Le polemiche più rumorose su The Odyssey di Christopher Nolan hanno riguardato dettagli tutto sommato poco significativi. Che a interpretare Elena sia un’attrice di colore non particolarmente bella è francamente trascurabile. Si sa, i film tratti da grandi opere del passato suscitano paragoni e dibattiti, scontano sempre una certa pedanteria, dal massimo degli esperti al pubblico nelle sale tutti si divertono a cercare il pelo nell’uovo e non manca mai una quota di delusi per la scarsa aderenza all’originale.Il vero problemaIl cast “inclusivo”, le quote etniche, le armature tra il medioevale e il fantasy, le navi vichinghe, anche il taglio di alcuni episodi e dialoghi del poema originale – non sarebbero bastate dieci ore per includerli tutti – possono piacere o meno, ma rientrano nelle scelte estetiche del regista e non sono di per sé in grado di snaturare la storia. Né scandalizza l’idea di un adattamento moderno nel linguaggio, più accessibile al pubblico di oggi.Le capacità artistiche di Nolan sono fuori discussione, il film è davvero grandioso. No, il vero problema è il totale travisamento del carattere e delle motivazioni profonde dell’eroe, Ulisse, e dei significati del poema omerico, a tal punto da interrogarci sul film come operazione culturale.Un adattamento di “Romeo e Giulietta” potrebbe benissimo essere ambientato a Shanghai, o a Mombasa, anziché a Verona, utilizzando il linguaggio dei giovani di oggi, smartphone e chat, ma se alla fine i due innamorati si uccidessero spinti dal senso di colpa per la loro relazione, sarebbe tutta un’altra storia.L’Ulisse di OmeroL’Odissea di Omero è tra le opere fondative della civiltà occidentale perché in essa troviamo per la prima volta un eroe sfaccettato, che anticipa alcuni dei tratti distintivi dell’individuo moderno.Primo, l’uso dell’intelletto, dell’astuzia, della razionalità, anziché della sola forza bruta (come nell’Iliade), per superare le avversità, sopravvivere e affermare la propria volontà. È il trionfo dell’ingegno umano sulle forze irrazionali e primordiali della natura, rappresentate da mostri e tempeste.Secondo, il libero arbitrio. L’eroe che lotta per tornare a casa e riprendersi il proprio regno, scontrandosi con divinità ostili (su tutte Poseidone), incarna il desiderio di autodeterminazione. Ulisse rifiuta addirittura l’immortalità (prerogativa degli dèi) offertagli da Calipso, sceglie la mortalità umana, pur di tornare dalla sua famiglia e alla sua patria. Non brama solo la gloria in battaglia (come gli eroi dell’Iliade), ma anche il ritorno a casa (nóstos).Terzo, il viaggio, la sete di conoscenza: un percorso di formazione interiore di un eroe imperfetto, e perciò profondamente umano, l’affermazione dell’individuo che cerca di forgiare il proprio destino attraverso l’esperienza e il dubbio. Non significa che gli uomini non abbiano limiti, che siano completamente padroni del proprio destino.Non è una emancipazione totale, esiste un ordine naturale superiore con cui devono comunque fare i conti e a cui devono adattarsi. Ulisse lo impara a sue spese, quando viene punito per la sua tracotanza (hybris). Non può liberarsi completamente dalle trame degli dèi, ma può interagire con essi e rivendicare la propria personalità.Ogni avversità, ogni mostro affrontato e sconfitto, insegna a Ulisse il discernimento: quando fidarsi degli dèi e quando del proprio giudizio, quando è meglio agire e quando tacere, quando l’orgoglio diventa hybris e la perseveranza una virtù.L’Ulisse di NolanGuarda caso, nell’Odissea di Nolan mancano proprio i momenti in cui questi tratti distintivi del protagonista emergono con maggiore forza, ovvero quando Ulisse usa lo stratagemma del nome “Nessuno” per ingannare Polifemo, il trionfo della metis sulla forza bruta, e quando rifiuta l’immortalità (non i fiori di loto!) da Calipso, ma anche la nuova vita mortale offertagli dal re dei Feaci con la figlia Nausicaa.Così facendo Nolan ha completamente cancellato carattere e motivazioni fondamentali dell’eroe omerico e stravolto il senso dell’intera opera. Ma non si può immaginare che il regista li abbia rimossi solo per motivi di tempo. La sua è stata una scelta deliberata, perché questi episodi avrebbero irrimediabilmente contraddetto la sua versione di Ulisse.L’Ulisse di Nolan è un reduce che soffre di disturbo da stress post-traumatico, un uomo smarrito, tormentato dai sensi di colpa per l’inganno del Cavallo di Troia, convinto che bruciando la città, lui e gli achei abbiano violato la legge di Zeus (xenia) e causato la distruzione della loro stessa civiltà.Per questo si sente indegno di tornare a casa, il suo viaggio è un auto-esilio per espiare la colpa, una sorta di seduta psicoanalitica. Gli dèi? Praticamente assenti. Persino Atena appare come frutto della sua immaginazione funzionale alla terapia.L’eroe dal “multiforme ingegno”La cosa “sarebbe apparsa del tutto ridicola a Omero e allo stesso Ulisse”, osserva Boris Johnson, autore di una stroncatura al tempo stesso delicata a perfida del film. “Diciamocelo: sono tutte sciocchezze. L’Ulisse di Omero non prova sensi di colpa per il Cavallo di Troia; al contrario, esulta per la propria astuzia e il proprio ingegno”.Anche Emily Wilson, la cui controversa traduzione dell’Odissea ha influenzato Nolan, ha trovato eccessiva l’enfasi sui sensi di colpa di Ulisse. L’Ulisse di Omero è colpevole di hybris, quello di Nolan di aver superato i suoi nemici in astuzia (metis), che per i greci era una virtù.L’epiteto che più di ogni altro Omero utilizza per definire Ulisse è infatti polýmetis, “dal multiforme ingegno”. Un’intelligenza di tipo pratico, la capacità di adattarsi all’imprevisto e trovare una via d’uscita tramite stratagemmi. La forza di Ulisse non sta nei muscoli o nelle armi, ma nell’uso dell’intelletto.L’Odissea parla di ospitalità (xenia, un’ospitalità reciproca) e del suo abuso, della sua violazione, ma la trovata del cavallo di legno non ha un’accezione negativa, non c’è mai condanna morale, non è presentata come una violazione della xenia ma come un inganno benevolo.Metis è una qualità che appartiene anche a Zeus (dal nome della sua prima moglie, che inghiottì). Ulisse è l’eroe che incarna proprio la metis e grazie ad essa restaura l’ordine dopo le violazioni della legge divina dell’ospitalità, da quella commessa dai troiani con il rapimento di Elena a quelle di Polifemo e dei proci.Zeus infatti non ce l’ha con Ulisse per l’invenzione del cavallo, anzi lo considera uno dei mortali più saggi e pii. La distruzione di Troia rientrava nella giustizia divina e nell’ordine morale, perché a violare la xenia era stato il troiano Paride rapendo Elena. Gli dèi sono adirati con gli achei – non in particolare con Ulisse – perché hanno violato templi e commesso sacrilegi. Il vero nemico di Ulisse è Poseidone, ma non per il cavallo, bensì per aver accecato suo figlio Polifemo.Il vero Ulisse quindi non si sente in colpa per la trovata del cavallo, anzi ne è orgoglioso, come di tutte le sue astuzie, anche perché aveva posto rapidamente fine ad un assedio che durava da dieci anni risparmiando molte vite agli achei.Nell’Odissea di Nolan, al contrario, la metis non è vista come una virtù ma come una colpa. Il cavallo è il peccato originale, il tradimento della xenia che innesca il crollo dell’intera età del bronzo e l’inizio di un’era di barbarie – come se Ulisse fosse un Anakin Skywalker, le cui azioni portano il lato oscuro della forza a dominare la galassia.Eroe destrutturatoNolan quindi ha completamente destrutturato l’eroe per farlo apparire il suo contrario. Da eroe imperfetto, ma ingegnoso, saggio, orgoglioso, capace di imparare dai suoi errori, ad un uomo in crisi, afflitto dai sensi di colpa. Da un personaggio dai mille volti e dalle molte giravolte (polýtropos), ad un personaggio piatto e monotono.C’è più Ulisse in Dom Cobb di Inception, interpretato da Leonardo DiCaprio, che usa un inganno, un Cavallo di Troia dell’inconscio, per tornare dai suoi figli, resistendo alle tentazioni della proiezione della moglie nei suoi sogni; e c’è più Ulisse in Cooper di Interstellar, Matthew McConaughey, che lotta contro le forze della fisica cosmica per tornare dalla figlia mantenendo la sua promessa.Il collasso della civiltà: la nostraLa battuta che Nolan fa pronunciare a Ulisse, “la nostra età del bronzo è alla fine”, suona ridicola, perché un uomo dell’età del bronzo non avrebbe potuto sapere che la sua era sarebbe stata classificata in quel modo circa tre millenni dopo. Né gli achei avevano un termine per indicare la loro era o civiltà. Né c’è alcun riferimento nei poemi omerici ai “Popoli del Mare”, a cui una teoria moderna attribuisce la fine della civiltà micenea nella tarda età del bronzo.Tutti elementi posticci ma funzionali a introdurre un messaggio sul declino della civiltà: così come la fine della civiltà micenea fu colpa degli eroi omerici che distrussero Troia, il preteso declino della civiltà oggi è colpa nostra.Anziché portarci nell’universo morale della Grecia omerica, Nolan applica all’Odissea di Omero il nostro universo morale, o meglio l’universo morale liberal.L’Occidente che odia se stessoUna delle opere fondative della civiltà occidentale diventa così un pretesto, un contenitore (senza il quale il film non avrebbe attirato la stessa attenzione), lo specchio di un Occidente che odia se stesso in cui si riflettono i nostri sensi di colpa di occidentali. Se vediamo il nostro mondo crollarci intorno, la nostra civiltà in declino, è colpa nostra, dell’Occidente, ce lo siamo tirati addosso come Ulisse con il cavallo di legno, violando la regola dell’accoglienza dei migranti, conducendo guerre brutali, coloniali e così via. E come Ulisse dobbiamo espiare.La scena in cui si vede il Cavallo di Troia inclinato sulla spiaggia è una citazione del “Pianeta delle Scimmie”, quando Charlton Heston capisce che sono stati gli uomini a distruggere il loro mondo.Dunque, The Odyssey di Nolan non è solo una rilettura, un adattamento in chiave moderna dell’Odissea di Omero, è un deliberato travisamento, una decostruzione del mito dall’interno, un’operazione di sovversione culturale. È essa stessa il Cavallo di Troia, un “inception”, l’innesto dei sensi di colpa dell’Occidente.L'articolo Il Cavallo di Nolan, l’innesto dei sensi di colpa dell’Occidente proviene da Nicolaporro.it.