Nel difficile compito di seguire da vicino l’attuale situazione in Yemen, molti si chiedono perché questo conflitto sia riesploso proprio ora, dopo quasi quattro anni di cessate il fuoco tra gli Houthi e le forze governative. La risposta risiede nel fatto che questa nuova fase di scontri rappresenta una reazione alla grave violazione del cessate il fuoco compiuta dagli Houthi il mese scorso, a settembre, quando hanno assunto il controllo di ampie aree della costa occidentale, dello Stretto di Bab al-Mandab, un’arteria vitale per il traffico marittimo internazionale, delle isole situate al centro dello stretto e della città di Mocha, con il suo porto, nel sud-ovest del Paese.Queste conquiste si sono aggiunte al precedente controllo, da parte degli Houthi, della città di Hodeidah e del suo porto. Sebbene controllino circa il 30% del territorio nazionale, le aree sotto il loro dominio risultano densamente popolate e di enorme importanza strategica, grazie alla presenza dei porti di Hodeidah e Mocha e al controllo dello Stretto di Bab al-Mandab.Da quando gli Houthi hanno preso il controllo della capitale, nel settembre 2014, il loro colpo di Stato de facto non ha ottenuto alcun riconoscimento né a livello regionale né internazionale. È opportuno ricordare che il loro ingresso a Sana’a ha compromesso ogni tentativo di risoluzione pacifica e consensuale della crisi yemenita avviato nel 2011. In quell’anno, infatti, l’iniziativa del Consiglio di Cooperazione del Golfo aveva portato alla nomina di Abd Rabbuh Mansur Hadi come presidente ad interim, ma questo processo venne successivamente interrotto.Sebbene il movimento Ansar Allah fosse inizialmente estraneo alle proteste popolari che chiedevano cambiamenti e riforme, riuscì progressivamente a imporsi sulle altre forze politiche e sociali del Paese, ponendosi come erede politico dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh. In breve tempo prese il controllo delle principali risorse dello Stato yemenita e consolidò i propri rapporti con l’Iran e i suoi alleati regionali.Nel frattempo, il governo riconosciuto a livello internazionale si trasferì ad Aden, nel sud del Paese, ricevendo il sostegno dell’Arabia Saudita, nazione storicamente legata allo Yemen e profondamente coinvolta nelle sue dinamiche politiche e sociali.Questo breve richiamo agli eventi recenti è essenziale per comprendere le circostanze che hanno portato all’ascesa degli Houthi, il loro ruolo di alleati regionali dell’Iran e le persistenti minacce rivolte sia ad Aden sia all’Arabia Saudita. Anche la città santa della Mecca è stata più volte indicata come bersaglio di attacchi, in particolare nel 2017 e nuovamente quest’anno, tentativi che, secondo Riad, sarebbero stati sventati con successo.Chi interpreta lo scontro tra le forze governative yemenite, sostenute dall’Arabia Saudita e dalla Coalizione araba, e le forze Houthi, appoggiate dall’Iran, come una guerra per procura tra Teheran e Riad coglie certamente una parte significativa della realtà, nonostante il ripristino delle relazioni diplomatiche tra Arabia Saudita e Iran nel marzo 2023, avvenuto grazie alla mediazione della Cina.Appare dunque singolare che Teheran si sia recentemente proposta come mediatrice tra Riad e gli Houthi. In realtà, la mediazione necessaria dovrebbe riguardare il confronto diretto tra i leader del movimento Houthi e il governo legittimo yemenita. Un percorso che Arabia Saudita e Oman hanno già tentato di promuovere senza ottenere risultati concreti.Molti osservatori ritengono che la recente offensiva degli Houthi sia strettamente collegata alle tensioni tra Iran e Stati Uniti. In questo contesto, Teheran avrebbe intensificato la pressione sulla regione attraverso una serie di azioni che hanno coinvolto l’Arabia Saudita, altri Stati del Golfo e la Giordania. Non sorprende quindi che gli Houthi puntino al consolidamento del loro controllo sullo Stretto di Bab al-Mandab, un obiettivo che potrebbe rafforzare la posizione strategica dell’Iran nei confronti di Washington, pur mettendo a rischio la sicurezza e gli interessi degli Stati della regione.Tuttavia, questa nuova fase dell’escalation yemenita sembra essere collegata anche all’annuncio dell’Accordo della Mecca, l’alleanza tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, resa pubblica il 7 agosto. L’Iran ha espresso profonde riserve nei confronti di questa iniziativa, con alcuni esponenti politici che hanno sostenuto come essa «non porterà sicurezza al Regno».Altri funzionari iraniani hanno assunto toni più prudenti, sottolineando l’importanza dell’autosufficienza regionale e della cooperazione tra i Paesi dell’area. Dichiarazioni che, tuttavia, sembrano ignorare il fatto che Turchia e Pakistan fanno parte integrante del contesto regionale e condividono con l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo importanti legami storici, culturali e religiosi.Non è quindi eccessivo ipotizzare che l’offensiva degli Houthi e i ripetuti atti di pressione attribuiti all’Iran possano rappresentare una sorta di test per la nascente Alleanza della Mecca, volto a verificarne la capacità di garantire la sicurezza dell’Arabia Saudita di fronte a possibili minacce future.Va inoltre ricordato che i tre membri dell’alleanza hanno definito solo recentemente i meccanismi di cooperazione reciproca. Nonostante ciò, il nuovo organismo ha già annunciato la disponibilità di risorse e capacità militari a sostegno di Riad. In parallelo, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha ribadito che l’Alleanza della Mecca possiede una natura essenzialmente difensiva.L’adesione formale della Turchia è ancora in attesa della ratifica parlamentare ad Ankara, un passaggio che appare comunque ampiamente previsto. La natura difensiva dell’alleanza non ne riduce tuttavia l’importanza, poiché essa mira a garantire la protezione dei Paesi membri e la difesa collettiva in caso di aggressione.Considerata la recente costituzione dell’organismo, è probabilmente prematuro attendersi risultati immediati e tangibili. Ciò nonostante, alcuni effetti della cooperazione in materia di sicurezza e difesa sembrano già emergere sul terreno, pur non essendo ancora pienamente visibili. Questa è, del resto, la natura delle alleanze difensive: i loro risultati spesso maturano gradualmente e diventano evidenti soprattutto nel lungo periodo.