Le forze federali etiopi e le milizie alleate hanno ripreso il controllo di Adua e Macallè, due centri strategici del Tigrè, ma l’avanzata militare rischia di aprire una nuova fase del conflitto anziché concluderlo. Il ritiro dei combattenti tigrini rafforza la posizione del governo di Addis Abeba, mentre aumentano le tensioni con l’Eritrea, accusata dall’Etiopia di aver condotto incursioni oltre il confine. Sullo sfondo si profila una contesa più ampia, nella quale la sicurezza regionale si intreccia con le ambizioni etiopi di ottenere un accesso al Mar Rosso.La riconquista delle città rappresenta un risultato importante per le forze governative. Il controllo dei principali centri urbani facilita i collegamenti, i rifornimenti e il ripristino delle strutture amministrative. Anche la ripresa dei voli verso Macallè costituisce un segnale di parziale normalizzazione. Tuttavia, il recupero del territorio non equivale necessariamente alla sconfitta delle formazioni avversarie, che potrebbero conservare capacità operative nelle aree rurali e montuose.Secondo le rilevazioni degli osservatori del conflitto, l’aviazione etiope avrebbe effettuato attacchi con droni contro reparti eritrei, mentre nuove posizioni difensive sarebbero state predisposte sulle alture esterne ad Agordat. Queste informazioni suggeriscono che la situazione militare rimanga instabile, nonostante i progressi delle forze federali.Il problema principale per Addis Abeba sarà consolidare il controllo dei territori riconquistati. Presidi militari, collegamenti sicuri e rifornimenti regolari sono indispensabili per evitare che il ritiro delle forze avversarie si trasformi in una guerra di logoramento. Anche il ruolo delle milizie alleate potrebbe diventare delicato: il loro contributo alle operazioni militari non garantisce automaticamente un accordo sulla futura amministrazione delle aree occupate.La stabilizzazione del Tigrè richiederà quindi una soluzione politica, oltre che militare. Dopo anni di combattimenti, la popolazione ha bisogno di sicurezza, servizi pubblici, ricostruzione e istituzioni funzionanti. Senza questi elementi, il ritorno dell’autorità federale rischia di rimanere precario.Il fronte più pericoloso riguarda però il deterioramento dei rapporti tra Etiopia ed Eritrea. Addis Abeba sostiene che unità eritree siano penetrate fino a sessanta chilometri all’interno del territorio tigrino. Asmara respinge le accuse e afferma che il governo etiope starebbe cercando un pretesto per giustificare un’aggressione. La presunta incursione non risulta verificata in maniera indipendente.L’Eritrea ha inoltre chiesto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di adottare misure di deterrenza, richiamando il capitolo VII della Carta dell’Onu. La richiesta conferma la gravità della crisi diplomatica, nella quale entrambi i governi presentano le proprie iniziative come necessarie alla difesa nazionale.Il confronto assume particolare significato alla luce della storia recente. Etiopia ed Eritrea avevano avviato un processo di riconciliazione nel 2018, dopo decenni di ostilità. Successivamente, le forze eritree avevano combattuto al fianco dell’esercito etiope durante la guerra del Tigrè del 2020-2022. Quell’alleanza, costruita attorno a un avversario comune, non ha però eliminato le divergenze strategiche tra i due Paesi.Tra le questioni più sensibili figura l’accesso dell’Etiopia al mare. Dopo l’indipendenza eritrea del 1993, Addis Abeba ha perso il proprio sbocco costiero ed è diventata dipendente dai collegamenti attraverso gli Stati vicini, soprattutto Gibuti.Secondo i dati della Banca mondiale, nel 2023 oltre il 95 per cento del commercio estero etiope, misurato in volume, transitava attraverso il corridoio di Gibuti. Nel giugno 2026 l’istituzione ha approvato ulteriori 45 milioni di dollari per rafforzare le infrastrutture di collegamento sul versante gibutiano.La dipendenza da un unico corridoio commerciale rappresenta una vulnerabilità economica e strategica per un Paese delle dimensioni dell’Etiopia. Costi di trasporto, accesso ai mercati internazionali e continuità degli approvvigionamenti sono condizionati dalla disponibilità di infrastrutture situate fuori dal territorio nazionale.Per Addis Abeba, diversificare gli sbocchi marittimi potrebbe quindi ridurre i costi logistici e rafforzare l’autonomia economica. Il problema nasce quando la richiesta di accesso al mare viene interpretata come una rivendicazione territoriale.Un accordo commerciale per utilizzare un porto è infatti diverso dall’acquisizione della sovranità su un tratto di costa. Nel primo caso possono essere negoziati investimenti, concessioni e garanzie di transito. Nel secondo entrano in gioco confini internazionali e integrità territoriale, questioni particolarmente sensibili per l’Eritrea.Asmara potrebbe quindi considerare eventuali rivendicazioni etiopi sulla costa come una minaccia diretta alla propria sicurezza. Il rischio è che una necessità economica venga trasformata in una controversia militare, aggravando ulteriormente le tensioni già presenti nel Tigrè.Una nuova guerra avrebbe conseguenze pesanti per entrambi i Paesi. L’Etiopia dovrebbe destinare maggiori risorse alle operazioni militari, sottraendole alla ricostruzione e allo sviluppo delle infrastrutture. L’instabilità potrebbe scoraggiare gli investimenti, aumentare i costi commerciali e compromettere i collegamenti regionali.Anche l’Eritrea sarebbe esposta a costi elevati, soprattutto in caso di un conflitto prolungato lungo il confine. La militarizzazione delle relazioni bilaterali renderebbe inoltre più difficile qualsiasi negoziato sull’accesso ai porti e sulla sicurezza delle aree di frontiera.Le conseguenze potrebbero estendersi all’intero Corno d’Africa. Gibuti, principale sbocco commerciale etiope, avrebbe interesse a una diversificazione concordata dei collegamenti, ma subirebbe i rischi derivanti da un’eventuale destabilizzazione regionale. Anche gli attori internazionali interessati alla sicurezza del Mar Rosso guarderebbero con preoccupazione a una nuova guerra tra Addis Abeba e Asmara.Si delineano tre possibili sviluppi. Il primo prevede il contenimento degli scontri e la riapertura di un negoziato sulla sicurezza del confine e sull’amministrazione del Tigrè. Il secondo è una prosecuzione delle ostilità a bassa intensità, con il conseguente logoramento delle risorse economiche e militari. Il terzo, più pericoloso, riguarda un conflitto diretto tra Etiopia ed Eritrea, capace di coinvolgere interessi territoriali e commerciali ben più ampi.Per il governo etiope, la priorità dovrebbe essere trasformare le conquiste militari in un controllo politico stabile, evitando che la riconquista delle città alimenti nuove divisioni. Per l’Eritrea, la sfida consiste nel difendere i propri interessi di sicurezza senza contribuire a un’escalation difficilmente controllabile.La questione dell’accesso al mare richiederà invece soluzioni negoziate, capaci di conciliare le esigenze economiche etiopi con la sovranità degli Stati costieri.La riconquista di Adua e Macallè modifica gli equilibri militari nel Tigrè, ma non risolve le cause profonde dell’instabilità. Il futuro della regione dipenderà dalla capacità di ricostruire un’amministrazione accettata dalla popolazione e di impedire che il conflitto interno si trasformi in una nuova guerra internazionale. Per il Corno d’Africa, il rischio è che una vittoria territoriale diventi il punto di partenza di una crisi ancora più vasta.