Donald, alla Russia con amore. Stefanini legge l’ultimo deal di Trump

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Cos’ha spinto Donald Trump a rovesciare bruscamente le sanzioni a Mosca sul cruciale volano energetico? Quali sono le conseguenze, nazionali e internazionali? Volute o non volute, o comunque non messe in conto? Di per sé la decisione non stupisce più di tanto né per il merito né per il modo in cui è stata presa, di punto in bianco e senza apparenti consultazioni, né interne né esterne. Solo con sé stesso ma ha già fatto abbondantemente capire che basta e avanza. Nella sua “Art fo the deal” tutto è commerciabile – non è così sul mercato immobiliare? Quindi anche l’Ucraina se il prezzo è giusto. Che sia pagato in gasolio è irrilevante. Ma, forse, al Presidente americano il “deal” col Cremlino offre anche altri ritorni.Grazie all’accordo telefonico con Vladimir Putin per l’acquisto di diesel, il Presidente americano ha ottenuto qualche goccia russa da versare nel mare del consumo di gasolio negli Stati Uniti – i numeri parlano chiaro, inutile tornarci. Guadagna, forse, qualche manciata di voti di “camionisti e agricoltori” nelle prossime elezioni di medio termine che in queste settimane assorbono la maggior parte del suo tempo – a condizione che camionisti ed agricoltori si accorgano di pagare qualche centesimo in meno alla pompa perché voteranno pensando al portafoglio non ai benefici promessi dell’inedita amicizia russo-americana. Gli esperti ne dubitano, i mercati decideranno. I tempi stringono per effetti prima delle elezioni.La fornitura di diesel dalla Russia e gli auspicati effetti elettorali sono la spiegazione più semplice della decisione di Trump di ignorare l’apparato sanzionatorio, fortemente voluto dagli Usa ma da un’altra amministrazione – per lui peggio che da un governo nemico. E le spiegazioni più semplici sono sempre più credibili delle ricerche di complicati “teoremi”. Specie con un leader istintivo come Donald Trump. Ma in questo caso nelle conseguenze internazionali c’è effettivamente di più del diesel e delle mid-term. Una parte voluta a tavolino, una parte non necessariamente premeditata ma certamente non sgradita.La parte voluta sono le ricadute sui versanti opposti della guerra, Russia e Ucraina. L’amministrazione Trump si era posizionata in un ruolo neutrale con l’obiettivo di mettere fine al conflitto. Adesso, a corollario dell’acquisto di gasolio – subito criticato da Volodymir Zelensky, ma come poteva far finta di niente? – Trump ha subito scaricato sull’Ucraina la responsabilità di non volere un accordo di pace. Putin lo vuole, Zelensky no. Anche i sassi del Donbas sanno che non è così – il Presidente ucraino è pronto da mesi a un cessate il fuoco a bocce ferme, quello russo lo rifiuta subordinandolo a una resa ucraina di fatto – ma si sente ora legittimato a proclamarlo. Il fatto che la sua tregua “energetica” sia stata accettata da Kyiv, a condizione di reciprocità beninteso, e invece rigettata, o comunque temporeggiata, da Mosca non lo turba minimamente. La Russia fornisce agli Usa diesel da raffinerie sotto attacco dei droni ucraini? È quanto basta a Trump per stare dalla parte russa. Come sempre suo desiderio – ricordiamo Anchorage! – ma adesso con una ratio energetica.La rottura con l’Europa è la seconda grossa conseguenza internazionale, ed è grossa perché finisce col collocare Stati Uniti ed europei su versanti opposti della guerra russo-ucraina – di una guerra in Europa, non nel Medio Oriente o nell’Asia Pacifico. Politicamente non militarmente, in quanto Kyiv continua a ricevere armi americane, purché comprate e pagate, e il supporto di intelligence – finora. Ma, mentre Trump diceva “penso che Putin voglia un accordo più di non quanto lo voglia Zelensky”, i ministri degli Esteri dell’Ue approvavano un nuovo pesante pacchetto di sanzioni alla Russia. Fra le due posizioni c’è un abisso. L’Atlantico – Uk e Norvegia sono allineate con Bruxelles – è spaccato come non mai. Che Trump l’avesse messo in conto o meno va forse oltre il suo modus operandi. Ma non gli dispiace affatto. Quando mai ha pensato di consultare i leader europei?Del resto, la notizia dell’accordo diesel ha preso in contropiede ucraini ed europei che, a Miami, stavano discutendo scenari per mettere fine alla guerra con i tuttofare diplomatici trumpiani, Jared Kushner e Steve Witkoff, previsti poi in partenza (ora annullata) per Mosca. Quali europei? C’era l’Ue, c’era la Nato, c’erano Francia, Germania e Regno Unito. L’Italia preferisce rimanere nel suo guscio. Protetta dall’assenza e dal silenzio.Nel coro dei leader europei che hanno criticato il “deal diesel” di Donald la voce di Giorgia Meloni è giunta tarda, sommessa e timida. Probabilmente quello che la premier vuole. Ma colloca Roma nei fondali dell’abisso apertosi fra l’America di Trump e l’Europa.