Rubio e la Cina di Xi. La rivalità strategica nell’era della realpolitik trumpiana

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Tra Cuba, Iran, Venezuela e Ucraina, è il passaggio dedicato alla Cina a offrire la chiave più interessante dell’intervista rilasciata dal segretario di Stato Marco Rubio a Fox News domenica. Parlando con Lara Trump – la moglie di Eric Trump, terzo figlio del presidente e presidente del Republican National Committee – il segretario non cambia la posizione sua e americana nei confronti di Pechino: piuttosto mostra, sulla rete preferita dalla base elettorale trumpiana e soprattutto dai conservatori che potrebbero ritrovare il nome “Rubio” sul ticket elettorale delle prossime presidenziali, come sia cambiato il modo di raccontare la competizione con Pechino.Rubio continua infatti a descrivere la Cina come il principale competitore strategico degli Stati Uniti. Parla dell’obiettivo della Repubblica popolare di Xi Jinping di diventare “il Paese più potente del mondo” e di farlo chiaramente a spese di Washington, per l’ottica dell’americano, poi ribadisce che la competizione tra le due potenze è destinata a proseguire e conferma la linea americana sul mantenimento dello status quo nello Stretto di Taiwan.Fin qui, il Rubio che Washington conosce da oltre un decennio. Il senatore che ha costruito gran parte della propria politica estera su una linea di contrasto solido e assertivo nei confronti di Pechino non sembra aver modificato la diagnosi strategica: la Cina resta il principale rivale sistemico degli Stati Uniti.Il cambiamento emerge nel secondo livello della sua risposta, quello che riguarda il modo in cui questa competizione dovrebbe essere gestita.Rubio insiste ripetutamente sulla necessità che Washington e Pechino mantengano aperti i canali di comunicazione. Arriva a definire “quasi irresponsabile” l’ipotesi di interrompere il dialogo diretto tra le due potenze, sottolinea che il rapporto personale tra Donald Trump e Xi Jinping – che si sono incontrati a maggio a Pechino e che si dovrebbero vedere di nuovo alla Casa Bianca il 24 settembre – costituisce il fondamento della stabilità della relazione bilaterale e sostiene che la competizione debba essere gestita in modo da evitare un confronto che avrebbe conseguenze catastrofiche per entrambi i Paesi e per l’economia mondiale.È un lessico diverso rispetto a quello che per anni ha caratterizzato i falchi repubblicani. Nell’intervista scompare quasi del tutto il vocabolario ideologico che aveva accompagnato anche la lunga carriera del senatore della Florida, che aveva fatto della battaglia politica contro Pechino un elemento identitario. Non compaiono riferimenti alla democrazia, ai diritti umani, al Partito comunista cinese, allo Xinjiang o a Hong Kong. Anche Taiwan viene richiamata esclusivamente come questione di equilibrio strategico e di mantenimento dello status quo, non come simbolo dello scontro tra sistemi politici. Più delle parole pronunciate, colpiscono quelle che Rubio sceglie di non utilizzare.Questo non significa che il segretario di Stato abbia attenuato la propria visione della Cina. La competizione rimane il perno della sua analisi. È cambiato, piuttosto, il quadro nel quale quella competizione viene inserita. L’impressione è che adattandosi alle esigenze istituzionali e di realpolitik nei rapporti diplomatici bilaterali, Rubio sia oggi diventato il garante diplomatico dell’approccio trumpiano verso Pechino – non il suo correttore.Negli anni da senatore ha seguito una impostazione fortemente valoriale, ancora politica alla dimensione strategica. Da segretario di Stato, invece, la rivalità viene presentata in termini prevalentemente pragmatici: competere dove necessario, cooperare dove possibile e, soprattutto, preservare un rapporto diretto tra i leader delle due potenze per ridurre il rischio di un’escalation.È una postura che riflette la cifra della politica estera di Donald Trump. Più che costruire la relazione con la Cina su basi ideologiche, il presidente continua a privilegiare la logica transazionale, nella quale il rapporto personale con Xi Jinping diventa uno strumento della strategia americana. La competizione resta, ma viene gestita attraverso il negoziato, il dialogo e la ricerca di un equilibrio che consenta di evitare uno scontro aperto.Da questo punto di vista, l’intervista è la traduzione pubblica di come l’amministrazione Trump stia portando avanti una politica estera nella quale la competizione e il dialogo non vengono presentati come termini incompatibili, bensì come strumenti complementari della stessa strategia statunitense.