L’impiego dei droni nella guerra in Ucraina sta accelerando l’innovazione tecnologica e l’evoluzione delle modalità operative, ponendo interrogativi sulle possibili ricadute per gli attori non statali. Siamo in presenza di un processo di trasformazione che supera il perimetro del conflitto: tecnologie, competenze ed esperienze maturate dalle forze armate possono essere studiate e adattate anche da organizzazioni terroristiche e criminali, con conseguenze sulla sicurezza dei territori e sulla protezione delle popolazioni. Nel teatro ucraino, questa evoluzione si manifesta nell’aumento del numero di droni impiegati, nella specializzazione delle loro funzioni e nella crescente integrazione con le altre componenti della forza. Alla ricognizione si affiancano l’attacco, la correzione del tiro e l’intercettazione di altri droni. Il Ministero della Difesa ucraino ha documentato, anche nel 2026, l’introduzione di nuovi sistemi destinati a operare a differenti distanze e a contrastare i mezzi aerei senza pilota avversari. Si delinea una capacità sempre più articolata, nella quale l’efficacia del singolo drone dipende anche dalla rete che collega sensori, decisori e strumenti d’intervento, consentendo di tradurre le informazioni raccolte in azioni coordinate. La trasformazione più significativa riguarda il ritmo dell’adattamento. Justin Bronk e Jack Watling, in uno studio del Royal United Services Institute, hanno evidenziato come l’efficacia dei droni dipenda dall’aggiornamento di software, sensori, comunicazioni e modalità di funzionamento, mentre l’avversario perfeziona le contromisure. Per la fattispecie, questi aggiornamenti possono rendersi necessari nell’arco di sei-dodici settimane. La capacità operativa dipende quindi anche dalla rapidità con cui l’esperienza del combattimento viene tradotta in modifiche tecniche e organizzative. Un’ulteriore direttrice riguarda la riduzione della vulnerabilità alle interferenze e lo sviluppo di funzioni che richiedono un minore intervento dell’operatore. Si tratta di evoluzioni distinte: i collegamenti in fibra ottica riducono la vulnerabilità del canale di comando al disturbo radio, mentre l’automazione e l’autonomia di specifiche funzioni modificano il rapporto fra operatore e sistema. Nel giugno 2026, il Ministero della Difesa ucraino ha annunciato prove in combattimento di droni intercettori nei quali l’operatore seleziona il bersaglio e autorizza l’ingaggio, mentre il sistema esegue autonomamente le successive fasi dell’intercettazione. Secondo quanto dichiarato, la decisione iniziale resta dunque umana, mentre l’esecuzione viene affidata in larga misura al sistema. Questi sviluppi interessano anche gli attori non statali. Organizzazioni terroristiche e criminali possono osservare le soluzioni tecnologiche e le modalità d’impiego adottate dalle forze armate, selezionando e adattando quelle compatibili con le proprie risorse e finalità. Non occorre riprodurre un’intera capacità militare per ottenere un vantaggio: un miglioramento nella sorveglianza, nell’affidabilità dei mezzi o nel coordinamento delle attività può essere sufficiente a rafforzare la capacità d’azione di un gruppo in un determinato territorio. La disponibilità di tecnologie commerciali consente inoltre di condurre sperimentazioni proprie, nelle quali l’innovazione nasce dall’adattamento di strumenti già accessibili a esigenze operative specifiche. Occorre però collocare questa evoluzione in una prospettiva storica più ampia. Già dal 2001, in Afghanistan, l’impiego statunitense dei Predator armati con missili Hellfire nelle operazioni contro al-Qaeda e le forze talebane aveva mostrato il valore operativo della combinazione fra sorveglianza persistente e capacità di attacco a distanza.Anche l’impiego terroristico dei droni precede l’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina del 2022. Nell’ottobre 2016, in Iraq, un drone contenente esplosivo impiegato dallo Stato islamico provocò la morte di due combattenti curdi e il ferimento di due militari francesi. Nel gennaio 2017, il Combating Terrorism Center di West Point presentò un’analisi di ventuno documenti interni recuperati a Mosul, relativi al programma droni dell’organizzazione. Fra gli autori figurava Don Rassler, ricercatore e direttore delle iniziative strategiche del Centro, che nel 2018 avrebbe approfondito l’approvvigionamento, le dimensioni e le prospettive di questa capacità. Emergeva un programma organizzato, sostenuto da procedure di gestione e acquisizione dei mezzi, ben prima dell’accelerazione tecnologica osservata nel conflitto ucraino.La guerra in Ucraina può dunque essere considerata un acceleratore dell’innovazione e della diffusione di conoscenze e modalità d’impiego, all’interno di un fenomeno già esistente. L’esperienza africana ne mostra l’estensione geografica e operativa. L’Africa Center for Strategic Studies ha documentato l’impiego di droni per lo sgancio di ordigni da parte di gruppi jihadisti nel Sahel, segnalando anche un attacco attribuito al Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (JNIM), affiliato ad al-Qaeda, contro postazioni militari a Djibo, in Burkina Faso, nel febbraio 2025. Nel briefing delle Nazioni Unite del 5 agosto 2026 è stato inoltre richiamato il crescente utilizzo di droni commerciali da parte della Provincia dell’Africa occidentale dello Stato islamico (ISWAP), nel quadro di una valutazione più ampia che identifica nell’impiego di sistemi aerei senza pilota e nel loro adattamento a funzioni offensive da parte di organizzazioni terroristiche una minaccia operativa significativa. Sul versante criminale, un recente contributo di Ed Timperlake, pubblicato su Defense.info con il titolo An Intel Alert So There Is No 21st Century Pearl Harbor, richiama l’attenzione su un episodio messicano. Il 5 ottobre 2026, a El Rosario, nello Stato di Sinaloa, l’esercito ha individuato un accampamento riconducibile alla criminalità organizzata. Secondo la ricostruzione di Sebastián Martínez su Luz Noticias, sono stati sequestrati quindici droni, altrettanti dispositivi di controllo, quindici rotoli di fibra ottica per droni e quarantadue ordigni esplosivi improvvisati, insieme ad armi e munizioni. La compresenza di questi materiali rappresenta un segnale concreto della diffusione di capacità tecnologiche e operative che rendono sempre più stretto il rapporto fra difesa e sicurezza interna. La possibilità che organizzazioni criminali acquisiscano mezzi e adattino modalità d’impiego sperimentate nei conflitti impone una riflessione sulle implicazioni per la sicurezza nazionale degli Stati. Anche in Europa il problema è riconosciuto: già nel 2023 la Commissione europea rilevava l’utilizzo criminale dei droni nel contrabbando transfrontaliero e nel traffico di stupefacenti. Che cosa possiamo attenderci? Anzitutto, sul versante della risposta istituzionale, sarà necessario rafforzare le capacità di sorveglianza degli Stati e diffondere strumenti di individuazione e contrasto dei droni presso le forze dell’ordine, in coordinamento con le autorità aeronautiche e la difesa. Già in occasione dell’apertura del Giubileo Straordinario della Misericordia del 2015, a Roma, furono adottate misure di protezione dello spazio aereo che comprendevano esplicite restrizioni al volo dei droni. L’evoluzione della minaccia richiede oggi di aggiornare mezzi, competenze e procedure, superando le disomogeneità nelle capacità di risposta dei diversi apparati. Le implicazioni dipendono anche dalle finalità perseguite. Per la criminalità organizzata, i droni possono rafforzare la protezione dei traffici, il controllo territoriale e l’intimidazione, per le organizzazioni terroristiche, possono favorire una più stretta integrazione fra osservazione, azione violenta e propaganda, al servizio di obiettivi politici e ideologici. Anche un’organizzazione criminale può ricorrere a modalità terroristiche, quando la violenza assume una dimensione e una finalità di intimidazione della popolazione o di coercizione dei poteri pubblici. Tale carattere non deriva però automaticamente dal mezzo utilizzato. Comprendere gli obiettivi e le modalità con cui ciascuna organizzazione impiega i droni è quindi necessario per predisporre risposte adeguate. La partita riguarda inoltre l’asimmetria fra il costo dell’azione ostile e quello della protezione. Un episodio circoscritto può imporre sospensioni delle attività, controlli prolungati e l’impiego di risorse considerevoli. La valutazione del rischio deve quindi comprendere le conseguenze economiche, organizzative e psicologiche, soprattutto quando sono coinvolti servizi essenziali. Per un attore ostile, generare incertezza e provocare interruzioni può rappresentare un risultato significativo anche quando il danno materiale resta limitato. Questa asimmetria rende ancora più importante riconoscere tempestivamente l’evoluzione della minaccia. Acquista significato, sul piano dell’intelligence, il richiamo di Timperlake a Pearl Harbor: la disponibilità di informazioni parziali serve a poco se non si riesce a collegarle, interpretarle e tradurle in preparazione operativa. Il precedente storico invita a verificare l’adeguatezza delle categorie con cui interpretiamo i segnali e delle procedure con cui reagiamo. Timperlake distingue inoltre la protezione di singoli obiettivi dalla difesa di spazi più ampi, ponendo una questione rilevante anche per la sicurezza interna: la protezione di alcune strutture deve inserirsi in una capacità più estesa di sorveglianza, valutazione e intervento sul territorio.La risposta richiede intelligence, cooperazione istituzionale e capacità di adattamento. Occorre comprendere chi acquisisce i mezzi, quali competenze possiede, come finanzia l’attività e quali finalità persegue. Le informazioni ricavate da sequestri, segnalazioni e incidenti devono essere condivise e messe in relazione attraverso la collaborazione fra forze di polizia, autorità aeronautiche e responsabili delle infrastrutture. La Commissione europea ha già sottolineato la necessità di procedure chiare e responsabilità definite per rendere efficace questo coordinamento.Per l’Italia e per l’Europa, le esperienze messicane, mediorientali e africane offrono elementi da confrontare con le evidenze raccolte nei rispettivi territori. Pur senza dimostrare l’esistenza di analoghe capacità di attentato sul suolo europeo, richiamano la necessità di seguire la diffusione di tecnologie e competenze, rispetto alla quale la distanza geografica non costituisce una garanzia di protezione. La sicurezza oggi è un processo continuo di osservazione, valutazione e adattamento. Gli attori non statali partecipano già alla trasformazione tecnologica, apprendendo dall’esperienza altrui e sperimentando soluzioni proprie. Potremmo definirla una forma di «realismo adattivo al contrario»: la capacità di leggere i rapporti di forza e adeguare mezzi e comportamenti viene esercitata anche da chi minaccia la sicurezza. La questione decisiva diventa allora la velocità relativa dell’apprendimento: quanto rapidamente le istituzioni riescano a riconoscere il cambiamento e a tradurlo in preparazione, tenendo il passo con l’adattamento degli attori ostili e, dove possibile, anticipandolo. Dobbiamo mantenere la lucidità strategica e operativa, agendo prima che il ritardo nella comprensione si trasformi in vulnerabilità.