Usa-Iran, la guerra senza confini tra escalation militare, deterrenza e crisi dell’ordine regionale

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Due missili caduti nei pressi dell’aeroporto di Aden, nello Yemen, e la rivendicazione degli Houthi di aver colpito un centro di comando delle forze saudite riportano al centro della scena mediorientale una verità ormai difficile da eludere: la guerra tra Stati Uniti e Iran non può essere interpretata esclusivamente attraverso la geografia dei bombardamenti o il confronto diretto tra Washington e Teheran. Il conflitto si propaga attraverso alleanze, organizzazioni armate, infrastrutture strategiche e rotte commerciali, trasformando l’intero Medio Oriente in uno spazio di pressione militare reciproca. Gli episodi di Aden del 16 ottobre, successivi all’attacco contro il palazzo presidenziale della città, testimoniano la riaccensione del fronte yemenita e il rischio che la guerra regionale assuma una dimensione ancora più estesa. Secondo le autorità yemenite, i missili sono caduti a circa cinquecento metri da un aereo in procinto di decollare; gli Houthi hanno dichiarato di aver preso di mira una struttura militare saudita e un deposito di armi. La distanza tra queste due versioni non cancella il dato fondamentale: le infrastrutture civili sono nuovamente esposte a operazioni militari.L’importanza di Aden supera, tuttavia, la dimensione locale. Lo Yemen si colloca lungo uno dei corridoi marittimi più delicati del pianeta, in prossimità dello stretto di Bab el-Mandeb, attraverso il quale transitano traffici commerciali ed energetici di rilevanza internazionale. La ripresa delle ostilità tra gli Houthi, sostenuti politicamente e militarmente dall’Iran secondo le valutazioni delle autorità regionali, e le forze legate al governo yemenita sostenuto dall’Arabia Saudita dimostra come il conflitto possa estendersi senza che Washington e Teheran debbano necessariamente affrontarsi in ogni singolo teatro. Il sostegno iraniano agli Houthi, peraltro, non autorizza a considerare automaticamente ogni loro decisione come un ordine impartito da Teheran: le dinamiche locali, gli interessi autonomi del movimento e la rivalità con Riad conservano una propria rilevanza. È precisamente questa combinazione di influenza esterna e autonomia degli attori regionali a rendere il conflitto difficile da contenere.La guerra diretta tra Stati Uniti e Iran, iniziata il 28 febbraio con gli attacchi congiunti statunitensi e israeliani, ha attraversato fasi di combattimento, tentativi negoziali e fragili interruzioni delle ostilità. La tregua concordata in aprile non ha prodotto un accordo politico duraturo. A ottobre, il negoziato resta bloccato su questioni essenziali, mentre le minacce di riprendere gli attacchi mantengono aperta la prospettiva di una nuova escalation. Teheran ha giudicato insufficiente la risposta americana alla propria proposta diplomatica e ha avvertito che un’intensificazione delle operazioni potrebbe provocare ritorsioni contro infrastrutture regionali, comprese quelle digitali. Il confronto, pertanto, non riguarda più soltanto la capacità di colpire obiettivi militari: investe la possibilità di garantire la sicurezza delle vie marittime, la continuità degli approvvigionamenti energetici e la stabilità economica internazionale.In questo quadro si inserisce la persistente controversia sul programma nucleare iraniano. Teheran continua a respingere l’accusa di perseguire finalità militari e presenta le proprie attività atomiche come compatibili con il diritto all’utilizzo civile dell’energia nucleare. Washington, al contrario, considera l’impedimento di una futura capacità nucleare militare iraniana un obiettivo centrale della guerra. Le due posizioni non possono essere risolte mediante dichiarazioni politiche contrapposte: richiedono verifiche indipendenti, accesso agli impianti, controllo delle scorte di materiale fissile e un sistema credibile di garanzie internazionali.La distinzione è essenziale. Negare l’intenzione di costruire un’arma nucleare non equivale, da solo, a dimostrare che ogni attività sia trasparente; allo stesso modo, l’esistenza di dubbi sulla natura di un programma non costituisce automaticamente la prova di una decisione di fabbricare una bomba. La credibilità di entrambe le parti dipende dalla possibilità di sottoporre le rispettive affermazioni a riscontri verificabili. Un accordo che imponesse controlli efficaci e limiti concordati potrebbe affrontare il problema della proliferazione con strumenti meno distruttivi della guerra. Al contrario, bombardare gli impianti senza costruire un sistema di monitoraggio successivo rischierebbe di disperdere informazioni, aggravare l’opacità e rafforzare, all’interno dell’Iran, le posizioni favorevoli a una deterrenza nucleare autonoma.È in questo passaggio che assume particolare rilievo la minaccia americana di impiegare la GBU-43/B, conosciuta come “Mother of All Bombs”, la «madre di tutte le bombe». Secondo un’inchiesta della CNN ripresa da Reuters il 15 ottobre, le forze armate statunitensi avrebbero elaborato piani che contemplano l’utilizzo di quest’arma contro obiettivi iraniani, potenzialmente anche in relazione alle infrastrutture nucleari e militari. Reuters ha precisato di non aver verificato autonomamente la notizia. Il presidente Donald Trump ha successivamente escluso il ricorso alle armi nucleari, ma non ha escluso esplicitamente l’impiego della GBU-43/B. La distinzione è fondamentale: si tratta di una munizione convenzionale, non atomica, e la predisposizione di un piano operativo non equivale a un ordine di esecuzione.La GBU-43/B pesa circa 9,8 tonnellate ed è progettata per produrre un’enorme onda d’urto, con effetti devastanti sulle strutture e sulle forze esposte. La sua potenza, tuttavia, non deve essere confusa con la capacità di distruggere qualsiasi obiettivo sotterraneo. Contro installazioni nucleari protette da profonde formazioni rocciose, l’efficacia dipenderebbe dalla configurazione del sito, dalla profondità delle strutture e dalle caratteristiche geologiche. Proprio per questo, la prospettiva del suo impiego solleva una questione che trascende la spettacolarità dell’arma: quale risultato strategico potrebbe garantire? Una distruzione estesa in superficie potrebbe infliggere danni rilevanti, ma non assicurerebbe necessariamente l’eliminazione delle conoscenze scientifiche, delle capacità residue o della volontà politica di ricostruire il programma.L’eventuale impiego della MOAB potrebbe quindi produrre un paradosso. Washington cercherebbe di dimostrare una superiorità militare schiacciante, ma potrebbe contemporaneamente ridurre lo spazio negoziale, alimentare le ritorsioni iraniane e aumentare i rischi per gli alleati regionali e per la navigazione commerciale. Non sarebbe un’arma nucleare e non comporterebbe automaticamente un’escalation atomica; costituirebbe, nondimeno, un salto significativo nella pressione convenzionale. Il punto non è soltanto quanto sia potente una bomba, ma se il suo impiego contribuisca a conseguire un obiettivo politico sostenibile. La superiorità nella capacità di distruzione non coincide necessariamente con la capacità di determinare l’ordine successivo al conflitto.Le contraddizioni della crisi emergono anche in Cisgiordania. L’aggressione contro la fotoreporter statunitense Heidi Levine, del Washington Post, ferita gravemente mentre documentava le violenze durante la raccolta delle olive nei pressi di Abu Falah, ha provocato proteste e richieste di indagini. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha condannato la violenza dei coloni, ma ha contemporaneamente affermato che i fatti non sarebbero ancora del tutto chiari, nonostante le immagini dell’aggressione e la testimonianza della giornalista. Le autorità israeliane hanno annunciato accertamenti; il governo statunitense ha chiesto che i responsabili siano identificati e perseguiti.Questo episodio non costituisce un fronte militare diretto della guerra tra Stati Uniti e Iran, ma illumina una contraddizione più ampia della politica mediorientale: la difficoltà di conciliare le alleanze strategiche con la richiesta di responsabilità e rispetto del diritto. La stabilità regionale non dipende esclusivamente dalla deterrenza tra Stati, ma anche dalla protezione dei civili, dalla libertà di informazione e dalla capacità delle istituzioni di impedire che la violenza rimanga impunita. Quando questi principi vengono applicati selettivamente, la credibilità delle iniziative diplomatiche si indebolisce.La questione decisiva, dunque, non è stabilire quale attore possa infliggere il colpo più devastante, bensì quale configurazione politica possa impedire che ogni attacco generi una nuova rappresaglia. Gli Stati Uniti dispongono di una superiorità militare convenzionale considerevole; l’Iran conserva strumenti di risposta asimmetrica, capacità missilistiche e relazioni con attori regionali che possono aumentare il costo di una campagna prolungata. Nessuna di queste capacità garantisce, da sola, una vittoria politica. Nel frattempo, i costi ricadono sulle popolazioni civili, sulle economie della regione e sui mercati globali.La guerra entra così in una fase in cui la pressione militare e la diplomazia procedono simultaneamente, senza che l’una abbia ancora prodotto una soluzione stabile attraverso l’altra. La GBU-43/B rappresenta il simbolo più evidente di questa ambivalenza: può essere presentata come strumento di coercizione, ma il suo eventuale impiego non risolverebbe automaticamente il problema nucleare né le rivalità che alimentano il conflitto. Gli attacchi nello Yemen, lo stallo negoziale e le tensioni in Cisgiordania mostrano, da prospettive diverse, la stessa fragilità: la forza può modificare temporaneamente i rapporti sul terreno, ma non sostituisce un accordo capace di regolare gli interessi contrapposti.La prospettiva di una pace credibile richiede pertanto un’intesa verificabile sul dossier nucleare, garanzie per la sicurezza marittima, meccanismi di contenimento delle ritorsioni e un quadro regionale nel quale anche gli attori indirettamente coinvolti abbiano incentivi alla de-escalation. Senza questi elementi, ogni tregua rischia di essere soltanto l’intervallo tra due campagne militari. E ogni nuova arma, per quanto potente, rischia di rendere più evidente la distanza tra la capacità di vincere uno scontro e quella, assai più complessa, di costruire la pace.