Il professor Federico Faggin, fisico, inventore, imprenditore e scrittore italiano, ripercorre, in un’intervista della giornalista Manuela Biancospino, non solo come è arrivato all’invenzione del primo microprocessore, ma anche il suo recente percorso alla ricerca sulla coscienza, sull’intelligenza artificiale e sulla fisica quantistica.Professore, lei è nato a Vicenza e compie gli studi tra la sua città e Padova. Nel 1968 arriva in California ed è lì che si apre la fase decisiva della sua carriera tecnologica. Che cosa accade in quegli anni?Alla Fairchild Semiconductor ho sviluppato la MOS Silicon Gate Technology, una tecnologia rivoluzionaria che ha reso possibile integrare su un unico chip tutte le funzioni di un computer: memoria, unitá centrale (microprocessore) e ingresso/uscita. È stata un’innovazione decisiva, perché questa tecnologia ha permesso, per la prima volta nella storia, di realizzare un intero computer in un pezzettino di silicio di meno di un centimetro quadrato, sostituendo elaboratori di grandi dimensioni che svolgevano le stesse funzioni, ma con costi molto più elevati, consumi energetici enormemente superiori e, soprattutto, ingombri che non permettevano molte delle applicazioni che sarebbero diventate possibili.Tra il 1970 e il 1971, in Intel, lei dà vita al primo microprocessore al mondo. Che impatto ha avuto questa invenzione?Il microprocessore ha cambiato radicalmente il mondo. Dai personal computer agli oggetti di uso quotidiano, la possibilità di integrare capacità di calcolo in dispositivi minuscoli ha aperto la strada ad innumerevoli applicazioni che prima erano semplicemente impensabili, gettando le basi per la rivoluzione digitale che avrebbe trasformato ogni aspetto della vita moderna di miliardi di persone, basta pensare al telefonino cellulare intelligente.La parte che mi ha incuriosita profondamente riguarda un’esperienza “trasformativa” che rappresenta il punto di svolta cruciale nel suo percorso, dalla tecnologia alla ricerca sulla natura della coscienza.L’evento si è verificato in modo del tutto inaspettato, durante le vacanze di Natale con la mia famiglia, trascorse al lago Tahoe, dove possedevo una casa in montagna. Una notte, dopo essermi svegliato per bere un bicchiere d’acqua, mentre stavo per riaddormentarmi, dal petto mi è uscita un’energia straordinaria che aveva caratteristiche molto specifiche e profondamente significative: era amore puro, incondizionato, mai provato prima. La mia coscienza era dentro questa energia, quell’amore ero io, era la mia identità. Mi trovavo simultaneamente dentro e fuori dal mio corpo e percepivo questa energia come una luce bianca scintillante. Il mio intero essere vibrava, attraversato da pulsazioni diffuse; era caldo, come se ogni cellula fosse in risonanza con il brillio all’interno della luce bianca. L’energia si è poi espansa fino a coprire tutta la visuale, con la coscienza presente ovunque, anche nel corpo.Durante questa esperienza, Lei ha fatto diverse scoperte fondamentali sulla natura della coscienza e dell’identità personale.Ho compreso di essere un osservatore che osserva se stesso, capendo che la coscienza non era confinata al corpo ma poteva uscirne pur rimanendovi anche dentro. Il senso di sé, la mia identità, era rimasta la stessa che avevo a 5 anni, a 20 anni e a 49 anni (età al momento dell’esperienza) e questa continuità dell’identità attraverso tutta la vita è stata una rivelazione profonda: chi sono è sempre stato lo stesso, anche se il corpo è cambiato moltissimo. Oltre all’amore, l’energia conteneva anche gioia e pace.Lei sostiene che la coscienza non possa essere ridotta al cervello. Può spiegare meglio questo punto?La coscienza non può essere semplicemente il risultato di segnali elettrici o processi computazionali che avvengono nel cervello. L’esperienza cosciente è privata, vissuta dall’interno, non copiabile e non riducibile a simboli, proprietà queste che vanno ben oltre ciò che fanno i computer. Per questo ritengo che la coscienza sia una proprietà fondamentale della realtà, collegata alla natura dei campi quantistici il cui stato quantistico è anch’esso privato, non copiabile.Secondo lei, qual è la differenza principale tra IA e coscienza umana?L’intelligenza artificiale elabora simboli, dati e informazioni. Può essere velocissima, può accedere a enormi quantità di conoscenza, può svolgere compiti complessi ma non ha esperienza cosciente, non comprende per niente il significato di ciò che elabora, non prova emozioni, non ha libero arbitrio.Professor Faggin, da dove dobbiamo ripartire per costruire un futuro migliore?Dobbiamo ripartire dalla comprensione e dalla collaborazione. La competizione esasperata non può essere il modello su cui costruire il futuro. Se vogliamo usare la tecnologia in modo etico e consapevole, dobbiamo riconoscere la nostra interconnessione profonda e imparare a lavorare insieme. Il futuro dell’umanità non dipende soltanto dalla tecnologia che saremo capaci di creare, ma soprattutto dal modo in cui sceglieremo di usarla.Questo articolo Federico Faggin, dal microprocessore alla coscienza: “La sfida è riscoprire ciò che rende unico l’essere umano” proviene da LaPresse