Dom, 18 Ott 2026L’ex capitano giallorosso apre a un possibile ritorno nel club, ma soltanto con un ruolo operativo nell’area tecnica. E racconta i sacrifici economici durante la gestione Sensi.DiRedazioneCondividi l'articoloFrancesco Totti (Foto: Simone Arveda/Getty Images)Francesco Totti non chiude le porte a un possibile ritorno alla Roma, ma pone una condizione precisa: avere un ruolo concreto nelle scelte del club e non essere utilizzato soltanto come figura di rappresentanza. È uno dei passaggi più significativi della lunga intervista rilasciata dall’ex capitano giallorosso al Corriere della Sera, nella quale ha ripercorso il rapporto con la società, le difficoltà vissute dopo il ritiro e le attività che oggi occupano le sue giornate.«La Roma è stata, è e sarà sempre tutto per me. È la mia seconda pelle, forse persino la prima. Quello che io ho vissuto con questa maglia non credo abbia paragoni. Tornare alla Roma? Mai dire mai», ha spiegato Totti, che ha anche raccontato di aver recentemente incrociato uno dei figli di Dan Friedkin in occasione di Roma-Real Madrid, senza però aver avuto alcun confronto sul proprio futuro.L’ex numero dieci ha chiarito soprattutto quali sarebbero le condizioni per prendere in considerazione un nuovo incarico, tornando sulle ragioni che lo portarono a lasciare la dirigenza durante la gestione di James Pallotta: «Ai tempi di Pallotta io ho lasciato tre anni e mezzo di contratto perché non volevo fare la bella statuina. Mi sembrava naturale che uno come me fosse coinvolto nell’area tecnica. Forse ne posso capire di più di gente che fa il commercialista, l’avvocato, il dottore. Se ognuno facesse il suo mestiere, sarebbe un bene per tutti».Totti ha spiegato di essersi sentito poco coinvolto nelle decisioni della società: «Quando ero nella Roma come dirigente mi chiamavano solo quando c’erano problemi, per mettere pezze. Io mi sentivo parte e volevo essere nel progetto, non un uomo immagine. E anche ora questo non voglio fare».Un discorso che riguarda anche le celebrazioni per il centenario della Roma, in programma nel 2027. «Mi hanno cercato per il centenario, ma sempre stretto in quel ruolo formale. Quell’amore non finisce. Ho il massimo rispetto per loro, non ho mai chiesto nulla e mai lo farò. Se hanno bisogno della mia conoscenza del calcio, sono qui», ha aggiunto, precisando che festeggerà comunque la ricorrenza insieme ai tifosi.Nel corso dell’intervista, l’ex capitano ha raccontato anche un episodio finora rimasto lontano dai riflettori, risalente agli anni della gestione della famiglia Sensi, quando la società attraversava un periodo di difficoltà economica. «C’è stato un anno tempestoso in cui i Sensi erano in grande difficoltà. Al presidente e a Rosella io volevo molto bene. Per molti mesi non ho preso lo stipendio per darlo ai dipendenti, alle persone che lavoravano per la Roma e che certo avevano meno possibilità rispetto a noi giocatori. Ho fatto tante cose così senza farle sapere».Totti ha poi ripercorso alcuni dei momenti più complicati della propria vita dopo l’addio al calcio nel 2017. A cominciare dal rischio di depressione seguito alla fine della carriera, passando per la morte del padre e per la grave malattia affrontata durante la pandemia. «Ho rischiato di morire. Morire di Covid, come mio padre. Stavano per ricoverarmi, avevo 87 di saturazione e una broncopolmonite fortissima. Ho passato 21 giorni con la febbre a trentanove e non respiravo», ha raccontato. L’ex calciatore ha spiegato di essere riuscito a superare la fase più critica anche grazie ai consigli ricevuti dal professor Alberto Zangrillo.Un altro passaggio riguarda l’ipotesi di un clamoroso ritorno in campo dopo il ritiro, possibilità che Totti ha ammesso di aver valutato concretamente. «Quando ho smesso mi hanno cercato due squadre, il Genoa e il Como. Sinceramente ci ho pensato. Cuore e testa dicevano due cose diverse. Ho seguito il cuore e ho detto di no. Ho avuto solo una maglia per tutta la vita e così doveva restare».Quanto alle attività professionali successive alla carriera da calciatore, Totti ha ricordato anche l’esperienza nel mondo della rappresentanza dei giocatori, rivelatasi più complicata del previsto. «Non pensavo che fosse un mondo così difficile. Un lavoro che comporta furbizie che non ho. Io sentivo il dovere di dire la verità a tutti, ragazzi e famiglie», ha spiegato, sottolineando di non aver voluto alimentare aspettative irrealistiche nei giovani calciatori. «Io lo facevo per il bene dei ragazzi, ne ho visti tanti spremuti come limoni e buttati via. Io non volevo illudere nessuno, quindi non era il mestiere per me».Oggi l’ex capitano è impegnato soprattutto in attività ed eventi legati al calcio e al padel, che lo portano a viaggiare frequentemente anche all’estero. «Nel lavoro, in questo momento, mi diverto. Gioco a calcio o a padel ovunque. Giro il mondo, conosco posti mai visti, ho più tempo per i miei affetti. Sto bene. In futuro non so».Developed by 3x1010