CALGARY — Mark Carney, premier canadese, giovedì sera è salito sul palco del BMO Centre di Calgary, davanti alla platea del gruppo federalista «Forever Canadian», per chiedere agli albertani di votare no alla secessione: «Questo non è poker. Un voto contro il Canada è un bluff pericoloso che porterà ad anni di profonda divisione e grande incertezza». Lunedì 19 ottobre l’Alberta, la provincia petrolifera dell’Ovest che siede sulle quarte riserve provate al mondo, vota per la prima volta sull’avvio di un percorso di separazione dal Paese.Carney ha parlato di un referendum «nel momento peggiore possibile», in un mondo «più pericoloso e diviso»: «Alcuni, fuori dai nostri confini, stanno lavorando per spezzarci così da poterci possedere». Non ha nominato gli Stati Uniti né Donald Trump, riferisce Associated Press, ma lo aveva fatto in discorsi precedenti, nel pieno della guerra dei dazi e delle ripetute battute della Casa Bianca sul Canada come «51° Stato».Il quesito sulla separazione è il decimo di dieci. Chiede se l’Alberta debba restare una provincia del Canada o se il governo provinciale debba avviare la procedura prevista dalla Costituzione per un referendum vincolante sulla secessione. Gli altri nove li ha scritti il governo della premier Danielle Smith, del Partito conservatore unito, e toccano immigrazione, accesso dei non residenti ai servizi sanitari e scolastici, perequazione fiscale fra province, abolizione del Senato, uscita dai programmi federali. Il voto anticipato chiude sabato, con decine di migliaia di schede già depositate.Smith è l’altro volto della campagna. È lei ad avere indetto il referendum, ma ha votato mercoledì per restare: «Il Canada può ancora funzionare. Dobbiamo solo fare qualche cambiamento». Il suo governo ha speso 4 milioni di dollari canadesi in pubblicità per il sì ai nove quesiti, e su X ha risposto a Carney che «sembra non abbia ancora capito quanto siano state dannose le politiche di frontiera aperta del suo predecessore», Justin Trudeau.Giovedì Carney, per la prima volta, si è schierato anche su quei nove: «no ai nove», ha detto. Sulle stesse schede corrono così due campagne speculari, Ottawa che chiede dieci no e il governo provinciale di Edmonton che ne chiede nove sì e uno no, e la vera posta non è la secessione ma il margine con cui Smith potrà poi trattare con il governo federale. Tanya Clemens, co-presidente del gruppo indipendentista Let Alberta Decide, lo dice apertamente: per i separatisti il voto è una leva negoziale. Di Carney ammette: «È formidabile, questo è certo».L’ombra di WashingtonIl sospetto di una mano americana attraversa l’intera campagna. Il Financial Times, citando fonti informate, ha riferito che dirigenti dell’Alberta Prosperity Project, altro gruppo indipendentista, hanno incontrato tre volte da aprile funzionari del Dipartimento di Stato a Washington; un’inchiesta della stampa canadese ha documentato ulteriori contatti fra separatisti, funzionari americani e operativi repubblicani. Elon Musk ha invocato più volte la separazione di Alberta, Saskatchewan e Quebec.L’ambasciatore americano a Ottawa, Pete Hoekstra, nega: «No, non stiamo incontrando i separatisti né elaborando strategie con loro», ha detto in un’intervista televisiva; nessuna discussione su una linea di credito per un’Alberta indipendente, e «è una decisione che spetta al popolo dell’Alberta, alla provincia e al governo federale». Carney ne ha fatto una battuta: presentando il progetto di oleodotto Pacific Link verso il Pacifico, oltre 140.000 posti di lavoro e meno dipendenza dagli Usa secondo lui, ha avvertito la sala: «Attenti, potrebbero pensare che sia interferenza elettorale», rovesciando il monito di Hoekstra ai politici canadesi a non immischiarsi nelle elezioni di midterm americane.Pierre Poilievre, leader dell’opposizione conservatrice e albertano, ha respinto gli appelli di Musk: «I canadesi controllano il proprio destino». È atteso a Calgary oggi.I sondaggi danno un verdetto netto. L’aggregatore del sito The Writ, aggiornato al 9 ottobre, assegna il 70% al restare e il 22% all’avvio della separazione; Leger, a inizio ottobre, misura le stesse cifre. Un sondaggio Abacus Data per la federazione sindacale dell’Alberta, pubblicato ieri, dice che per il 56% degli albertani il referendum non andava tenuto, contro il 30%; il 61% teme interferenze straniere e, fra questi, tre su quattro indicano il governo americano. «La domanda più grande per Danielle Smith, anche se vincesse su tutti i quesiti», dice la politologa Lori Williams, «è che la maggioranza degli albertani non voleva questo referendum».