EDMONTON — «Comunque vada lunedì, abbiamo già vinto», ha detto sabato Keith Wilson, co-presidente del gruppo indipendentista Let Alberta Decide, ai sostenitori radunati davanti al Parlamento dell’Alberta, arrivati con dieci pullman noleggiati e tenuti ad aspettare un’ora per il vento forte. Lo stesso pomeriggio, a Calgary, i sindacati hanno sfilato per il Canada. Lunedì 19 ottobre i circa 5 milioni di abitanti della provincia più petrolifera del Paese vanno alle urne; centinaia di migliaia hanno già votato per posta o in anticipo.Non è un voto sull’indipendenza. Il quesito chiede se l’Alberta debba restare una provincia del Canada oppure se il governo provinciale debba avviare la procedura prevista dalla Costituzione per un referendum vincolante sulla separazione. La consultazione non vincola nessuno ed è la prima di dieci domande sulla scheda, le altre su immigrazione e poteri provinciali. L’ultimo sondaggio dell’istituto Angus Reid dà il 66% per restare e il 34% per aprire la procedura; tra questi ultimi, sei su dieci dicono di voler solo «mandare un messaggio a Ottawa». I risultati non ufficiali sono attesi entro 48 ore.A indire il referendum è stata Danielle Smith, premier conservatrice dell’Alberta, che pure è contraria alla separazione e mercoledì ha votato per il Canada: «Il Canada può ancora funzionare, dobbiamo solo cambiare alcune cose». Ha promesso che, se il quesito fallisce, non ci saranno altri referendum «finché sarò premier». Il bersaglio resta il governo federale, accusato di «cercare attivamente di uccidere la nostra industria principale».Mark Carney, primo ministro liberale cresciuto a Edmonton, ha passato due giorni in Alberta. A Calgary ha detto che il referendum «arriva nel momento peggiore possibile» e che «qualcuno fuori dai nostri confini lavora per spezzarci, per poterci possedere»: «Questo non è poker. Un voto contro il Canada è un bluff pericoloso». Venerdì è comparso accanto a Smith a Red Deer, e anche Pierre Poilievre, leader dei conservatori federali, ha chiesto agli albertani di restare.Jeff Rath, leader del movimento indipendentista, ha ammesso all’Associated Press che Carney è «un avversario formidabile» e che sarebbe «entusiasta» di superare il 30%. Ha confermato tre incontri con funzionari del Dipartimento di Stato americano, ai quali ha consegnato un documento su ciò che un’Alberta indipendente potrebbe offrire agli Stati Uniti, compreso un oleodotto verso il Pacifico attraverso territorio americano. Washington ha risposto che «il Dipartimento incontra regolarmente un’ampia gamma di rappresentanti» e che «il voto è una decisione del popolo dell’Alberta»; il segretario al Tesoro Scott Bessent ha definito la provincia «un partner naturale». Un’inchiesta del Globe and Mail, il maggiore quotidiano canadese, ha raccontato incontri tra operativi repubblicani e organizzatori secessionisti, con offerte su acqua e royalties petrolifere; i leader separatisti contestano la ricostruzione. Wilson lo dice apertamente: il voto è «leva», «si chiama negoziato». La partita, più che sul confine, si gioca sul prezzo che Ottawa pagherà per tenersi l’Alberta e il suo greggio, di cui il 90% finisce oggi negli Stati Uniti.Il convoglio del 2022Smith aveva annunciato nove quesiti il 19 febbraio; il decimo, sull’indipendenza, lo ha aggiunto il 21 maggio sotto la pressione dell’ala separatista del suo partito. Quell’ala viene da lontano. Rath lo riconosce: «Il Covid è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso», le regole federali sui vaccini il punto di rottura, e «molti si sono radicalizzati con il convoglio». Wilson fu il legale del «Freedom Convoy», la protesta dei camionisti che paralizzò Ottawa nel 2022.Jason Kenney, ex premier dell’Alberta e fondatore del partito che oggi guida Smith, ricorda che i partiti separatisti raccoglievano storicamente l’1-2%. Dopo il convoglio «avevano bisogno di una nuova causa, e si è trasformata naturalmente in separatismo»: «è la stessa gente», ispirata dal movimento di Trump e capace di «infiltrare con qualche successo» i conservatori. I colloqui con il governo americano li definisce «da pazzi»: persone «senza alcun mandato democratico» che discutono «lo status di uno Stato separato che non esiste». Anche un 20% sarebbe un risultato senza precedenti, e verso il 30% «saranno ancora più baldanzosi»: «non è una minaccia per il Canada, ma lo è per il movimento conservatore».Sullo sfondo c’è la guerra commerciale di Trump e la sua battuta ricorrente sul Canada «51esimo Stato», che Carney usa per chiedere unità. Il Paese ha già una ferita aperta dall’altra parte: in Quebec il Parti Québécois è tornato al governo il 5 ottobre, con il sostegno all’indipendenza intorno al 30%, e il suo leader ha detto che non terrà alcun referendum finché Trump è presidente. I quebecchesi hanno respinto la secessione due volte, l’ultima nel 1995, per poche decine di migliaia di voti.