Washington chiede a Israele l’arresto dei coloni che hanno picchiato la fotografa americana: dopo 2 giorni nessun fermo

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RAMALLAH — Chi ha preso a calci per dieci minuti una fotografa di 64 anni con casco e giubbotto «PRESS», e perché nessuno è ancora in cella? Due giorni dopo l’aggressione a Heidi Levine, freelance americana del Washington Post, la polizia israeliana non ha fermato alcun sospetto, riferisce stamattina il quotidiano israeliano ynet. La domanda è arrivata fino al Dipartimento di Stato, che attende entro oggi le risposte dell’ambasciata Usa a Gerusalemme.Venerdì mattina, in un uliveto terrazzato di Abu Falah, villaggio palestinese a nord-est di Ramallah, un’ottantina di coloni, molti mascherati, sono scesi da una collina con pietre, fionde e bottiglie. Hanno picchiato contadini, attivisti e la fotografa, gettata a terra, presa a calci e derubata di macchine, telefono e passaporto. La figlia ha detto all’Associated Press che la madre ha un dito tagliato fino all’osso, una costola rotta e più vertebre fratturate; sabato è stata operata alla mano in un ospedale vicino a Tel Aviv. «Senza i palestinesi che allontanavano i coloni probabilmente sarei morta», ha detto Levine.Chi ha cominciato? È la domanda dell’ufficio del premier Benjamin Netanyahu, per il quale i fatti «restano poco chiari»: «circa 200 arabi e attivisti di estrema sinistra» avrebbero affrontato «circa 40 giovani israeliani», con fuochi d’artificio sparati contro gli ebrei, e un filmato mostrerebbe Levine «buttata a terra e subito rimessa in piedi dallo stesso individuo». Il comunicato non indica da dove vengano quei numeri. Levine ha definito quella versione «una menzogna totale e il più grande insulto». Il direttore del Post Matt Murray: «La nostra fotografa era chiaramente identificata come stampa. È stata chiaramente picchiata».Fin dove si spinge Washington? L’ambasciatore Mike Huckabee, ex governatore dell’Arkansas, ha scritto su X che chi ha aggredito «una reporter disarmata dovrebbe passare anni in prigione» e ha parlato di «codardi mascherati». Il segretario di Stato Marco Rubio, prima di partire per l’Uzbekistan, si è detto «molto turbato da quelle immagini»: l’amministrazione dirà agli israeliani che cosa si aspetta «per evitare che accada di nuovo». «Israele non ne ha bisogno ora», ha aggiunto.Il sindaco francese a TaybehÈ un caso isolato? Sabato a Taybeh, ultimo villaggio interamente cristiano della Cisgiordania, sette uomini mascherati con bastoni e spranghe hanno assalito una delegazione di diplomatici francesi, belgi e polacchi. Hanno preso a calci Bernard Baudoux, sindaco di Aulnoye-Aymeries, cittadina del nord della Francia gemellata con Taybeh, e dopo averlo picchiato hanno gridato «Viva la France». L’ufficio di Netanyahu ha obiettato che la delegazione era entrata in un’area sensibile senza coordinarsi con l’esercito; i delegati hanno risposto che Taybeh è in Area B, dove le visite non richiedono permessi.E perché nessun fermo? La polizia accusa le missioni europee di non collaborare: gli investigatori chiedono testimonianze, video, accesso ai veicoli e rilievi forensi e si sono rivolti al ministero degli Esteri israeliano per ottenerli. Il comandante del distretto Cisgiordania segue di persona le due inchieste, affidate all’unità investigativa centrale e allo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha chiesto arresti; il collega belga Maxime Prévot ha detto che «l’impunità per i coloni violenti deve finire».Dal 27 settembre, inizio della raccolta delle olive, l’organizzazione israeliana Yesh Din ha contato almeno 170 attacchi di coloni contro palestinesi. Il 6 ottobre, vicino a Nablus, coloni armati avevano picchiato con il calcio dei fucili un fotografo palestinese dell’Agence France-Presse, ricoverato con ferite alla testa. L’associazione della stampa estera ha chiesto all’esercito di «smettere di accampare scuse».Il presidente israeliano Isaac Herzog ha telefonato a Levine e si è scusato per «un fenomeno oltraggioso e scioccante»; una lettera di scuse le è arrivata anche da centinaia di ex alti ufficiali della sicurezza. Il figlio ha ricordato i mesi passati dalla madre a seguire la guerra con l’Iran: «Ed ecco come trattano mia madre, come una traditrice». Il Belgio continuerà a chiedere sanzioni Ue contro i coloni violenti e chi li sostiene; a Washington, il Dipartimento di Stato aspetta entro oggi le risposte da Gerusalemme.