Così il dossier Ucraina schiaccia Schlein tra Conte e i riformisti

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C’è una differenza sostanziale tra una coalizione che discute di tasse, welfare o politica industriale e una che si divide sulla politica estera. Le prime sono divergenze fisiologiche. La seconda riguarda l’identità. È questo il motivo per cui la questione ucraina rischia di diventare il vero punto di rottura del centrosinistra italiano. Non soltanto nei rapporti tra Partito democratico e Movimento 5 Stelle, ma anche all’interno dello stesso Pd.Le ultime uscite di Giuseppe Conte rappresentano infatti un ulteriore salto politico. Chiedere di affidare alle primarie della coalizione la scelta della linea sull’Ucraina significa trasformare una delle decisioni più rilevanti della collocazione internazionale dell’Italia in un tema di competizione interna e di consenso elettorale. È un’impostazione che presuppone che il sostegno a Kyiv non costituisca un pilastro della politica estera italiana, bensì una variabile negoziabile.La reazione più netta è arrivata dall’area riformista. Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e ormai fuori dalla galassia dem, ha parlato apertamente dell’ingenuità di Elly Schlein nel continuare a ritenere praticabile un’alleanza con chi considera ormai marginale la difesa dell’Ucraina. L’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha adottato toni meno polemici, ma altrettanto espliciti, sostenendo che Conte stia esasperando lo scontro e che sia arrivato il momento di chiarire quale debba essere il perimetro dell’alleanza.E, si badi bene, queste dichiarazioni non riguardano soltanto Kyiv. Parlano del futuro del Partito democratico e, più in generale, del centrosinistra italiano.Il vero nodo è politico prima ancora che geopolitico. Da mesi Elly Schlein cerca di tenere insieme due esigenze sempre più difficili da conciliare: rassicurare la componente europeista del partito e, al tempo stesso, non compromettere il rapporto privilegiato con Giuseppe Conte, ritenuto indispensabile per costruire un’alternativa al centrodestra in vista delle elezioni del 2027.Ma ogni volta che il Movimento 5 Stelle radicalizza la propria posizione sull’Ucraina, questo equilibrio si fa più fragile.La politica estera, soprattutto in una fase storica come quella attuale, tollera difficilmente ambiguità prolungate. La guerra in Ucraina è diventata uno spartiacque tra due diverse culture della sinistra: una saldamente inserita nel campo euro-atlantico; l’altra più incline a interpretare il conflitto come il risultato di responsabilità diffuse dell’Occidente e, di conseguenza, più diffidente nei confronti del sostegno militare a Kyiv.Elly Schlein prova a mantenere un punto di equilibrio. Ma gli equilibri raramente resistono quando le posizioni tendono progressivamente ad allontanarsi.È qui che entra in gioco Carlo Calenda.Il leader di Azione ha colto l’occasione per rivolgersi direttamente ai riformisti dem. Non si tratta soltanto di una provocazione, ma di una precisa operazione politica. L’obiettivo è convincere quella parte del Pd che considera irrinunciabile l’appartenenza all’orizzonte europeista e atlantico che il proprio futuro potrebbe non essere più in un partito sempre più condizionato dagli equilibri instabili del campo largo, bensì in un nuovo spazio politico di centro, liberaldemocratico e riformista.Non è un caso che i nomi evocati siano sempre gli stessi: Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle, Giorgio Gori, Filippo Sensi e gli altri esponenti dell’area riformista che, proprio sull’Ucraina, continuano a parlare un linguaggio molto più vicino a quello dei socialisti europei, dei governi dell’Unione e della tradizione atlantica che non alle posizioni del Movimento 5 Stelle.Naturalmente è difficile ipotizzare oggi una scissione imminente. Ma la pressione politica cresce. E l’Ucraina rischia di diventare il catalizzatore di un malessere che affonda le proprie radici ben oltre il conflitto: il rapporto con il populismo, la collocazione europea del centrosinistra, il ruolo del riformismo e, in definitiva, l’identità stessa del principale partito dell’opposizione.Per questo il tema non riguarda soltanto la tenuta del campo largo, ma la natura stessa del Partito democratico.Se la strategia della segreteria continuerà a subordinare la chiarezza della linea internazionale alla necessità di preservare l’alleanza con Giuseppe Conte, il prezzo potrebbe essere la progressiva estraniazione della componente riformista. E quando una cultura politica smette di sentirsi rappresentata in casa propria, prima o poi finisce per cercarne un’altra.Tutto questo Carlo Calenda lo ha ben compreso e sta tentando di costruire la propria proposta politica proprio lungo questa faglia.L’Ucraina, insomma, non è più soltanto un dossier di politica estera. È il terreno sul quale si decideranno gli equilibri futuri del centrosinistra italiano. E, forse, prima ancora quelli del Partito democratico.