A Bologna, evidentemente, ci sono argomenti sui quali è meglio non fare troppe domande. Soprattutto quando riguardano i “bambini trans”, i trattamenti farmacologici e i possibili rischi per la loro salute. Un convegno scientifico organizzato da oltre un mese, una protesta annunciata dagli studenti e, guarda caso, la cancellazione dell’evento a sole 24 ore dal suo inizio. Il tutto in una città che della libertà di pensiero e del confronto culturale ha – o meglio, aveva – sempre fatto una bandiera. Il risultato è un paradosso difficile da ignorare: si può ancora discutere di disforia di genere nei minori senza essere accusati di discriminazione?Il caso esplode all’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna, storica istituzione culturale legata al mondo universitario. Per oggi, alle 16, era in programma il convegno “Disforia di genere nei minori. Evidenze scientifiche, scelte di cura e diritti”, dedicato all’impiego della triptorelina, il farmaco utilizzato anche per bloccare temporaneamente lo sviluppo puberale nei minori con disforia di genere. Un tema delicato, che coinvolge questioni mediche, scientifiche ed etiche e sul quale il confronto dovrebbe essere non soltanto consentito, ma incoraggiato.Tra i relatori figurava Alessandra Arachi, giornalista del Corriere della Sera e autrice del libro-inchiesta “Bimbi trans, piccoli corpi grandi bugie”. Insieme a lei erano previsti gli interventi di Marco Del Giudice, professore associato di Psicometria, e Assunta Morresi, professoressa associata di Chimica fisica. Ma il convegno non si farà. Agli iscritti è arrivata una comunicazione che annunciava l’annullamento “per motivi organizzativi”.Una spiegazione che lascia parecchi interrogativi, soprattutto considerando quanto accaduto nelle ore precedenti. Martedì il coordinamento studentesco universitario Link aveva annunciato un presidio di protesta davanti all’Accademia, contestando il contenuto dell’iniziativa e la presunta “mancanza di contraddittorio”. Poco dopo, la cancellazione.Il presidente dell’Accademia Giuseppe Sassatelli ha negato qualsiasi collegamento tra le due vicende, spiegando che non era stato possibile garantire un confronto tra posizioni differenti. Una motivazione che, tuttavia, presenta qualche evidente contraddizione. Perché quel confronto, a quanto racconta Arachi, era stato cercato eccome. La giornalista aveva invitato Roberta Parigiani, presidente del Movimento persone trans, il deputato del Pd Alessandro Zan e lo psicoanalista Vittorio Lingiardi. Tutti, secondo il suo racconto, avevano declinato l’invito.Non solo. Dopo aver appreso della manifestazione, come rivelato in una mail inviata a Sassatelli, Arachi ha contattato anche Stefano Greco di Link, proponendo agli studenti di partecipare direttamente al convegno come relatori. Nessuna risposta, riferisce la giornalista. Insomma, si protesta perché mancherebbe il contraddittorio, ma quando viene offerta la possibilità di intervenire, nessuno raccoglie l’invito. Ed è proprio questo il punto. Da quando il rifiuto di partecipare a un dibattito può diventare una ragione sufficiente per impedire agli altri di discuterne? Seguendo una simile logica, basterebbe disertare qualsiasi confronto per ottenere la cancellazione di un’iniziativa sgradita. Un precedente quantomeno discutibile per un’istituzione che dovrebbe promuovere la circolazione delle idee, non restringerla.Arachi, dal canto suo, rivendica il contenuto della propria inchiesta e sostiene che l’autorizzazione all’impiego della triptorelina sia avvenuta in maniera incongrua. Una posizione sulla quale è legittimo dissentire, naturalmente, e che può essere sottoposta a verifica scientifica. Ma proprio per questo sarebbe stato utile ascoltarla, confrontare dati e studi, eventualmente contestarne le conclusioni. Invece gli studenti di Link hanno preferito liquidarla sui social con l’etichetta di “Terf”, acronimo utilizzato per indicare le femministe radicali considerate escludenti nei confronti delle persone trans. Un’accusa che la giornalista respinge.La cancellazione, peraltro, è arrivata quando alcuni partecipanti avevano già prenotato treni e alberghi, tanto da chiedere ora il rimborso delle spese sostenute. Nonostante tutto, Arachi e gli altri relatori hanno annunciato che si presenteranno comunque davanti all’Accademia alle 16. Resta una questione di fondo. Nessuno mette in discussione il diritto degli studenti a manifestare, così come nessuno dovrebbe mettere in discussione il rispetto dovuto alle persone transgender. Ma la tutela dei diritti non può trasformarsi nell’impossibilità di interrogarsi su rischi, benefici ed evidenze scientifiche di un trattamento rivolto ai minori.E allora la domanda è inevitabile: nella Bologna universitaria, per parlare di bambini trans bisogna prima ottenere il permesso di chi la pensa diversamente? Perché se un argomento è troppo controverso per essere discusso, la soluzione non dovrebbe essere cancellare il dibattito, ma renderlo ancora più approfondito. La vera vergogna non è che qualcuno sollevi dubbi. È che, di fronte a quei dubbi, si finisca per rinunciare persino ad ascoltarli.Massimo Balsamo, 15 ottobre 2026L'articolo La vergogna di Bologna: fai domande sui bimbi trans? Ti cancellano il convegno proviene da Nicolaporro.it.