C’è voluta una dottoranda e podcaster cinese, Zhong Shu (Yiyang Zhuge), per mettere a nudo Christopher Nolan, in una intervista diventata virale in rete (6 milioni di visualizzazioni) perché in poco più di un quarto d’ora riesce ad approfondire molti dei concetti chiave di The Odyssey su cui nessuno, in Occidente, lo aveva seriamente impegnato.Non sarebbe corretto affermare che il regista sia stato messo alle strette, o in difficoltà. L’intervista è piacevole, ma probabilmente Nolan l’aveva sottovalutata, non si aspettava domande così penetranti, dirette e competenti. In un certo senso si è trovato esposto e ne sono scaturite risposte davvero rivelatrici.Zhong Shu non ha intervistato Nolan come una celebrità che sta promuovendo il suo ultimo film. Grazie ai suoi studi classici e alla sua formazione in filosofia politica (Boston College), lo ha costretto a ragionare ad alta voce sulla “filosofia” di fondo della sua Odissea e a fare i conti con l’Odissea di Omero. Non si parla della scelta di un’attrice di colore per il ruolo di Elena, o della fedeltà storica di armature e navi, ma delle divergenze profonde tra le due opere a livello di significati, nei tratti distintivi dell’eroe.Il collasso della civiltàPer esempio, il tema ricorrente del crollo della civiltà, assente nel poema. Quelli di Omero, osserva Zhuge, erano tempi di ascesa di una civiltà, il tono di Omero era celebrativo, celebra la vittoria della guerra, mentre il tono del suo film è opposto: “sei il cantore di una civiltà al tramonto?”. Nolan conferma il suo interesse per il collasso dell’Età del Bronzo, “spaventoso e interessante, intrigante”, anche in una “prospettiva moderna”, un interesse che in parte deriva anche dal suo precedente lavoro su Oppenheimer, un film “sulla fine del mondo, sul collasso della civiltà”. Quindi sì, “sicuramente ho portato questa sensibilità nell’Odissea“. Prima ammissione.Odissea “cristianizzata”?Come avevamo osservato nella nostra recensione del 26 luglio, il senso di colpa, il concetto di “espiazione”, non ci sono nell’Odissea di Omero, mentre sono il motore dell’intero film di Nolan. Zhong Shu chiede quindi al regista se abbia in qualche modo “cristianizzato l’Odissea”.Nolan spiega di essere stato attratto dal concetto di xenia (“nel film la chiamiamo legge di Zeus per semplicità”), fa capire di aver sviluppato solo questo, sacrificando tutto il resto, convinto che avrebbe funzionato. È lui stesso a spiegarlo: “Non ero troppo consapevole di come lo stavo affrontando filosoficamente, a parte il fatto che mi sono davvero concentrato sull’idea di ciò che è chiamato xenia“. Un’idea che Nolan riduce a “rispetto reciproco” (trattare gli altri come vorresti essere trattato), anche se consapevole che “nella loro teologia, è perché potresti essere un dio travestito”.E qui arriva la seconda ammissione: “Penso che, in un certo senso, stiamo portando la nostra sensibilità più moderna“, ma “non è un tentativo deliberato di cristianizzarla. È una conseguenza, o una conclusione naturale, di scavare in quest’idea filosofica di cosa succede quando infrangi la legge di Zeus”.Nolan traduce la legge di Zeus nei termini moderni della “Regola d’Oro”, nella presunzione che una volta rimosse le “basi teologiche della xenia, l’idea di trattare gli altri come vorresti essere trattato (un concetto emerso circa 1.100 anni dopo Troia e 800 anni dopo Omero, ndr) non sia veramente cambiata nel tempo” e che “la civiltà dipenda da questa regola” e addirittura sia “definita da essa”. “Viviamo in un mondo dove il concetto di xenia, di rispetto reciproco, è più che mai messo in discussione”.Già in queste risposte Nolan chiarisce come il suo film sia il risultato di una rinuncia a comprendere la Grecia di Omero in modo anche vagamente “greco” o “omerico”, secondo l’assunto, a nostro avviso sbagliato, secondo cui siamo capaci di vedere e apprezzare quel mondo solo attraverso le lenti e l’universo morale del nostro mondo del XXI secolo.Scusarsi per la grandezzaMa è rispondendo ad una ulteriore domanda che il regista fornisce la prova definitiva. Zhong Shu gli chiede se “viviamo in un’epoca che richiede di scusarsi per la grandezza“, cioè se la grandezza di un eroe o di un personaggio possa essere rappresentata oggi solo in un quadro di sensi di colpa e scuse. “Omero la celebra, noi ci giriamo intorno, trasformiamo la grandezza in privilegio e pretendiamo scuse da essa, è un dato di fatto di Hollywood“, osserva acutamente.La risposta è una pistola fumante. In estrema sintesi, Nolan ammette che nella cultura democratica ed egualitaria di oggi, in una società in cui vogliamo sentirci tutti uguali, i narratori devono “scusarsi per la grandezza”, altrimenti il pubblico la rifiuta.Quando creiamo una figura eroica in una storia, come narratori, dobbiamo essere consapevoli dell’energia che il pubblico porta in quella storia, e dell’interazione tra la nostra intenzione e il modo in cui il pubblico la riceve. Il fatto che il meccanismo sia identificabile dalle persone non lo invalida. Parte di quel meccanismo è chiedersi: tratteremo la grandezza come un assoluto? Oppure, partendo da uno stato filosofico democratico, più idealizzato in cui viviamo nel mondo di oggi, dove vogliamo vedere le persone come uguali, dobbiamo scusarci per quella grandezza? La risposta è sì, dobbiamo farlo, altrimenti il pubblico rifiuta la grandezza.L’eroe quindi deve pentirsi, soffrire, essere ridimensionato moralmente per far sì che il pubblico lo accetti e provi empatia. Sconcerta che Nolan presenti come un assoluto una generalizzazione enorme su ciò che il pubblico sia pronto a “digerire” o a rifiutare nella rappresentazione di un eroe, tanto da basarci l’intero personaggio di Ulisse, ma spiega molte cose della sua Odissea.Accettando questa logica come inevitabile, mostrando di non riuscire a immaginare un modo di raccontare storie al di là di essa, ci sta dicendo che oggi non è più il cantore a plasmare la storia e guidare il pubblico in essa, come ai tempi di Omero, ma è il pubblico che ne scrive le regole e le impone al cantore (il regista).Il meccanismo di HollywoodNolan ci tiene a ribadire più volte che “il fatto che il meccanismo sia identificabile non significa che sia invalido o non debba essere usato”. A suo avviso uno dei problemi della critica amatoriale di oggi è che per il solo fatto di riconoscere un espediente narrativo, riuscire a capire perché una storia le colpisce, le persone ritengono che non abbia funzionato.Qui ha ragione, ma non gli si rimprovera questo. Sebbene identificabile, il meccanismo del suo film funziona benissimo e trasmette esattamente ciò che intendeva trasmettere. Qui ci preme soltanto che il pubblico sia consapevole di quel meccanismo e di quanto porti al totale ribaltamento del poema omerico.Nolan ha rispettato il “meccanismo” di Hollywood, che certamente funziona nel portare l’Odissea a quel pubblico e ai suoi valori e modi di pensare attuali, anziché sforzarsi nell’impresa certamente meno scontata e più sfidante, alla quale implicitamente ci sta dicendo di aver rinunciato, di portare il pubblico a confrontarsi con una cultura, modi di pensare e valori diversi, dell’antichità, quindi in un certo senso “nuovi”.L’Occidente che si vergogna di se stessoPerò speriamo non si voglia negare che un pubblico, forse minoritario, chissà, per una impresa come questa, ci sia ancora. C’è stato sicuramente nel passato anche recente e c’è probabilmente ancora oggi. Il cinema è pieno di eroi che non hanno dovuto “scusarsi” per la loro grandezza.Non deve stupire che una dottoranda cinese sia riuscita a far emergere tutto questo da un’intervista di un quarto d’ora. Mentre nelle università occidentali si studiano sempre meno, in Cina c’è un interesse crescente per i classici greci e latini, l’eredità occidentale viene studiata per comprendere la grandezza dell’Occidente, mentre in Occidente viene trattata sempre più con sospetto e vergogna.L'articolo Dobbiamo scusarci per la grandezza: questa è l’Odissea di Nolan proviene da Nicolaporro.it.