La strada verso l’incanto è uno spazio di libertà. Più che un nuovo disco di jazz per i cultori della materia, l’ultimo lavoro del quintetto Fearless Five di Enrico Rava è un metodo che accetta la vertigine del rischio e diventa musica. Si intitola Corners (una coproduzione Ecm-Parco della musica records) e vede al fianco dei fidati compagni di viaggio dell’highlander del jazz italiano – Matteo Paggi al trombone, Francesco Diodati alla chitarra, Francesco Ponticelli al contrabbasso ed Evita Polidoro alla batteria – un veterano del sassofono tenore come Joe Lovano, nato a Cleveland, ma dalle profonde radici messinesi.La storia di Enrico RavaIl primo ingrediente è la meraviglia del trombettista triestino, che lo scorso agosto ha spento 87 candeline, e che è rimasta quella del bambino stregato dai dischi di Louis Armstrong e Bix Beiderbecke che il fratello trovò, non si sa come, nella Torino del primo Dopoguerra. «Io la chiamo magia», confida Rava alla Verità. «È quel qualcosa in più di misterioso e inspiegabile – per fortuna – che accade o non accade, nella musica come nella poesia. Per definirla, nel mondo del flamenco dicono el duende, i piemontesi invece preferiscono ’l g’ddu, che non significa nulla, ma rende l’idea. È la differenza che passa tra una frase di Miles Davis e una identica di Wallace Roney, che lo imita perfettamente senza riuscire a creare un’emozione. Raggiungere quegli attimi di sublime bellezza, che non si possono creare a tavolino, per me è lo scopo finale dell’arte». E qui entrano in scena le istruzioni per l’uso dello stesso Davis, sulle quali l’unico jazzista italiano che può dire di avere avuto nel pubblico il Principe delle tenebre in persona (per i dettagli bisogna riascoltare il podcast Non sparate sul pianista: linktr.ee/NonSparateSulPianista), lavora da una vita: «La grande lezione di Miles è che la scelta dei musicisti è assolutamente fondamentale per la riuscita di un gruppo: non devono solo essere bravi, devono parlare la tua stessa lingua. Dopodiché bisogna creare un piccolo universo di libertà totale, nel quale ciascuno possa trovare la propria strada. Solitamente parto da un canovaccio appena abbozzato sul quale improvvisare, senza limiti. E a un certo punto iniziamo a volare. Alla base però non deve mancare una fiducia assoluta e reciproca. Ciascuno di noi può imboccare una direzione inaspettata in ogni momento, sapendo che gli altri la seguiranno».La nuova composizione di Enrico RavaCorners non è soltanto la ripetizione di modello creativo, ma un passo in avanti. «Per la prima volta nella mia carriera», ha spiegato ieri Rava, durante la presentazione dell’album alla Casa del jazz di Roma, «non ho voluto un disco composto esclusivamente da brani miei, ma ho chiesto a ogni membro del gruppo di comporne uno. Per questo forse è meno uniforme del solito, ma molto più sorprendente». Le mie gambe di Evita Polidoro, che oltre a essere batterista è cantautrice, spunta da un altro pianeta sonoro, ma trova perfettamente casa nel mondo visionario dei Fearless Five. Mamma è l’abbraccio di Matteo Paggi a chi non c’è più. Un inno particolarmente ispirato che sembra in grado di attraversare il dolore e la gratitudine, scaturito di getto nella casa d’infanzia del trombonista, a Fiuminata (Macerata). Il tema cucito come un sarto da Francesco Ponticelli sulla tromba di Rava si intitola invece Ça va sans dire. Non a caso, il contrabbassista aretino è stato da tempo soprannominato dal leader del gruppo «Ogni nota conta». Mentre Sin peso di Francesco Diodati, chitarrista specializzato nella creazione dello stupore, è l’esempio perfetto di cosa significhi creare uno spazio aperto e stimolante, giocando con i suoni.Il tutto confezionato con un’incisione all’antica: qualche istante per dare un’occhiata ai fogli con i pezzi nuovi e poi si schiaccia «Rec», vivendo appieno l’istante. La ricerca della genuinità musicaleNulla di più lontano dall’ansiogena ricerca della perfezione e dalla conseguente allergia all’errore che, soprattutto nella musica classica, costringe gli interpreti a cimentarsi nell’infinito collage della post produzione, alla spasmodica ricerca della battuta senza difetti. «C’è da dire che noi partiamo da materiali semplici. Non è un caso che nella stragrande maggioranza dei casi la prima versione sia quella che poi finisce nel disco. Si dice “Buona la prima!” perché spesso la seconda è più pulita, ma meno vera. E la prova che non abbiamo voluto avere il tempo di provare più di tanto è che i miei quattro amici si sono presentati con quattro ballad (tutti pezzi lenti, ndr)». «Dico io», (ride), «potevate telefonarvi e portare qualcosa di più vario». A fare da contraltare ai brani più intimi, ci sono comunque le perle dei due esponenti della vecchia guardia. Sun Rava di Lovano, già nel titolo, dice tutto sulla stima che il sassofonista classe 1952 prova per il pioniere del jazz italiano. Da segnalare poi Hitchcock at the Beach, il tributo del trombettista dai capelli color argento al regista di Psyco e ancor di più alle colonne sonore di Bernard Herrmann. Ma forse anche a Philip Glass, il compositore statunitense che 50 anni fa sulla spiaggia si era immaginato Albert Einstein.I prossimi appuntamenti con Enrico RavaDopo l’uscita di Corners (da oggi su tutte le piattaforme) i Fearless Five sono pronti a tornare nel loro regno: il palco (a Cagliari e a Courmayeur, il 21 novembre e il 6 dicembre). Mentre Rava è atteso il 23 dicembre nella Capitale, all’Auditorium Parco della musica, al fianco del pianista Stefano Bollani. In mezzo, un po’ di sana formazione dei giovani (il 22 ottobre la masterclass al Conservatorio di Piacenza). «Gli dirò di fare tutto il contrario di ciò che ho fatto io», conclude Rava con il suo tipico understatement torinese. «Studiate, non fate gli autodidatti come me. Ho avuto molta fortuna…».L'articolo Enrico Rava: «Senza libertà la musica perde l’incanto» proviene da La Verità.