Imprese straniere a Napoli e Caserta, quando il business fa rima con illegalità

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Al Sud le imprese straniere sono meno numerose che al Nord, ma il confine tra impresa, illegalità e criminalità è spesso più sottile. L’ultima puntata della nostra inchiesta si sposta tra Napoli e Caserta: due province dove l’ordine pubblico è da anni un’emergenza, la camorra controlla interi territori e una parte dell’imprenditoria straniera si è inserita proprio negli affari più opachi, dall’intermediazione di manodopera alla contraffazione, fino al mercato dei visti. Con un paradosso che i numeri rendono evidente: in proporzione, gli imprenditori stranieri pesano di più a Caserta che nel capoluogo.Caserta più «straniera» di Napoli: i numeri di FuturaeSecondo la dashboard del progetto Futurae di Unioncamere e InfoCamere, in provincia di Napoli le imprese straniere sono 22.938, circa l’8% del totale, mentre a Caserta sono 12.052, pari al 12%: un’incidenza superiore di metà rispetto al capoluogo e vicina alla media nazionale. In entrambe le province oltre il 90% delle imprese fa capo a cittadini extra Ue, la quasi totalità sono ditte individuali con meno di sei addetti e il settore dominante è il commercio. A Caserta, al secondo posto, vengono le costruzioni. È un’imprenditoria fatta di micro attività a basso capitale, nei comparti dove il lavoro nero e l’evasione sono storicamente più diffusi.Nel Mezzogiorno, secondo il rapporto, le imprese straniere sono calate del 3,6% in un anno, con flessioni marcate proprio in Campania. L’imprenditoria straniera regolare, insomma, non cresce. Crescono invece, come vedremo, le attività che si muovono ai margini dell’economia legale.Caporali stranieri, gli imprenditori dello sfruttamentoNelle campagne tra Napoli e Caserta lo sfruttamento ha ormai una struttura d’impresa, e una parte di questa filiera parla lingue straniere. Nel dicembre 2025 la procura di Napoli Nord ha fatto arrestare un imprenditore agricolo dell’Aversano, sua moglie e un cittadino indiano, con l’obbligo di firma per un secondo connazionale e altri due indagati irreperibili. Secondo l’accusa, tra febbraio e luglio 2024 il gruppo reclutava ogni giorno tra 40 e 80 braccianti, in gran parte indiani irregolari, pagati circa 2,70 euro l’ora per turni da 10 a 14 ore. Il pranzo arrivava solo dopo aver raggiunto la quota di raccolta, secondo la regola «senza la quota non si mangia», e chi pensava di collaborare con gli inquirenti veniva minacciato. La procura ha sequestrato quattro furgoni e oltre 542mila euro, ritenuti il profitto del reato.Lo schema si ripete. Nel luglio 2026 due imprenditori dell’Agro Aversano sono stati arrestati in flagranza per aver sfruttato braccianti indiani senza permesso di soggiorno, pagati tre euro l’ora e lasciati nei campi anche durante l’irrorazione dei pesticidi. «Il copione è sempre lo stesso: quello dello sfruttamento sistematico della manodopera straniera nei campi», ha scritto Avvenire. E a inizio ottobre 2026 la procura di Santa Maria Capua Vetere ha chiuso un’indagine su otto persone tra Villa Literno e Mondragone, accusate di reclutare per strada fino a 80 braccianti al giorno, pagati da 80 centesimi a 1,50 euro a cassetta. Come nel caso di Aversa, spesso sono caporali stranieri, connazionali dei braccianti, a gestire il reclutamento nelle comunità, il trasporto e il controllo nei campi, trasformando l’intermediazione illecita in una vera e propria attività economica, al servizio di aziende agricole che preferiscono il nero ai contratti.Le puntate precedenti:Imprese straniere, il boom che i numeri non raccontanoImprese straniere: a Prato mafia cinese e degradoImprese straniere: Milano tra minimarket e laboratori clandestiniImprese straniere a Roma: minimarket, visti falsi e banche ombraDal Vesuviano ai mercatini: laboratori e contraffazioneIl secondo fronte è quello del tessile e della contraffazione, concentrati nell’area vesuviana. Nel luglio 2025 è stato arrestato a San Giuseppe Vesuviano un quarantenne di origine marocchina, indicato come uno dei grossisti che riforniscono gli ambulanti abusivi di via Toledo e del lungomare. Nel deposito c’erano 65mila capi contraffatti di oltre 40 marchi del lusso, mezzo chilo di hashish e 130mila euro in contanti. Un caso che mostra come il commercio abusivo che invade le strade del centro abbia alle spalle una logistica imprenditoriale vera e propria.Non è un caso isolato. Già nel 2018 i controlli dei carabinieri del lavoro tra San Giuseppe Vesuviano, Terzigno, Sant’Antimo e Palma Campania avevano portato alla denuncia di sette imprenditori, italiani e bengalesi, titolari di laboratori tessili, calzaturifici e autolavaggi, con lavoratori in nero e irregolari, quattro attività sospese e oltre 300mila euro di sanzioni per violazioni sulla sicurezza.Visti in vendita: Caf, imprenditori e mediatori bengalesiIl terzo fronte è il più redditizio: il commercio dei visti di lavoro. Quando nel giugno 2024 la premier Giorgia Meloni presentò il suo esposto all’Antimafia sul decreto flussi, il dato più clamoroso riguardava la Campania: delle 282mila domande per lavoro stagionale, 157mila arrivavano da questa regione, che ospita appena il 6% delle imprese agricole italiane. Nel giugno 2025 la Dda di Napoli ha fatto scattare 45 misure cautelari contro tre associazioni che, attraverso alcuni Caf del Nolano, avvocati e mediatori bengalesi, presentavano false richieste di assunzione usando lo Spid di imprenditori compiacenti. I migranti pagavano fino a 10mila euro a testa per un nulla osta, e nel business era entrato anche un clan della camorra.«Spesso la semplificazione è una facilitazione per i criminali e si creano spazi per la camorra», ha commentato il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, aggiungendo che «eventuali migliorie sul piano del controllo sono auspicabili». È l’esempio più chiaro di come un’impresa possa diventare un semplice involucro: aziende che non assumono nessuno, ma vendono contratti fittizi a chi vuole entrare in Italia.Castel Volturno e la stazione: dove l’illegalità diventa territorioIl simbolo del Casertano resta Castel Volturno, dove gli stranieri sono il 18,3% dei residenti, in gran parte nigeriani e ghanesi, oltre a una presenza irregolare che nessuna statistica misura. Qui la mafia nigeriana ha costruito una delle sue basi italiane, con affari che vanno dalla droga alla tratta della prostituzione. Ma è anche il luogo della strage del 2008, quando un commando dei Casalesi uccise sei immigrati africani per riaffermare il controllo del territorio: «Fu una strage razzista, per dire agli immigrati che dovevano andarsene da quel territorio», ricordò Federico Cafiero de Raho.A Napoli il degrado ha un indirizzo preciso: piazza Garibaldi e il Vasto, tra bazar, phone center e alloggi sovraffollati. Alla fine del 2024 il prefetto Michele di Bari ha inserito l’area tra le zone rosse, citando «significative problematiche di criminalità predatoria, connotate da situazioni di degrado urbano e sociale»; nel luglio 2025 il Tar ha annullato il provvedimento. Napoli è al 104° posto su 107 nella classifica 2025 del Sole 24 Ore sulla qualità della vita.Il filo che lega le cinque puntateDa Prato a Caserta, il quadro è coerente. L’imprenditoria straniera è una realtà strutturale dell’economia italiana, e dove i controlli funzionano diventa una risorsa che crea lavoro e gettito. Ma dove lo Stato arretra, una parte di essa si trasforma in impresa dell’illegalità: caporali che gestiscono squadre di braccianti, grossisti della contraffazione, mediatori di visti, spesso in affari con imprenditori e clan italiani. A pagarne il prezzo sono i quartieri e, prima di tutti, gli imprenditori onesti, italiani e stranieri. La risposta non è chiudere le porte né celebrare ogni nuova partita Iva come un successo. È far valere le regole, perché senza regole uguali per tutti non c’è mercato, ma solo il dominio di chi le aggira.Enrico Foscarini, 17 ottobre 2026(fine)L'articolo Imprese straniere a Napoli e Caserta, quando il business fa rima con illegalità proviene da Nicolaporro.it.