L’inclusione scolastica dipende molto dal fine (dei docenti)

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Aristotele scrisse più volte, nella sua opera, che il fine determina l’essenza di un ente. Comprendere il fine consente quindi di capire meglio la natura di un ente, dunque i suoi comportamenti. Ciò vale non solo per gli enti naturali, ma anche per quelli sociali. Tra questi ultimi, la scuola è uno dei più complessi, l’adempimento delle cui funzioni coinvolge una pluralità di soggetti, in primis docenti e studenti. Solo il soddisfacimento dei bisogni educativi degli studenti, tuttavia, rappresenta il vero fine della scuola. Essa, infatti, è finalizzata alla formazione dei giovani, ossia alla loro migliore realizzazione come persone, da ottenere soprattutto tramite il processo culturale.Quando la scuola funziona in modo conforme al suo concetto, le azioni praticate nella stessa sono rivolte al bene degli studenti, a partire da quelli che hanno maggiore necessità di supporto, ossia solitamente gli allievi con disabilità. Operare in tale maniera rende l’istituzione scolastica massimamente inclusiva. La realtà odierna, però, mostra una scuola ancora poco comunitaria, in cui cioè la presenza di alunni con difficoltà viene spesso mal tollerata, non soltanto dai compagni, ma anche da un discreto numero di insegnanti. Ciò accade sovente quando i docenti non si considerano come “strumenti” al servizio dei loro allievi, bensì come i protagonisti della scuola.Per comprendere questo comportamento, tuttora non infrequente, occorre analizzare la totalità sociale in cui viviamo. Le attuali modalità economiche, infatti, producono, insieme alle merci più profittevoli, ovvero più adatte a realizzare il fine del massimo profitto, anche le strutture della personalità più funzionali all’ottenimento del medesimo. Oltre ad una massa di persone “concretiste”, impegnate cioè, in maniera conformista, a rendere possibili i processi di lavoro e di consumo, il sistema capitalistico necessita, tra le altre cose, anche di una élite “narcisista”, caratterizzata dal desiderio di assumere, nello stesso, posizioni di vertice. Questa struttura della personalità, solitamente refrattaria alle critiche, trova spazio soprattutto nell’imprenditoria, nella politica, nella cultura, ma anche nel sindacato, nel giornalismo, nelle università, perfino nelle piccole associazioni di volontariato (rinvio su questo tema, in generale, a un mio libro del 2005, Conoscenza della felicità, con introduzione dell’amico Mario Vegetti). Strutture della personalità narcisiste non mancano nemmeno nel mondo della scuola, contesto nel quale, per il forte squilibrio gerarchico sussistente tra docenti e studenti, confluiscono, insieme ad ottimi educatori, anche soggetti interessati, più che all’insegnamento, ad esercitare ruoli di comando.Per una discreta quota di docenti, in effetti, pensarsi, come pure sarebbe naturale, al servizio degli studenti, è considerato avvilente. Costoro ritengono infatti, per quanto sovente in maniera inconscia, che il fine principale dell’attività scolastica sia non il favorire il bene dei propri allievi, ma la libera espressione dei bisogni insiti nella propria struttura della personalità. Questi soggetti tendono di solito pertanto, in aula, a rimarcare il loro potere, a instaurare relazioni di tipo autoritario e a trattare gli studenti in modo strumentale. Per tali ragioni costituiscono spesso un pericolo per la buona crescita delle giovani vite loro affidate, soprattutto di quelle caratterizzate da maggiori difficoltà, le quali richiederebbero invece equilibrio, delicatezza, vicinanza.Si è solitamente portati, a causa di una lettura superficiale del mito di Narciso, a ritenere che la personalità narcisista – la quale può manifestarsi anche in modalità sfumate, nascoste, perfino fintamente umili – si consideri “bella”. In realtà essa si percepisce, sebbene in maniera semiconsapevole, come umanamente “brutta”. Per questo necessita di una sorta di “piedistallo” funzionale ad allontanare, ponendosi più in alto, ogni possibile disconferma della propria pseudoimmagine grandiosa, cui essa affida il senso della propria esistenza. Appare evidente tuttavia come, in questa struttura della personalità, si alteri proprio la funzione educativa. Non è un caso che i più gravi conflitti tra scuola e genitori siano prodotti da tali docenti, e che si verifichino soprattutto con le famiglie degli studenti con disabilità o DSA, le quali richiedono, come corretto, la piena attuazione di un approccio inclusivo per i loro figli. Per instaurare una corretta relazione educativa, del resto, è necessario non soltanto interessarsi ai propri studenti, considerandoli, quali che siano le loro caratteristiche, come persone dotate di valore, ma anche conoscere sé stessi, cercando quanto più possibile di far emergere i propri lati oscuri per chiarificarli. Solo questa compiuta comprensione di sé rende un educatore davvero tale, insieme, naturalmente, alla finalizzazione al bene della propria attività.In un modo di produzione sociale quale quello attuale, incentrato sull’individualismo, dunque nemico della comunità, è difficile, anche a scuola, instaurare rapporti realmente comunitari. Ogni persona, infatti, è indotta a pensarsi come il fine di ciò che accade intorno a sé. Solo, tuttavia, invertendo questa dinamica autocentrata si potrà creare vera inclusione. Quest’ultima necessita in effetti di un contesto comunitario per potersi realizzare, il quale può essere favorito solo da insegnanti che siano in primo luogo persone umanamente compiute. Un cambiamento sociale importante potrà del resto avvenire, per quanto riguarda l’inclusione, soltanto partendo dalla scuola. Non a caso i maggiori filosofi classici, ossia Platone e Aristotele, per quanto ciò non sia sempre riconosciuto dai loro interpreti, furono in primo luogo dei grandi educatori.L’insegnamento non è dunque attività meramente tecnica, ma anche etica e, in senso filosofico – ovvero in quanto ricerca del bene comune –, politica. Il modo in cui ci relazioniamo soprattutto agli studenti con difficoltà delinea infatti, in maniera implicita, il nostro generale rapporto col mondo, nonché il fine, più o meno buono, che attribuiamo alla nostra vita. Se consideriamo questi studenti come un peso di cui siamo costretti ad occuparci, sostanziale ostacolo alla nostra attività didattica – come ritengono, purtroppo, molti docenti favorevoli alle scuole o classi speciali –, significa che, in quanto insegnanti, e ancor prima in quanto persone, ci siamo ormai adattati ad un contesto non comunitario. Un docente che agisce con questi presupposti vive tuttavia male le proprie giornate, nel senso, appunto, che le conduce portando, sebbene spesso involontariamente, il male nella propria come nelle altrui vite. Se, al contrario, facciamo il possibile per rapportarci a questi studenti cercando di dare il massimo per favorire la loro realizzazione, ossia per far fiorire pienamente le loro potenzialità, allora, nella nostra come nelle altrui vite, è molto più probabile che si riesca a portare il bene. Quest’ultimo peraltro, così come il male, ha sempre un effetto moltiplicativo sulla realtà, in quanto ciò che si fa di buono, così come di cattivo, ad una persona, si riverbera in molte altre persone, sicché nessuno, tra i docenti, deve sottovalutare l’importanza delle modalità con cui svolge il proprio lavoro.Mario Lodi, maestro elementare, scriveva, in un libro di tanti anni fa, che dal modo in cui un insegnante entra in classe si comprende se viene a esercitare un potere, in linea con i processi di asservimento praticati dal sistema, oppure se viene a favorire una reale autonomia degli studenti, praticando così un’opera di liberazione, nonché di costruzione comunitaria. La stessa cosa, nel mio piccolo, penso anche io quando, attraversando i lunghi corridoi dell’Università per andare a fare lezione, sento le voci di altri docenti provenire dai microfoni delle grandi aule laterali.Il fine della scuola in ogni caso, come istituzione educativa, deve necessariamente essere quello di non lasciare indietro nessuno. Si sente tuttavia, purtroppo, sempre più spesso affermare, da parte di molti docenti, che, ponendo troppa attenzione agli studenti con difficoltà, si ottiene solo il risultato di abbassare l’asticella qualitativa dell’insegnamento. Io credo, al contrario, come ho argomentato in precedenti articoli sempre sul Corriere della Sera, nonché nel libro Filosofia, inclusione, comunità, che educare bene tutti, specialmente chi fa più fatica, costituisca la modalità più adatta, oltre che per migliorare noi stessi, anche per innalzare l’asticella culturale della scuola e della civiltà, cose di cui mi pare ci sia oggi particolarmente bisogno.luca.grecchi@unimib.it