Etiopia, le urne tra le macerie: il Tigrè può votare prima di tornare in pace?

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Sei mesi per restituire al Tigrè un governo eletto. È l’orizzonte indicato il 16 ottobre dal primo ministro etiope Abiy Ahmed, che ha istituito una nuova amministrazione provvisoria nella regione settentrionale. Sei mesi possono bastare a organizzare un calendario elettorale; molto meno semplice è ricostruire la fiducia necessaria perché il voto sia riconosciuto da chi ha combattuto, da chi è fuggito e da chi è rimasto. Il provvedimento arriva dopo la nuova offensiva avviata a settembre da un’alleanza guidata dal Fronte popolare di liberazione del Tigrè (TPLF) e la controffensiva delle forze federali, entrate a Macallè all’inizio di ottobre. La nomina dell’amministrazione è un fatto; la sua capacità di rappresentare l’intera regione resta una questione aperta.L’accordo sottoscritto a Pretoria nel novembre 2022 aveva fermato la guerra tra il governo federale e il TPLF, dopo due anni di violenze, fame, sfollamenti e distruzione delle strutture civili. Non aveva però risolto automaticamente i nodi della sicurezza, del disarmo, del ritorno degli sfollati e del controllo dei territori contesi. In una regione segnata da fratture profonde, la fine delle ostilità non equivale alla ricostruzione del patto politico. Le parti si attribuiscono reciprocamente la responsabilità della mancata attuazione degli impegni. Una valutazione giornalistica seria non può scegliere una versione per comodità: deve misurare le dichiarazioni alla luce degli atti, delle condizioni sul terreno e delle possibilità reali dei civili di esercitare i propri diritti.Reuters riferisce che, secondo dati delle Nazioni Unite relativi a febbraio 2026, circa 750.000 abitanti del Tigrè risultavano ancora sfollati all’interno del Paese. È una cifra che cambia il significato di qualunque promessa elettorale. Un voto può essere formalmente convocato e sostanzialmente incompleto se chi ha perduto la casa non dispone di documenti, trasporti, sicurezza o accesso ai seggi. Occorrono anagrafi affidabili, libertà di movimento, osservatori indipendenti, pluralismo politico e mezzi di informazione accessibili. Senza queste condizioni, il rischio non è soltanto una bassa affluenza: è che il risultato venga contestato prima ancora di essere proclamato. La sfida del governo provvisorio sarà dunque amministrativa, umanitaria e costituzionale nello stesso momento.Nel 2018 la riconciliazione fra Etiopia ed Eritrea aveva alimentato speranze internazionali; durante la guerra del 2020-2022 i due governi si erano ritrovati sullo stesso fronte contro il TPLF. Oggi i rapporti sono nuovamente precipitati. Addis Abeba accusa Asmara di aver sostenuto i ribelli e di aver violato il confine; il governo eritreo nega e ha chiesto un intervento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Reuters ha documentato, il 13 ottobre, l’avanzata di truppe etiopi verso Zalambessa, località di frontiera. La presenza e i movimenti delle diverse forze restano in parte difficili da verificare in modo indipendente. L’ONU ha chiesto la cessazione immediata delle ostilità e il ritorno al dialogo secondo il quadro di Pretoria. Sono richiami diplomatici che descrivono un rischio concreto, non una guerra regionale già inevitabile.L’Etiopia ha perso l’accesso diretto al mare con l’indipendenza dell’Eritrea nel 1993. Da allora la questione delle rotte commerciali e dell’accesso portuale è diventata un tema strategico ricorrente. Il governo etiope sostiene di cercare soluzioni pacifiche, ma le sue rivendicazioni suscitano diffidenza ad Asmara. Sullo sfondo restano la competizione per i collegamenti verso il Mar Rosso, le tensioni regionali e le controversie sulle acque del Nilo. Non significa che ogni scontro nel Tigrè sia provocato dai porti o dalle dighe. Significa piuttosto che un conflitto locale si svolge all’interno di un sistema di interessi che può amplificarne gli effetti, con ricadute anche sulle rotte fra Asia, Africa e Mediterraneo.Quando la capitale regionale torna sotto il controllo delle autorità federali, possono riaprire voli e uffici; sono segnali concreti, ma non misurano da soli la sicurezza delle campagne, la disponibilità di medicinali o la libertà di rientrare nelle abitazioni. Il 13 ottobre le Nazioni Unite hanno annunciato un’assegnazione d’emergenza di 8,5 milioni di dollari per assistere le popolazioni vulnerabili in diverse regioni etiopi, compreso il Tigrè. La necessità di questi interventi ricorda che il linguaggio della stabilizzazione deve confrontarsi con bisogni immediati: acqua, cure, protezione e riparo. Anche la reintegrazione degli ex combattenti richiede opportunità economiche e garanzie, non soltanto un ordine di smobilitazione.Il governo federale presenta l’amministrazione provvisoria come uno strumento per ristabilire servizi, sicurezza e condizioni per elezioni trasparenti. I suoi oppositori contestano la gestione del conflitto e l’applicazione dell’accordo di pace. Entrambe le posizioni vanno riportate per ciò che sono: dichiarazioni politiche da confrontare con fatti verificabili. La legittimità non deriva automaticamente né dalla conquista militare di una città né dalla convocazione di un voto. Si costruisce quando le persone possono scegliere senza minacce, quando gli sfollati non vengono esclusi e quando chi perde accetta il risultato perché ha potuto competere davvero.L’Etiopia non ha bisogno di una data elettorale che chiuda simbolicamente il capitolo del Tigrè; ha bisogno di condizioni che impediscano a quel capitolo di riaprirsi. Sei mesi saranno un banco di prova per il governo di Addis Abeba, per le autorità provvisorie, per gli attori tigrini e per una diplomazia internazionale chiamata a sostenere il dialogo senza sostituirsi alla società locale. La domanda, alla fine, non è se si possano mettere urne in una regione ferita. È se, quando verranno aperte, tutti avranno avuto davvero la possibilità di arrivarci.