Manti in Commissione Covid ▷ “Tagliarono fuori De Donno dalla sperimentazione sul plasma”

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Ci sono storie della pandemia che non hanno mai trovato una risposta definitiva, e quella del plasma iperimmune è tra queste. Nella primavera del 2020, all’ospedale Carlo Poma di Mantova, il primario di pneumologia Giuseppe De Donno e il collega del Servizio trasfusionale Massimo Franchini cominciarono a trattare i malati di Covid con il plasma dei guariti. Quando arrivò il momento di una sperimentazione nazionale, però, la scelta cadde sullo studio Tsunami, promosso da Aifa e Istituto superiore di sanità e guidato dall’Azienda ospedaliero-universitaria di Pisa insieme al Policlinico San Matteo di Pavia. I risultati, resi noti nell’aprile 2021, non evidenziarono benefici significativi del plasma rispetto alla terapia standard. Pochi mesi dopo, nell’estate dello stesso anno, De Donno veniva trovato senza vita. Oggi quella vicenda è tornata a Palazzo San Macuto, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid.A riportarla in aula è Felice Manti, giornalista del Giornale, che nel 2020 firmò insieme a Edoardo Montolli una serie di articoli sul presunto conflitto di interessi del Pd sul plasma. Querele o diffide? La risposta non lascia spazio a ripensamenti: “Tutto ciò che ho scritto era una rappresentazione veritiera della realtà, e quindi inevitabilmente qualcuno si è sentito toccato. Di fronte a una terapia domiciliare sostanzialmente inesistente, basata su tachipirina e vigile attesa, il professor De Donno aveva provato a sperimentare una cura basata sul plasma: si prendeva il plasma delle persone guarite e lo si somministrava ai malati, nella speranza che gli anticorpi li aiutassero a guarire. Non si può parlare di trial, perché è stato fatto tutto in maniera spontanea. Però quella cura funzionava, e in quel periodo tristissimo che ricordiamo tutti l’esperienza di De Donno divenne una best practice”.Il nodo KedrionPoi la svolta, e con essa i sospetti. “Il ministero della Salute decise di affidare il progetto, che si chiamava Tsunami, non all’ospedale di Mantova dove lavorava De Donno, ma all’Università di Pisa. La circostanza curiosa è che a questa determinazione si arrivò durante un incontro al Senato a cui partecipò il dottor Paolo Marcucci, legale rappresentante di Kedrion, un colosso italiano all’avanguardia nel campo degli emoderivati, un gioiello su cui nulla si può dire. Il problema era che Paolo Marcucci era il fratello dell’allora capogruppo del Pd al Senato. In buona sostanza, il governo di centrosinistra apriva la strada a un progetto per industrializzare il processo del plasma e renderlo un business, tenendo fuori il principale protagonista di quella sperimentazione”.Giuseppe De Donno in una delle sue ultime comparse pubblicheIl riferimento è ad Andrea Marcucci, all’epoca alla guida dei senatori dem. Una ricostruzione che Aifa e Iss hanno sempre respinto, escludendo qualsiasi coinvolgimento di aziende farmaceutiche nello studio nazionale, e che lo stesso amministratore delegato di Kedrion ha bollato come strumentale. Ma le domande, allora, rimasero senza risposta: “Chiedemmo come fosse possibile che questa sperimentazione si facesse con un palese conflitto di interessi, ma non ci fu risposta. Il dottor De Donno, in una delle ultime interviste che ci concesse, qualche settimana prima di essere trovato senza vita, ci disse che il Pd era in palese conflitto di interessi sul plasma e che il plasma industriale di Kedrion non sarebbe stato gratis”.Gratuito no, e forse nemmeno risolutivo. “Così come il vaccino deve inseguire le mutazioni del virus, lo stesso discorso vale per il plasma. Era plausibile pensare che il plasma dei primi malati sarebbe stato insufficiente contro alcune varianti, come Omicron, che si è dimostrata la più ostica anche per i monoclonali made in Italy. Tant’è vero che dopo i nostri articoli di quella sperimentazione non se ne parlò più. Però il tema che sollevammo resta: il Pd aveva coinvolto, legittimamente o meno, l’azienda di un familiare in un progetto che avrebbe potuto essere gestito in modo diverso”.Il secondo conflittoDal plasma agli anticorpi monoclonali, il copione sembra ripetersi. Nell’ottobre 2020 il virologo Guido Silvestri, della Emory University di Atlanta, aveva ottenuto da Eli Lilly la disponibilità di 10mila dosi del suo monoclonale per uno studio in Italia. L’offerta cadde nel vuoto, con l’Aifa che negò di aver mai ricevuto una proposta formale, mentre i riflettori restavano puntati sugli anticorpi sviluppati a Siena da Toscana Life Sciences sotto la guida di Rino Rappuoli. “La vicenda di Tls e dei monoclonali made in Italy, che non vedranno mai la luce, rappresenta un secondo potenziale conflitto di interessi. Su Toscana Life Sciences il Pd toscano ha investito molte risorse, ed è considerata una sorta di successo firmato Pd”.Due vicende, un’unica chiave di lettura: “In una gestione della pandemia complicata, tra mascherine cinesi comprate in fretta e furia e lockdown inefficaci, quando si trattava di trovare cure alternative ai vaccini per proteggere i fragili e far ripartire il Paese, in entrambe le situazioni il governo di centrosinistra ha nei fatti favorito aziende che gravitavano intorno al Pd, a scapito di persone come De Donno o di offerte gratuite come quella proposta da Silvestri. Non abbiamo la controprova, ma avrebbero potuto scrivere diversamente la storia della pandemia in Italia. Non si tratta di fare elaborazioni politiche: si tratta semplicemente di mettere in fila i fatti”.The post Manti in Commissione Covid ▷ “Tagliarono fuori De Donno dalla sperimentazione sul plasma” appeared first on Radio Radio.