Iran, Trump esclude l’atomica: «Non ne abbiamo bisogno». Ma il Pentagono prepara la «madre di tutte le bombe»

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WASHINGTON — Donald Trump esclude la bomba atomica contro l’Iran. «Non userei il nucleare. Non ne abbiamo bisogno», ha detto il presidente americano in un’intervista a Newsmax registrata alla Casa Bianca e diffusa ieri sera. È la prima volta che lo dice in modo esplicito dall’inizio della guerra, a fine febbraio.Nella stessa risposta, però, Trump ha indicato l’arma che resta sul tavolo: la Moab, la «madre di tutte le bombe», la gigantesca bomba convenzionale americana. «Non è nucleare, è solo una bomba estremamente grande. È come una piccola bomba nucleare», ha detto. Al conduttore che insisteva, «nemmeno nucleare tattico?», ha risposto di no. Non ha detto se ne abbia autorizzato l’uso né contro quale obiettivo.Un sito lo ha nominato: Pickaxe Mountain, l’installazione nucleare sospetta scavata sotto la roccia. «Potremmo doverci andare. Ci proveremo, lo metteremo fuori uso in fretta». Ha escluso truppe di terra e ha ripetuto che «la guerra con l’Iran finirà molto presto», perché Teheran «sta negoziando con noi», con il petrolio destinato a «crollare come un sasso». La promessa sul prezzo della benzina, a 18 giorni dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, parla agli elettori americani almeno quanto a Teheran.L’intervista arriva a poche ore da una rivelazione della CNN, confermata da CBS News: il Pentagono ha pronti piani che prevedono la Moab contro infrastrutture energetiche e siti nucleari iraniani, se Trump ordinasse la ripresa dei raid. Gli stessi funzionari citati dall’emittente dubitano che funzioni contro i bunker interrati. La Casa Bianca non commenta «piani militari sensibili» e ribadisce che il presidente «mantiene tutte le opzioni».I numeri spiegano il dubbio. La Moab pesa quasi 10 tonnellate, di cui 8,5 di esplosivo, ed è lunga oltre 9 metri. Esplode a pochi metri dal suolo e devasta tutto nel raggio di un chilometro: è un’arma da superficie, diversa dalla bomba penetrante progettata per i bunker. La trasporta solo un cargo C-130, non i bombardieri invisibili ai radar. È stata usata una sola volta in combattimento, nell’aprile 2017, contro i tunnel dell’Isis in Afghanistan, durante la prima presidenza Trump.«Può produrre effetti devastanti su personale esposto, mezzi e strutture vulnerabili», ha detto ad Al Jazeera Elijah Magnier, analista militare con base a Bruxelles, che però la giudica poco efficace contro installazioni profonde e ricorda che i cieli iraniani sono ostili per un grande cargo.Due portaerei nel Mar ArabicoMentre il presidente parla di fine imminente, le forze si accumulano. Nel Mar Arabico incrociano due portaerei, la George Washington e la George H.W. Bush, e una terza, la Theodore Roosevelt, è in navigazione dal Pacifico insieme alla nave d’assalto Makin Island con oltre 2.000 Marine a bordo. Nei primi quattordici giorni di ottobre i voli delle aerocisterne sulla regione sono cresciuti di circa il 50 per cento rispetto a settembre. Fonti militari americane parlano, entro fine novembre, di tre portaerei e due gruppi anfibi attorno all’Iran e di oltre 20.000 marinai e Marine in più rispetto ai circa 50.000 militari già schierati.La guerra è all’ottavo mese e da settimane Washington non annuncia raid. Resta il blocco navale: il comando americano per il Medio Oriente dice di aver deviato le rotte di 130 navi commerciali, mentre l’Institute for the Study of War, centro studi di Washington, conta almeno 24 mercantili presi di mira dall’Iran vicino allo Stretto di Hormuz in due settimane, con barchini e vedette perché i radar sono danneggiati. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha offerto un piano in sette giorni, riapertura di Hormuz in cambio di una tregua; Trump lo ha respinto, Teheran dice che l’offerta è ancora valida.Sulla Moab Teheran non ha commentato. Il presidente Masoud Pezeshkian, citato ieri dall’agenzia Fars, vicina ai Pasdaran, ha detto che «bombe e missili non possono costringere una nazione ad arrendersi». Il vicecomandante dei Pasdaran ha parlato di forze pronte «alle operazioni più potenti»; il comandante dell’esercito ha promesso ritorsioni proporzionali su Israele e sugli alleati americani in caso di attacco alle infrastrutture.Le parole di ieri non sciolgono nessun nodo. Trump non ha detto se i raid riprenderanno né quando, e ha spiegato di non voler chiudere ora perché «entro un anno potremmo doverlo rifare». Le sanzioni e i fondi congelati, ha ripetuto l’ambasciatore all’Onu Mike Waltz, «non sono negoziabili». E all’Assemblea generale, a settembre, lo stesso Trump aveva detto che un accordo arriverà dopo il voto.