Ma quale “rabbia sociale”. Cari radical chic, i maranza vi stanno infinocchiando

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Gli scontri di piazza tra ottobre e novembre, li conosciamo bene. Cambiano più o meno le tematiche, ma da anni la musica è la stessa. L’opinione pubblica si divide, alcuni rispolverano il Pasolini di Valle Giulia altri citano la Bufala attribuita a Pertini del popolo che scaccia i governanti con mazze e pietre se non fa ciò che i cittadini chiedono.Occorrerebbe parlare però, della zona grigia in cui si muove una parte della politica, le cui condanne delle violenze appaiono spesso timide e ambigue. Si parla molto dei violenti, si sottolinea che sono una minoranza, ma raramente si affronta fino in fondo un problema altrettanto importante: la difficoltà, da parte di molti manifestanti pacifici, di prendere le distanze da loro in maniera netta e inequivocabile.I violenti sono l’altra faccia della medaglia di molte manifestazioni. Una parte di chi si definisce pacifico sembra considerarli, più o meno apertamente, un male necessario: la violenza è sbagliata, certo, ma diventa funzionale a sponsorizzare la protesta. E così la condanna arriva, ma è quasi sempre accompagnata da un «però» che finisce per ridimensionarla, giustificarla o contestualizzarla fino a renderla meno incisiva.Leggi anche:“Questo sfogo ci deve essere…”. Giannini choc in diretta da FazioIl poliziotto zittisce l’assessore Pd: “Repressione? Bisogna manganellare di più”È qui che si innesca un meccanismo perverso: i collettivi offrono una base di consenso e mobilitazione a cui una parte della politica finisce per sovrapporsi, cercando di ricavarne un vantaggio. E viene spontaneo chiedersi: come potrebbe poi quella stessa politica prendere le distanze da chi, in qualche modo, contribuisce a darle visibilità e forza?Si crea così un sistema che si alimenta da sé, in cui ciascuno sfrutta l’altro. Il teppista, che saccheggia un negozio Foot Locker a Torino o La Rinascente a Milano diventa, nella narrazione dell’intellettuale radical da salotto, la rappresentazione di una presunta «rabbia sociale», utile ad attaccare il governo. Si cerca di convincere all’opinione pubblica che il ragazzino che saccheggia il negozio in piazza Duomo stia protestando contro il 3% del PIL da destinare al riarmo, anziché agire per il semplice impulso di vandalizzare. Allo stesso tempo, quel ragazzino sfrutta l’intellettuale borghese, o il giovane pacifista carico di ideali — e di ideologia — come una sorta di cavallo di Troia: si nasconde dietro le rivendicazioni politiche e sociali per trovare una copertura al proprio desiderio di caos.L’uno non prende le distanze dall’altro, perché entrambi, seppure per ragioni diverse, finiscono per trarre vantaggio da questa ambiguità. È un meccanismo che si autoalimenta, un mostro che cresce proprio grazie alla complicità, più o meno consapevole, delle sue diverse componenti.Al Sud le proteste non hanno avuto la stessa risonanza perché tra gli agricoltori, la politica non ha ancora messo il proprio cappello sulle manifestazioni. Chi protesta nel meridione lo fa con grande dignità, senza apparire sponsorizzato o rappresentato da questo o quel partito. Non c’è, dietro quelle mobilitazioni, una bandiera della CGIL a fare da riferimento politico dominante. Naturalmente, qualche esponente politico prova a intercettare quella rabbia. È legittimo, fa parte della logica. Ma è avvenuto dopo, non prima della protesta.Le manifestazioni al Sud non sono state, almeno inizialmente, ideologizzate nella stessa misura di quelle del Nord. Nelle piazze di Milano, Torino e Bologna invece, la protesta è diventata un contenitore in cui confluiscono rivendicazioni molto diverse, talvolta accomunate più dalla contrapposizione al governo che da un obiettivo condiviso: dal riarmo e dalla guerra in Ucraina alla situazione a Gaza, passando per l’inflazione e il caro benzina. Il risultato è un grande calderone in cui tutto finisce per mescolarsi, fino a rendere meno riconoscibile il nucleo originario delle singole proteste.Davide Spena, 19 ottobre 2026L'articolo Ma quale “rabbia sociale”. Cari radical chic, i maranza vi stanno infinocchiando proviene da Nicolaporro.it.