Ucraina, è ora che l’Europa offra una via d’uscita a Zelensky e si sieda lei al tavolo della pace con la Russia

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Il Papa prende posizione per una tregua e tratta direttamente con Putin. Trump fa affari – non ha mai smesso di farli – con Mosca. Il patto di Ferragosto 2025 in Alaska, dai particolari segreti, mai rivelati, evidentemente regge eccome. Anzi, proprio ora comincia ad essere davvero sotto gli occhi di tutti. Dimostrando anzitutto di essere fondato su quella che, nella lingua di Cicerone (ma anche della Chiesa) veniva chiamata conventio ad excludendum in cui gli esclusi sono volutamente e fondamentalmente due: il presidente ucraino Volodymyr Zelensky – dal mandato ampiamente scaduto ma “bloccato” proprio dalle bombe russe che continuano a colpire ormai da oltre quattro anni e mezzo – e l’Unione Europea, confinante geograficamente con l’ex avamposto sovietico oggi sotto attacco.Un’Europa che – questo non per colpa di Trump né di Putin ma a loro inatteso vantaggio – resta il nano politico per eccellenza, autocondannatasi nel ruolo di chi affianca (giustamente) un’idea di Resistenza ucraina, trovandosi però, di fatto, solo a “reggere il moccolo” a un presidente sulla cui leadership effettiva nel suo Paese (al di là delle pur drammatiche contingenze belliche) sarebbe opportuno cominciare a porsi più di qualche domanda. La guerra russo-ucraina del resto, o “operazione speciale” che dir si voglia, come continua a chiamarla la narrativa ufficiale di Mosca con doti lessicali sempre più camaleontiche, è da tempo, strategicamente parlando, in un pantano. Putin d’altra parte, autocrate o dittatore che possa essere divenuto, è pur sempre lo stesso uomo che nel 2002 in Italia, a Pratica di Mare, strinse la mano a George W. Bush e , ci permettiamo di dire, si può ritenere non abbia mai davvero avuto in testa l’idea di arrivare conquistare Kiev.Si gioca (si fa per dire) nel fazzoletto di terra che è il confine nordorientale dell’Ucraina. Regione martoriata dai combattimenti non dal 2022 ma dal 2014, anni nei quali a vessare le popolazioni russofone era proprio l’esercito ucraino e alla guida dello Stato non c’era ancora l’ex comico divenuto poi presidente. Un uomo, Zelensky, ormai a sua volta incastrato nella sua stessa figura di “resistente” che con una certa arroganza, anche verso l’Ue, continua a chiedere sostegno economico e armi. Opzione a senso unico rispetto alla quale gli Usa (con Trump ma anche col tecnocrate che muove i satelliti, Musk) non intendono più soggiacere. Nel mezzo, geograficamente e strategicamente, ci siamo noi europei. Ovvero coloro i quali dovrebbero – dovremmo – a questo punto più di chiunque altro provare davvero a smuovere le acque per uscire dal tragico labirinto nel quale la nostra stessa debolezza e miopia politica, assieme all’ingestibile (ma non scriteriata) avventatezza trumpiana, ci hanno cacciato. Addirittura su due fronti differenti. Quello russo-ucraino a nord e quello iraniano a sud. Concetti per la cui traduzione pratica basterebbe interrogare, in queste ore, settimane e giorni critici, gli autotrasportatori che riforniscono Calabria, Puglia, Basilicata, Sicilia e Sardegna. Lavoratori fondamentali per il sistema Paese italiano, ridotti economicamente allo stremo dai ricatti energetici di due guerre che a questo punto necessitano in maniera ormai davvero indifferibile di una via d’uscita. Passaggio che richiede un rinnovato protagonismo proprio all’Unione Europea, sul fronte ucraino-russo e all’Onu su quello iraniano. Non è, infatti, pensabile che – ad oggi – sul fronte diplomatico a giocare le sue pur autorevoli carte sul tavolo della pace sia soltanto il Vaticano. Piccolo ma autorevolissimo Stato che, peraltro, nell’ultimo lustro ha pure cambiato guida spirituale, tenendo però lo stesso uomo del dialogo e della diplomazia, il cardinale Pietro Parolin, saldamente in sella al ministero degli esteri vaticano dal 2013. A garanzia, sulla politica internazionale, di una linea coerente nel governo della Chiesa che opera indefessamente e senza riserve per dar seguito alla sua pastorale cristiano-cattolica per la pace. Lo stesso, ora, dovrebbe fare l’Unione Europea. Più che mai in questo momento. Divenendo argine agli attacchi mirati contro le centrali energetiche che non solo creano danni, povertà e altri morti tra le popolazioni che, inerti e innocenti, subiscono da quasi cinque anni una guerra dall’anacronistica genesi novecentesca ma mettono a rischio l’intero sistema energetico occidentale. È per questo combinato disposto di ragioni che oggi, probabilmente, la soluzione dovrebbe trovarla proprio l’Europa. Per ritrovare una centralità che non sia solo quella di chi si trova schiacciato tra incudine e martello. Ed è per questo che, senza rimangiarci cinque anni di leale sostegno alle ragioni del popolo ucraino, oggi a quello stesso popolo amico l’Europa dovrebbe riuscire a trovare una via d’uscita. Anche non scontata. Soprattutto mettendosi essa stessa, l’Europa, al tavolo con la Russia come prima mediatrice dalla parte dell’Ucraina. Quello che oggi non riesce, non vuole o non può fare il presidente Zelensky. Al quale l’Europa dovrebbe offrire un salvacondotto, ovvero un luogo sicuro dove vivere da libero cittadino. Ne va del bene maggiore che è quello del popolo ucraino. Una via d’uscita dalla guerra e dall’impasse politica da percorrere contestualmente alla firma di trattati di pace che siano onorevoli e rispettosi della storia, dell’identità e della dignità del popolo ucraino in testa al quale oggi abbiamo posto le ragioni e i valori dell’Europa unita di oggi e di domani quando, a guerra finita, anche Kiev potrà entrare nella grande famiglia di popoli uniti dalle idee dei padri europeisti, concepite del resto, sulle macerie di un’altra guerra che hanno costruito le fondamenta di 80 anni di pace.