Yemen, attacco al palazzo presidenziale di Aden: la guerra mette sotto pressione Riad

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Cinque morti e sedici feriti nell’attacco del 15 ottobre contro il palazzo presidenziale al-Maashiq di Aden, sede del governo yemenita riconosciuto internazionalmente e sostenuto dall’Arabia Saudita. Il primo ministro Shaya Zindani e i ministri sono rimasti illesi, secondo le autorità locali. Il bombardamento, attribuito agli Houthi, rappresenta però un segnale della vulnerabilità delle istituzioni governative e della crescente difficoltà di Riad nel contenere un conflitto che minaccia anche la sicurezza delle rotte del Mar Rosso.L’attacco arriva in una fase di intensificazione dei combattimenti. Già il 9 ottobre l’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Hans Grundberg, aveva segnalato il ritorno a una guerra su vasta scala, con scontri su diversi fronti e una controffensiva delle forze governative nelle aree vicine allo stretto di Bab el-Mandeb.Colpire Aden significa esercitare pressione sul centro politico e amministrativo del governo rivale. Il valore strategico dell’operazione non dipende soltanto dalle vittime o dai danni materiali, ma dalla capacità di dimostrare che neppure le sedi istituzionali sono al riparo dagli attacchi.Per gli Houthi, questa pressione può servire a indebolire la credibilità dell’esecutivo, ostacolarne le attività e costringere l’Arabia Saudita a distribuire le proprie risorse difensive tra obiettivi differenti.La capacità di raggiungere il palazzo presidenziale non dimostra tuttavia una superiorità militare complessiva del movimento. Colpire un edificio non equivale a poter conquistare Aden o mantenere il controllo del Sud dello Yemen.L’attacco evidenzia piuttosto come eventuali avanzate delle forze governative possano convivere con una persistente vulnerabilità delle infrastrutture e dei centri decisionali.Per valutare l’efficacia militare del bombardamento sarebbero necessarie informazioni indipendenti sui sistemi impiegati, sulle eventuali intercettazioni e sull’entità dei danni. Il numero dei lanci, da solo, non consente di stabilire la precisione delle armi o la capacità degli Houthi di sostenere una campagna prolungata.Il problema per Riad riguarda anche il rapporto tra risorse militari e risultati politici. L’Arabia Saudita deve proteggere il proprio territorio e, contemporaneamente, sostenere un governo yemenita che continua a incontrare difficoltà nel consolidare il controllo delle aree sotto la propria autorità.La dimensione regionale coinvolge inevitabilmente l’Iran. Riad accusa Teheran di fornire armamenti e sostegno agli Houthi, mentre le autorità iraniane negano le forniture militari e dichiarano di favorire una soluzione negoziata.Il sostegno iraniano costituisce un elemento importante degli equilibri regionali, ma non significa che ogni operazione degli Houthi venga necessariamente decisa a Teheran. Il movimento yemenita mantiene obiettivi propri, legati al controllo territoriale, alla sopravvivenza politica e al riconoscimento del proprio ruolo nei futuri negoziati.Attaccare Aden consente agli Houthi di contestare la capacità del governo rivale di rappresentare e amministrare il Paese. Minacciare contemporaneamente l’Arabia Saudita permette invece di aumentare i costi del sostegno militare e finanziario garantito da Riad.È una strategia che può produrre effetti anche senza importanti conquiste territoriali. Costringere l’avversario a mantenere sistemi di difesa costosi, proteggere numerose infrastrutture e affrontare continue interruzioni rappresenta già una forma di pressione.La guerra yemenita ha inoltre una dimensione marittima fondamentale. Lo stretto di Bab el-Mandeb collega il golfo di Aden al Mar Rosso e costituisce uno dei passaggi strategici per il traffico commerciale diretto verso il Canale di Suez e il Mediterraneo.L’insicurezza lungo questa direttrice può provocare conseguenze economiche ben oltre i confini dello Yemen. I precedenti documentati dall’Agenzia statunitense per l’informazione energetica mostrano come gli attacchi alle navi abbiano favorito deviazioni delle rotte, allungando i tempi di navigazione e aumentando i costi del trasporto.Non è necessaria una chiusura completa dello stretto per compromettere la regolarità dei traffici. È sufficiente che armatori e compagnie assicurative considerino il passaggio troppo rischioso per determinare rincari dei premi, modifiche degli itinerari e ritardi nelle consegne.Per l’Europa e per l’Italia, le conseguenze potrebbero tradursi in maggiori costi logistici ed energetici, soprattutto per le imprese che dipendono dai collegamenti commerciali tra Asia e Mediterraneo.Anche l’Arabia Saudita rischia di subire effetti economici rilevanti. Un eventuale aumento delle quotazioni petrolifere non garantirebbe necessariamente un beneficio netto, considerando le spese militari, i possibili danni alle infrastrutture e le difficoltà che l’instabilità può creare agli investimenti.Il programma saudita di diversificazione economica richiede infatti continuità nei trasporti, affidabilità delle infrastrutture e fiducia degli investitori. Una minaccia persistente può aumentare i costi di protezione e rendere più complessa la realizzazione dei progetti.La difficoltà principale resta però politica. La superiorità tecnologica e la capacità di colpire depositi o postazioni militari non bastano a costruire un’autorità yemenita stabile.Senza amministrazioni funzionanti, risorse per finanziare i servizi pubblici e accordi tra le diverse componenti del Paese, anche il controllo militare di un territorio può rimanere fragile.Gli sviluppi dipenderanno dalla capacità delle parti di contenere l’escalation. Una ripresa dei negoziati potrebbe ridurre progressivamente i rischi per le infrastrutture e per il traffico marittimo, senza risolvere immediatamente tutte le divisioni interne.Una guerra intermittente manterrebbe invece elevati i costi di sicurezza e l’incertezza commerciale. Un’escalation prolungata potrebbe aggravare i danni alle infrastrutture e produrre conseguenze più ampie per gli approvvigionamenti energetici e i collegamenti internazionali.A pagare il prezzo più alto continuerebbe a essere la popolazione yemenita, già colpita da anni di combattimenti, sfollamenti e deterioramento dei servizi essenziali.L’attacco al palazzo presidenziale di Aden dimostra soprattutto i limiti di una strategia fondata sulle sole operazioni militari. La protezione delle istituzioni non può essere separata dalla loro capacità di governare e garantire condizioni di vita accettabili.Per l’Arabia Saudita, la questione non consiste soltanto nel respingere i missili o sostenere le offensive delle forze alleate, ma nel contribuire alla costruzione di un equilibrio politico che riduca gli incentivi alla prosecuzione della guerra.Finché gli attacchi continueranno a rappresentare uno strumento efficace per modificare i rapporti di forza, ogni successo sul campo rischierà di essere temporaneo. La sicurezza di Aden, quella saudita e la libertà di navigazione nel Mar Rosso resteranno così legate alla stessa questione irrisolta: l’assenza di un accordo capace di stabilizzare lo Yemen.