L’inverno alle porte rischia di essere il più duro dall’inizio dell’invasione. Da qui parte Jana Kobzova, senior policy fellow dell’European Council on Foreign Relations, per indicare ciò che i leader europei dovrebbero portare a casa dal Consiglio europeo di giovedì e venerdì a Bruxelles. Il quadro è noto, ma non per questo meno pesante. I raid russi continuano a colpire la rete energetica e l’economia ucraina, le difese aeree scarseggiano e su tutto pesa l’incognita dei contatti tra l’amministrazione Trump e Mosca.In questo scenario, scrive Kobzova, l’Europa resta “il partner più forte e indispensabile” di Kyiv. Ha già finanziato i preparativi per l’inverno e, se il governo ucraino approverà questa settimana le riforme concordate, coprirà anche le necessità finanziarie più urgenti di fine anno. Il condizionale non è casuale. La bozza delle conclusioni del vertice insiste proprio sulle riforme, da cui dipendono i miliardi di aiuti previsti per il 2026. I leader avranno anche un confronto con il presidente Volodymyr Zelensky.Sui missili balistici l’analista non si fa illusioni: una soluzione rapida, ammette, non esiste. Si può però lavorare su un fronte più alla portata, quello dei droni a reazione lanciati da Mosca. Per intercettarli servono sistemi a corto e medio raggio, che gli europei possono fornire, insieme a nuovi investimenti nell’industria della difesa ucraina. È anche una questione di conti: un Patriot usato contro un drone è un intercettore in meno quando arriva un Iskander.Poi c’è il Mar Nero, che per la ricercatrice dovrebbe stare in cima all’agenda. Da lì passa gran parte dell’export ucraino e, con le rotte chiuse, nel 2026 Kyiv rischia di perdere la capacità di finanziarsi da sola. Un blocco prolungato, avverte, finirebbe per trascinare con sé anche altri settori dell’economia.Il problema non resta confinato alla regione. Se il grano ucraino non parte e la Russia non riesce a spedire fertilizzanti e cereali, a pagare il prezzo sono i mercati alimentari globali. Sono già sotto pressione per la chiusura di Hormuz e per l’arrivo di un super El Niño. Qui, sostiene l’esperta, l’Europa può giocare una carta diplomatica: costruire con i Paesi del Sud globale qualcosa di simile all’accordo che nel 2022, con la mediazione di Ankara e dell’Onu, riaprì il corridoio del grano.Resta la partita politica, forse la più delicata, ora che torna lo spettro di un’intesa tra Washington e Mosca sopra la testa di ucraini ed europei. In questo clima, scrive Kobzova, l’Europa “può e deve tenere accese le luci per l’Ucraina”. Un passo in questa direzione è arrivato con l’apertura dei cluster negoziali 2 e 3. Erano bloccati dal veto di Budapest, ritirato dopo le modifiche alla legge ucraina sull’istruzione nelle lingue minoritarie. Il presidente del Consiglio europeo António Costa vorrebbe aprire anche gli altri cluster entro dicembre. Per gli ucraini, osserva la senior fellow dell’Ecfr, è la conferma che il loro futuro è nell’Unione europea, per quanto buio sia il momento.