In Nigeria, uomini che fino a pochi anni fa combattevano nelle file di Boko Haram oggi affiancano l’esercito nelle operazioni contro l’insurrezione jihadista. Conoscono i nascondigli, le rotte dei rifornimenti e le tecniche di imboscata dei loro ex compagni. Una collaborazione che offre vantaggi militari immediati, ma apre una questione politica: come ricostruire la fiducia nelle istituzioni quando gli ex combattenti ricevono assistenza e compensi mentre molte delle loro vittime continuano a vivere nella povertà e nell’insicurezza?È il dilemma raccontato dall’inchiesta del giornalista Ahmad Salkida, pubblicata da HumAngle e ripresa da Internazionale, che descrive il ruolo assunto dai disertori di Boko Haram nelle operazioni delle forze armate nigeriane.Emblematica è la vicenda di Abubakar Umar, conosciuto dai militari con il soprannome di Small. Ex comandante locale dell’organizzazione jihadista, aveva messo a disposizione dell’esercito la propria conoscenza del territorio, contribuendo a individuare percorsi pericolosi e a prevenire imboscate. Secondo le testimonianze raccolte, morì durante una ricognizione nel 2023. I soldati che avevano combattuto al suo fianco lo ricordano come un compagno caduto.La sua storia mostra il valore operativo di questi uomini, ma anche la complessità del loro reinserimento. Essere diventati utili allo Stato non cancella automaticamente le responsabilità per le violenze commesse in precedenza.Nella guerra irregolare, la conoscenza del territorio può risultare importante quanto la superiorità tecnologica. Droni e sistemi di sorveglianza individuano movimenti e posizioni, ma non sempre permettono di comprendere le relazioni tra gruppi armati, comunità locali e reti di rifornimento.Gli ex miliziani possono colmare questa lacuna, indicando depositi, vie di fuga e luoghi utilizzati per preparare gli attacchi. Il loro contributo può ridurre le perdite militari e migliorare l’efficacia delle operazioni.La collaborazione presenta tuttavia rischi significativi. Un informatore potrebbe fornire notizie incomplete, proteggere vecchi alleati oppure utilizzare l’esercito per colpire rivali personali. Per questo le informazioni devono essere verificate attraverso fonti indipendenti e procedure di controllo.Esiste inoltre il rischio che le forze armate diventino eccessivamente dipendenti dalle competenze degli ex insorti. Se la conoscenza del territorio rimane concentrata in pochi intermediari, la loro morte o defezione può compromettere parte della capacità operativa acquisita.L’obiettivo dovrebbe essere trasferire queste conoscenze alle istituzioni, definendo con precisione responsabilità, funzioni e condizioni della collaborazione.L’inchiesta descrive invece situazioni nelle quali gli ex combattenti vengono impiegati nelle operazioni senza uno status pienamente definito, con compensi irregolari e prospettive incerte. Non sono completamente integrati nell’esercito, ma neppure reinseriti stabilmente nella vita civile.Questa ambiguità può facilitare le operazioni nell’immediato, ma complica la gestione delle responsabilità e la protezione delle famiglie.Il problema si inserisce in un conflitto che ha progressivamente modificato la propria geografia. La frammentazione di Boko Haram e l’affermazione dello Stato islamico nella provincia dell’Africa occidentale hanno favorito defezioni, rivalità e spostamenti di combattenti.Secondo il reportage, alcuni ex miliziani si sono trasferiti nelle regioni nordoccidentali e centrali della Nigeria, mettendo le proprie competenze al servizio di bande criminali impegnate in sequestri, estorsioni e altre attività illegali.La pressione militare può quindi indebolire un’organizzazione in una determinata area senza eliminare le capacità operative dei suoi membri. Uomini addestrati all’impiego di esplosivi, alle imboscate e alla gestione delle armi possono trovare nuovi committenti.È una trasformazione che collega l’insurrezione jihadista all’economia criminale.Sequestri di persona, furti di bestiame, estorsioni e sfruttamento illegale delle risorse offrono possibilità di finanziamento a gruppi differenti, anche quando non condividono gli stessi obiettivi ideologici.In questo contesto, la competenza militare diventa una risorsa economica. Abbandonare un’organizzazione estremista non significa necessariamente rinunciare alla violenza, soprattutto quando mancano alternative di lavoro e reddito.La stabilizzazione richiede quindi programmi di reinserimento capaci di offrire formazione professionale, occupazione e condizioni di sicurezza. Un’indennità temporanea può incentivare una defezione, ma difficilmente garantisce da sola un cambiamento duraturo.La dimensione regionale rende il problema ancora più complesso. Il bacino del lago Ciad collega Nigeria, Niger, Ciad e Camerun attraverso percorsi commerciali e relazioni sociali che attraversano i confini nazionali.Le organizzazioni armate possono sfruttare le differenze tra i sistemi di sorveglianza e le capacità operative dei singoli Stati per spostare uomini, armi e rifornimenti.La cooperazione militare e lo scambio di informazioni tra i governi della regione rimangono quindi necessari per impedire che la pressione esercitata in un territorio provochi semplicemente il trasferimento della minaccia altrove.Il nodo politicamente più delicato riguarda però il trattamento delle vittime.L’inchiesta raccoglie testimonianze di sopravvissuti che osservano come alcuni ex miliziani possano ricevere alloggi, alimenti, formazione e compensi, mentre numerose famiglie sfollate continuano a vivere senza un’assistenza sufficiente.Dal punto di vista militare, offrire incentivi ai disertori può indebolire i gruppi jihadisti e contribuire a salvare vite. Per le comunità colpite, tuttavia, questi benefici possono apparire come una ricompensa concessa a chi ha partecipato alle violenze.È una contraddizione che rischia di compromettere la fiducia nello Stato.Il reinserimento degli ex combattenti dovrebbe procedere insieme alla ricostruzione delle abitazioni, al sostegno economico degli sfollati, alla riapertura delle scuole e all’accesso alle cure.Occorre inoltre distinguere le responsabilità individuali. Chi è stato reclutato da bambino o costretto a unirsi ai gruppi armati non può essere trattato automaticamente come chi ha organizzato massacri o ordinato attacchi contro i civili.La collaborazione con l’esercito può essere considerata nel percorso di reintegrazione, ma non dovrebbe equivalere a un’assoluzione automatica per eventuali crimini.La guerra ha lasciato conseguenze che vanno oltre le perdite materiali. Paura, traumi e sfiducia continuano a condizionare la vita delle comunità, limitando l’accesso ai campi agricoli, la frequenza scolastica e la ripresa delle attività economiche.Senza sicurezza quotidiana, assistenza psicologica e servizi pubblici funzionanti, anche la riconquista militare di un territorio rischia di non tradursi in una stabilizzazione duratura.L’esercito nigeriano ha ragioni operative per utilizzare le conoscenze degli ex combattenti. Il governo deve però evitare che questa necessità produca nuove disuguaglianze e alimenti il risentimento delle popolazioni colpite.Il successo militare può essere misurato attraverso le imboscate evitate, i depositi individuati e le unità jihadiste indebolite. La pace richiede risultati differenti: giustizia per le vittime, possibilità di lavoro per chi abbandona le armi e istituzioni capaci di garantire sicurezza senza dipendere permanentemente dagli ex insorti.Finché combattere continuerà a offrire maggiori opportunità economiche rispetto alla vita civile, la Nigeria rischierà di vedere i propri successi militari seguiti dalla nascita di nuove forme di violenza.