Gaza, l’agenzia alimentare dell’Onu taglia un terzo degli aiuti perché mancano i fondi: mezzo milione di persone escluse

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GAZA — Il Programma alimentare mondiale, l’agenzia dell’Onu che è il primo fornitore di cibo nella Striscia, ha tagliato da questo mese un terzo della sua assistenza a Gaza: i beneficiari scendono da 1,6 a 1,1 milioni, mezzo milione di persone in meno. Lo ha spiegato a Reuters il direttore esecutivo facente funzione Carl Skau, al rientro da una visita di domenica, mentre la Striscia entra nel quarto inverno di guerra, un anno dopo il cessate il fuoco.Il taglio non dipende dai bisogni, che non calano, e nemmeno dai valichi. «L’accesso c’è», ha detto ad AFP il direttore per la Palestina dell’agenzia, Shaun Hughes, dagli uffici di Gerusalemme Est. Mancano i soldi: nel 2026 il Programma ha ricevuto per i Territori palestinesi meno della metà dei fondi abituali e chiede 450 milioni di dollari per i prossimi sei mesi.Chi riceveva due pacchi alimentari ne avrà uno, i sacchi di farina sono più piccoli, il contenuto dei pacchi cala del 40%. Le persone che ricevono farina e pacchi scendono da 1,1 milioni a 600.000. I pasti caldi delle cucine comunitarie passano da 250.000 a 150.000 al giorno; nelle zone vicine alla «linea gialla», il confine del controllo militare israeliano dentro la Striscia, il pasto arriva a giorni alterni.Resta l’aiuto in denaro, ma per 75.000 famiglie e con un valore ridotto del 40%. Restano i panifici sostenuti dall’agenzia, che coprono un terzo del fabbisogno di pane, e il sostegno nutrizionale a 300.000 donne e bambini. A settembre il Programma aveva già dimezzato i beneficiari in Cisgiordania.Secondo le stime dell’agenzia, 1,4 milioni di abitanti di Gaza, due terzi della popolazione, vivono a livelli di crisi alimentare o peggio; circa 200.000 sono in condizioni di emergenza. Il ministero della Salute della Striscia, controllato da Hamas, ha contato la scorsa settimana almeno 466 morti per malnutrizione e fame dal 2024, 157 dei quali bambini.Un anno dopo la treguaSkau era a Gaza per l’ottava volta dall’inizio della guerra. «È passato un anno dall’accordo di cessate il fuoco. Be’, la vita qui è ancora brutale. Non c’è un riparo adeguato, non ci sono servizi di base, non c’è sicurezza», ha detto. A un punto di distribuzione gli hanno riferito che il giorno prima una persona era stata uccisa. «Diciamo al mondo che non è il momento di girare lo sguardo».La tregua mediata dagli Stati Uniti è dell’ottobre 2025; a dicembre era stata revocata la classificazione di carestia, che Israele contesta. Le forze israeliane controllano ancora oltre il 60% del territorio e conducono raid quasi quotidiani; Hamas governa la parte dove vivono più di due milioni di palestinesi, in gran parte in ripari provvisori. «Le persone non sono al sicuro, i raid continuano ogni giorno, la gente continua a essere sfollata», ha detto Hughes. Da Israele non è arrivata una reazione ai tagli.Il taglio cade in una settimana in cui a Gaza non entra più nulla nemmeno dal canale commerciale. Dal 14 ottobre i camion dei commercianti privati sono fermi. Il Cogat, l’organismo militare israeliano per gli affari civili nei Territori, attribuisce lo stop ai commercianti stessi, che avrebbero annullato il coordinamento per protesta contro una tassa di 10.000 shekel (circa 3.220 dollari) per camion imposta da Hamas e contro l’obbligo di vendere il 30% in contanti. «Eravamo pronti a coordinare l’ingresso dei loro camion come sempre», ha detto il vice portavoce dell’organismo.L’ufficio stampa del governo di Gaza ha parlato di «palese campagna di disinformazione»: il contributo, sostiene, è volontario e finanzia un fondo per vedove e orfani, e i contanti erano incoraggiati per la penuria di liquidità, non imposti. Gli importatori negano di avere fermato loro le spedizioni e indicano le restrizioni israeliane. Con i camion privati fermi e le razioni dimezzate, nello stesso mese si restringono a Gaza i due canali che dalla tregua avevano tenuto in piedi i mercati.Gli aiuti portano farina e beni di base; dai commercianti arrivano i deperibili, frutta e carne, e i vestiti per l’inverno. «Il settore umanitario da solo non può soddisfare i bisogni di tutti. I mercati devono funzionare», ha detto la portavoce del Consiglio norvegese per i rifugiati, Shaina Low. «Questa era un’ancora di salvezza», ha detto Hughes dei programmi dell’agenzia, «ora, invece di sostenerla e ampliarla, dobbiamo ridurla».