più pesante: Dybala, alle prese con un problema muscolare, non era rientrato nella ripresa. Gasperini aveva così perso nel giro di quarantacinque minuti altri due dei giocatori con maggiore qualità e personalità, oltre a Cristante già indisponibile.E proprio quando la serata sembrava complicarsi ulteriormente, la Roma aveva tirato fuori il meglio. Al 51′ un errore di Vinicius aveva aperto il campo, Mora aveva apparecchiato per Malen e l’olandese aveva firmato il 2-1. Sei minuti più tardi Soulé aveva trovato un’imbucata splendida e ancora Malen, scatenato, aveva battuto Courtois per la seconda volta. 3-1. Olimpico in piedi. Real Madrid alle corde. E soprattutto una Roma che non stava rubando nulla. Aveva perso Koné e Dybala, aveva dovuto cambiare uomini e riferimenti, eppure era riuscita a costruirsi due gol di vantaggio contro una delle squadre più forti d’Europa.È proprio questo che rende difficile accettare ciò che è successo dopo. Perché una partita così, a questo livello, non può mai essere considerata finita. La Champions lo ha insegnato centinaia di volte: un vantaggio di due gol può sparire in pochi minuti, soprattutto quando dall’altra parte c’è il Real Madrid. E la Roma, proprio nel momento nel quale avrebbe dovuto sentire il pericolo più forte, ha invece cominciato a subirlo.Il Real ha smesso di cercare soluzioni complicate e ha portato la partita dove faceva più male ai giallorossi: dentro l’area di rigore. Più uomini, più centimetri, più palloni sporchi. E lì sono emersi alcuni limiti strutturali della squadra di Gasperini. All’83’ Espí ha riaperto la partita. All’85’ Endrick ha trovato il 3-3. Al 90′ Rüdiger, proprio l’ex giallorosso, ha completato una rimonta incredibile. Tre gol in sette minuti. E soprattutto tre gol nati da calcio d’angolo.È un dettaglio che dettaglio non è. Quando la partita ha smesso di essere fatta di pressing, movimenti e organizzazione e si è trasformata in una battaglia dentro l’area, la Roma non è più riuscita a reggere e la paura ha preso il sopravvento. Il Real ha messo peso e centimetri, ha attaccato ogni seconda palla e ha finito per schiacciare una squadra che progressivamente aveva perso struttura. Ma sarebbe troppo semplice spiegare tutto con l’altezza o con le palle inattive. È mancata anche esperienza. È mancato quel pelo sullo stomaco che certe notti richiedono. Sul 3-1 non bisognava pensare che il lavoro fosse quasi finito. Bisognava pensare esattamente il contrario: che i minuti successivi sarebbero stati i più pericolosi della partita.In Champions serve anche saper sporcare una gara. Prendere un fallo. Tenere un pallone lontano dalla propria porta. Rallentare una rimessa. Spezzare l’entusiasmo dell’avversario. Capire che per cinque minuti non serve giocare bene, serve semplicemente non permettere alla partita di cambiare. La Roma questo non è riuscita a farlo. Ed è qui che hanno pesato anche le assenze accumulate durante la serata. Senza Cristante dall’inizio, poi senza Koné e Dybala, Gasperini si è ritrovato progressivamente senza alcuni degli uomini più abituati a leggere e governare i momenti. La squadra è diventata più giovane, più leggera e inevitabilmente meno esperta proprio quando serviva il contrario.Non è un alibi. È una parte dell’analisi. Perché la cosa più importante da non dimenticare è che la Roma il Real Madrid lo aveva messo davvero in difficoltà. Aveva segnato tre volte, aveva costruito una partita coraggiosa e per più di un’ora aveva dimostrato di poter stare dentro una sfida di questo livello senza complessi. Malen aveva giocato una partita enorme, de Roon aveva dato ancora una volta sostanza e personalità, Mora era entrato immediatamente dentro la gara e Soulé aveva prodotto qualità.Questa sconfitta quindi non deve cancellare quanto di buono si è visto. Ma proprio perché la Roma era arrivata così vicina all’impresa, non può neanche essere archiviata come semplice fatalità. La Champions ha mostrato a Gasperini dove la sua squadra è già arrivata e, nello stesso momento, ciò che ancora le manca. Ha abbastanza calcio per mettere in difficoltà il Real Madrid. Deve acquisire struttura per reggere quando l’avversario porta la partita dentro l’area. E soprattutto deve accumulare quella malizia e quell’esperienza che consentono alle grandi squadre di sentire quando una partita sta per girare e impedirle di farlo.È questa la differenza tra giocare una grande partita e portare a casa una grande vittoria. All’82’ la Roma aveva fatto quasi tutto. Il problema è proprio quel “quasi”. Perché contro il Real Madrid, in Champions League, sette minuti possono essere un’eternità. Adesso, però, la parola d’ordine deve essere una sola: voltare pagina. Perché una sconfitta così rischia di lasciare strascichi pesanti, non soltanto dal punto di vista morale ma anche fisico, considerando gli infortuni che hanno colpito Koné e Dybala nel corso della serata.E il calendario non concede tempo per metabolizzare. Sabato all’Olimpico arriva il Genoa di Daniele De Rossi, un altro ex destinato a rendere la partita ancora più carica di significati. La Roma dovrà dimostrare di saper assorbire immediatamente il colpo, ritrovare energie e soprattutto testa. Ripartire subito deve essere l’imperativo. Perché le grandi squadre non si misurano soltanto da come reagiscono dentro una partita, ma anche da come reagiscono dopo averla persa nel modo più doloroso possibile.Giallorossi.net | Andrea FioriniL'articolo BLACKOUT ROMA, BEFFA REAL proviene da Giallorossi.net | Notizie AS Roma, Calciomercato ed Esclusive.